il ponte

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Tuonava quel giorno a Genova e pioveva forte… Tra un tuono e l’altro s’era annidato ben altro frastuono.  Ma noi credevamo di doverci riparare dalla pioggia e aprivamo l’ombrello e guardavamo distrattamente i domani turgidi d’incanto scorrere senza saper bene dove andavano.

Grigia Genova coperta di nuvole e carica di piogge. E noi abbiamo paura delle piogge. L’acqua inonda, porta vie case e strade, porta via vite l’acqua a Genova e noi, superstiti quotidiani, spalatori perenni, lo sappiamo. E tra un grigio, una pioggia e un fulmine teniamo segreta questa paura come un argomento secondario -per non dargli troppa superbia- rispetto ad altro e guardiamo il cielo illuminarsi a giorno tenendo duro senza dargli troppa importanza come con un bambino che fa troppi capricci.

Tuonava forte a Genova. E poi uno di quei tuoni ha assunto un nuovo nome. “E’ crollato il ponte”. E Genova s’è zittita. Tratteneva il respiro, come in apnea, come quando un’altra voce s’era alzata “hanno ucciso un ragazzo” un orrore che andava a sovrapporsi proprio sull’altro timore silenzioso che da giorni serpeggiava a Genova blindata “vogliono il morto”.  Ma chi aveva ascoltato? “Hanno ucciso un ragazzo”. E il sangue si gelava nelle vene. Hanno sparato a Carlo Giuliani. E anche il mugugno s’era fermato.

Tuonava forte a Genova il 14 agosto “E’ crollato il ponte” E le auto con il loro prezioso carico cadevano – come perle da una collana improvvisamente  strappata e senza valore – in uno strapiombo di settanta metri. E’ crollato il ponte, cento metri almeno, su case e persone. Ed è ancora dolore. Dolore su dolore. E poche risposte. E poca comprensione.

Il ponte è per sua natura il collegamento. E a Genova, stretta e lunga, quel ponte teneva unita e integrata e percorribile tutta la città. Che fa un ponte se non unire due parti distanti e inavvicinabili? Si costruisce sull’acqua, su una gola, su tutto ciò che divide, separa o funge da barriera. Il ponte è ciò che collega. Ed è una metafora affascinante che descrive le funzioni psichiche di una persona o anche le relazioni tra due o più persone. Il ponte collega, favorisce la diversità senza implicare l’esclusione e dove ci sono ponti non ci sono neppure la fusione e l’identificazione totale, così come non ci sono scissione e isolamento. I ponti sono i primi bombardati nelle guerre. I nemici sanno dove picchiar duro.

E’ crollato il ponte e la città piange quarantatrè corpi e centinaia e centinaia di sfollati con altrettante case piene di ricordi perdute. Ma è crollato anche il ponte interno, quello che collega le pulsioni istintuali, quelle basse, quelle senza parole, alla mente, alla capacità di pensiero, alle parole, qui, ancora una volta, imbevute di lacrime. Ma chi di noi ha ascoltato?  E Genova applaude su bare silenziose.

Come nei lapsus tristi quando compare la parola funerale in-vece di matrimonio (si sa che non bisognerebbe sposarsi o almeno pazientare un attimo)… oppure si presenta in ghingheri la parola  matrimonio al posto di funerale… si sa, o si dovrebbe sapere, che si sta attuando una vigorosa negazione che si rimuove il dolore e si fa finta che sia una festa. Si fanno selfie, si sorride amabilmente, si coglie l’occasione per esibirsi. Come chi balla ridendo sulla morte.

Come scrive Francesco Orru Conseglie rapede: ì funarale sona ì momente maglioro pè faro propegande, ì protagoneste sone molte descrete.

Non sono un ingegnere e non so parlar di ponti, non sono un giudice e non so parlar di colpe, non sono un avvocato e non so parlare di procedure e regolamenti, so solo parlare un poco di persone e del loro mondo interno e so che tutti i ponti vanno messi in sicurezza, vanno salvati e ne vanno costruiti di nuovi. Anche i ponti interiori. So che il ponte è creazione tra due elementi che si cercano o due unicità differenziate cui un arco teso viene in soccorso, so che il ponte non è dell’uno e non è dell’altro è un altro sè, come lo sarebbe un figlio.

Amo i ponti quanto amo le soglie e la penombra. So che la notte su Ponte Vecchio a guardare il tramonto e ad aspettare l’alba mi ha cresciuta (e nobilitata forse) e so che gli sono grata, so che varcare i ponti simboleggia l’aver collegato le opposizioni interne, traversare i ponti insegna la congiunzione, la dialettica, il bene e la bellezza dell’unire. E quanti ponti ho camminato a Venezia imparando a piangere in una notte irreale piena di nebbia tra i pizzi di S.Marco. So che servono ponti per raggiungere desideri, per valicare difficoltà, macerie, assenze e serve quell’area intermedia dell’esperienza che è il ponte anche per saper da che parte andare, contro chi lottare (Majakovskij).

Una profonda, nobile, istintivamente colta risonanza abita i ponti e si chiama consapevolezza.

tiziana Campodoni

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