Sorgente: Devi essere forte

Arlo si trovò a fare i conti con la propria vita mentre sfogliava una rivista femminile. Sotto l’ombrellone in una riviera semideserta, nei primi giorni di maggio e di sole tiepido. La pelle bianca, la maglietta che nell’inverno appena trascorso aveva usato per andare a dormire. Nascose i piedi sotto la sabbia e pensò agli struzzi. Sorrise. Aveva chiesto la casetta al mare, quella di nonno. Il suo nonno adorato. Quello del primo motorino e del primo preservativo a 16 anni. Preservativo prematuro pensò. Sorrise di nuovo. Prese un pezzetto di legno. Quei pezzetti di legno che si trovano sulla spiaggia, bianchi che nessuno si domanda perché e per come sono lì. Fanno parte del tutto, nessuno se lo domanda. Fu mentre sfogliava quelle pagine di vestiti, diete e celebrità che vide con certosina chiarezza cosa era successo. Conosceva la teoria. Sapeva tantissime cose perché aveva letto e aveva ascoltato quelli che sapevano tantissime cose. Riteneva, per principio, tutti più sapienti di lui. Era sincero in questo. L’unica cosa che giudicava era il modo: la simpatia era indispensabile. Non accettava consigli dagli antipatici. Amava i vecchi. Sapeva, dicevamo, tutta la teoria ma quel giorno non capì: comprese. ‘Devi essere forte’. ‘Devi essere forte’: questa era la chiave della sua comprensione. Nel momento in cui, ancora piccolo, avrebbe avuto bisogno di essere pienamente debole, triste, sofferente, gli avevano ripetuto che doveva ‘essere forte’. Lo avevano fatto le persone che per lui contavano. Sapeva, in teoria, che avevano detto quelle parole per loro stessi, per un egoismo pazzesco che solo l’essere umano di fronte alla morte può esprimere con tanta crudeltà, lo avevano detto perché, se lui fosse stato forte, loro avrebbero potuto essere tranquilli, non avere preoccupazione, vivere la loro sofferenza passeggera e ripartire per i cazzi loro. La sua forza era necessaria agli altri. Fu da quel momento, comprese con lucidità mentre deponeva la rivista sulla sdraio e si spazzava via con le mani la sabbia dalle gambe, che iniziò a fingere di vivere. Lo stava pensando con una certa compassione, senza durezza verso sé stesso, in un modo giustificatorio ma non assolutorio. Sapeva benissimo che era sua la responsabilità di quella scelta e che avrebbe potuto urlare allora che era lui che aveva diritto a soffrire e a essere debole e non doveva fare la stampella agli altri, lui più piccolo, loro adulti. Non lo aveva fatto, punto. Ma ebbe chiaro che, da allora, aveva preso la strada della finzione e abbandonato quella della verità, verso sé e verso la vita. Si alzò e andò a riva, si fermò a guardare l’acqua fredda che portava con calma la schiuma sopra le dita dei suoi piedi bianchi. Anche se adesso cambiassi e tornassi a cercare quel bivio, pensò, non potrei più vivere ciò a cui ho rinunciato. Fu in quel momento che, nella sua giornta di maggio, nella giornata della sua comprensione totale, chiarì la necessità di dividere la propria vita futura in tanti pezzetti, in atti, gesti, episodi che potessero contenere, nel loro piccolo, tanti bivi da cui ripartire con nuove, minuscole decisioni. Pensò che avrebbe potuto brevettarli e chiamarli i ‘piccoli bivi della verità verso sé stesso’. Per un attimo cercò un acronimo ma vi rinunciò subito. Decise che avrebbe iniziato da quella giornata. Sarebbe tornato quando il buio non avesse del tutto prevalso. Avrebbe suonato il campanello di nonno. Gli avrebbe sorriso, restituito le chiavi della casetta e detto grazie. Lo avrebbe abbracciato e avrebbe pianto. E poi sarebbe andato in cucina. Avrebbe aperto una bottiglia di rosso dei colli vicini, quello tappato da nonno e avrebbe cucinato per lui la pasta. Nonno era il nuovo punto di partenza. Ricordava cosa gli disse quel giorno: ‘Non dare retta a nessuno. Spesso la vita è una merda senza senso. Vivi il dolore come ti pare. Poi riparti. Come sai. E perdona. Come puoi’.

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