a guardar bene

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A guardar bene non faceva che cambiar casa. Aveva sempre cambiato casa e perduto tutto quello che c’era attorno. A guardar bene aveva dovuto reinventarsi ogni volta per trattenere stanze, per salvare legami, per perdere quel che le era noto e amava. Aveva imparato a sognarsele le case e attraverso loro a badare al proprio mondo interno. Le sarebbe piaciuto disegnarle, ma le atmosfere sfuggivano e non si lasciavano compromettere dai tratti su un foglio. Un filo rosso si snodava da quel primo letto grande, da quelle tende a fiori rosa così pesanti e chiassose, da quel terzo trasloco e lei non sapeva neppure andare a comprare il pane … Un gomitolo rosso che non si faceva imbalsamare da un disegno, ma era sempre presente e sempre fluttuante. A guardar bene nessuno se ne occupava e lei diventava sempre più selvatica, meno trattabile sempre più autentica sempre più sola, fino a diventare irraggiungibile. Così di notte lavorava. Uno scavo continuo. E nuove stanze e tesori e segreti. Erano i sogni che preferiva. Come quella volta, seduta al freddo di un ambiente scavato nella roccia battuto da un vento gelido che spazzava con violenza mezze verità e bugie parziali,  s’era tolta l’inutile camicia di seta e aveva affrontato il rigore delle vicende, della tempesta, dell’ambiente a muso duro abbandonando insensate frattaglie d’apparenze. Epica battaglia quella notte che l’aveva capovolta tanto da cercar l’uscita dalle coperte dal fondo del letto. Un pianto a dirotto s’era affiancato al suo risveglio. Un aspetto ignoto forse, un coraggio incomprensibile forse, una potenza spaventosa forse… O forse, a guardar bene, il freddo era meglio di niente.

tiziana Campodoni

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