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Vivian Maier

 

Quando a scuola realizzi che c’è un problema per un bimbo ne parli con i genitori. Spesso negano, di solito dan la “colpa” ad un fatto recente anche minimo. Un modo per allontanarsi dal problema, per circoscriverlo, per fermarlo in una singola esperienza, per bloccarlo nel tempo (e bloccarti). Oppure capita che aderiscano immediatamente alle tue preoccupazioni (perchè di questo all’inizio si tratta) e affianchino alle tue osservazioni esempi per loro esaustivi, conferme non di rado punitive, un attivismo interventista che non aiuta e rischia di confondere la realtà. Troppo presto, troppo in fretta, troppo alla carlona … poco consapevole …

Comincia un lungo lavoro di avvicinamento per rabbonire il loro animo ferito  e addomesticare pensieri spaventosi mentre la tua mente  si dispone a “comprendere” cosa capita al piccolo. Disporsi significa sospendere il giudizio e aprire alla ricerca di dati, emozioni, informazioni che non di rado il bimbo ti concede avendo, in qualche modo, inteso che “stai lavorando per lui”. E’ solo l’inizio del lavoro, ma è un buon inizio… Un gran buon inizio.

I genitori hanno paura e istintivamente si trincerano dietro a quel che possono, a  spiegazioni estemparanee, a risoluzioni fai da te che sembrano più magiche che praticabili, sensate, “reali”… Non è facile governare l’ansia, non è facile convivere con la paura. Così ti aspettano tutti i giorni sotto la scuola per chiederti come va… Uguale, pensi te… son passate 18 ore!!! Vorrebbero che tu dicessi che tutto s’è risolto, è bastato passare dal tè al latte e tutto va a gonfie vele… E ti aspettano tutti i santi giorni … se non è stato ieri sarà oggi ma il miracolo avverrà…

Non è mai così ed è inutile anzi dannoso se penso al naso del bimbo sgomento che in basso ascolta (o viene allontanato) queste domande surreali … . Hanno paura, sì, è comprensibile, sì, ma negare il tempo non è mai soluzione; negare il tempo si traduce anche nel negare lo spazio, l’importanza, lo spessore … e significa anche non aver rispetto per quel cucciolo che non si sa perchè dovrebbe essere così leggibile, così banale, così risolvibile, così facilmente traducibile in qualsiasi linguaggio. C’è bisogno di tempo… col dolore nel cuore, col timore sulle dita del pensiero, con la speranza che deve essere al nostro fianco ma mai deve rendersi esclusiva emozione in noi e mettersi a delirare imprigionandoci nel non poter far nulla.

“Guardate per quale spregevole arnese mi prendete. Vorreste dare ad intendere che conoscete i miei tasti, vorreste strapparmi l’intima essenza del mio segreto, vorreste trarre da me tutta la gamma delle mie note, dalla più bassa alla più alta. C’è tanta musica, una voce così eccellente in questo piccolo organo, ma voi non sapete farlo parlare … Credete sia più facile cavar musica da me che da un piffero?” Shakespeare, Amleto

Ecco pensavo a questo stamattina sulla tazza del caffè… C’è bisogno di tempo anche per un Paese ferito, per capire un virus, per trovare rimedi, per consolare dolori, per traversare un lutto… C’è bisogno di tempo, a nulla servono le vagonate di numeri quotidiani (che io comunque non son mai riuscita a capire) rovesciate alle 18.00 nelle nostre case trincerate. C’è bisogno di semplicità, di verità, di misura, di “premura”  e c’è bisogno dello sforzo nobile di farsi intendere!  C’è bisogno di tempo, c’è bisogno di “stare” e c’è bisogno di collaborazione, di umiltà, di disposizione a imparare, a riconoscere il “buono” altrui e a lavorare per il bene dell’Italia e per il bene comune. E questo comporta anche saper aspettare, calibrare la tollerabilità, saper accogliere il cambiamento anche se non ci fa felici nell’mmediato, senza gesti avventati, senza grida, senza impermeabili da spalancare per mostrare miserie… del resto tutta la vita è cambiamento, è tutta un “perdere” quel che si aveva prima, ma questo è il mondo che lasceremo ai bimbi, ai nostri figli. Ragione di più per averne cura. E noi non dovremmo ascoltare tante idiozie e dovremmo lasciare delusi e innocui quelli che generano scompiglio, scandalo e livore nei loro canti bui a rimirare le loro miserie.  Le prime donne, gli esibizionisti, gli sciacalli lavorano per sè, hanno bisogno della sofferenza, della credulità, dell’ignoranza delle persone e  fanno solo danno: se non allargano i contagi con improvvisate soluzioni frettolose, aumentano la profondità della sofferenza. C’è bisogno di tempo… c’è bisogno di “stare” fermi con le lacrime agli occhi, con la pena nel cuore, con tutte le paure del mondo… ma c’è bisogno di stare, di non fuggire dalla realtà, di non ubriacarsi con l’alcol della fretta, del fare a tutti i costi in-vece di pensare, della via breve, delle facili soluzioni, dell’usa e getta…

C’è bisogno di tempo per tutto , c’è bisogno di stare con la pena nel cuore e  ripensare la vita, tutta intera.

tiziana campodoni