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Si faceva un sacco di domande. Quasi nessuna con una risposta certa. Sapeva di essere lontana, messa da parte, considerata pericolosa, non aveva mai capito perchè. Aveva provato a darsi delle spiegazioni perchè in qualche modo bisogna pur vivere e le narrazioni consolano, anche se non son vere. Per un po’ tengono impegnati, per un po’ emozioni e pensieri, come strumenti di un’orchestra, cercano di accordarsi con quella nuova rivelazione. Per un po’ finchè non diventa liofilizzata. Poi si cerca un’altra narrazione.  Molte riportavano a lei, era colpa sua … esagerata, turbolenta, inquieta, aggressiva, niente mezze misure… A lei …del resto era l’unica che poteva rispondere. Man mano che l’allontanavano lei tirava a scomparire. Aderiva al desiderio altrui oppure in lei una mala pianta suggeriva d’assentarsi. Guardava cose, fatti e persone con occhi diversi sperando ogni volta di avere lo spazio dentro per contenerle. Bisogna allargarlo quello spazio e da soli è una fatica immane. Letture insolite, linguaggio strano che la norma non consente, non approva, neanche per mettersi alla prova, neanche per gioco. Neanche un sorriso.  Irrimediabilmente personale. Anche la sua tesi di laurea era stata definita personale, troppo personale e non era un complimento. Rompeva gli schemi. Creava allarme. Non conforme potevano scriverle sulla fronte. Poteva far miracoli, nessun sorriso. Ora le restavano le narrazioni non narrate, quelle che avrebbero potuto essere ma non sono state. Non avrà abbastanza anni per farle su come una tela dentro cui avvolgersi. Forse siederà su un mah ad aspettare. Quel sorriso che non potrà essere, quel sorriso si riceve da bambini o nessun altro sorriso sorriderà davvero. Forse non avrà più voglia di raccontare. Magari comincerà a vivere. Con o senza gli altri.

tiziana Campodoni

© Christophe Dessaigne

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