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© Mario Dondero Parigi, clochard nel metro, 1963

Siamo figli di un immenso dolore che ha distorto i volti, incenerito vite, devastato famiglie, distrutto persone. Figli di conflitti, orrore e risentimento, deformati dall’angoscia, annichiliti dalla sofferenza. Provocar dolore : questo il fine ultimo di ogni bomba, ogni guerra, ogni odio, ogni violenza.

Chi ha mai vinto una guerra?

Il dolore ha vinto tutte le guerre.

Bimbi allattati a seni svuotati dal dolore, seni riempiti di lacrime e ghiacciati nell’amore. Bimbi cresciuti a compensare il vuoto con le cose, ad alimentare risentimento e rabbia, a far del possesso un bene, a far della merda miele. Cresciuti a morsi, a incidere rapporti nel dolore, a intervenire nella vita altrui con violenza a scalfire la propria con tagli e disegni e buchi e incidenti stradali : domanda muta e feroce sull’esistenza. La propria.

La blue whale porta negli abissi adolescenti che stanno male e malissimo e della cui condizione noi, distratti, non ci siamo accorti. Perchè non ce ne accorgiamo? Questo bisogna domandarsi. Perchè questo ci costringerebbe a “guardarci dentro”. E già, lo chiamiamo “gioco”, ma chi è quell’adolescente che si tormenta il corpo per sentirsi vivo? Chi porge le braccia a coltelli che “fanno dolore e al dolor finestra” ? Chi è nella selva oscura, chi ha disvelto l’anima feroce dal corpo ed ella è là dove fortuna la balestra e non l’è parte scelta. I bambini, gli adolescenti hanno padri e madri e hanno una società alle spalle che non si occupa minimamente del loro reale benessere perchè non produce profitto immediato. Rimuoviamo totalmente le domande all’origine e come mosche impazzite voliamo incomprensibilmente qui e là con delle pezze inutili con parole inutili con scelte inutili. Rimuoviamo l’essenziale e ci occupiamo del superfluo… tanto lì le responsabilità non inchiodano nessuno.  Non ci sono rimedi inutili: o sono efficaci o sono dannosi perchè portano con sè un’altra sconfitta.

Trasmesso di generazione in generazione il dolore dà i suoi folli frutti. Ci siamo domandati mai dove sia andato a finire tutto il dolore di millenni e millenni? No, noi parliamo di ricostruzioni, devastazioni, macerie, debiti di guerra, di numeri, di spese, danaro, di statistiche, di nemici mostruosi come se noi fossimo passerotti, come se le macerie che noi causiamo fossero biscotti sbriciolati.

Parliamo di cose,  perchè solo cose abbiamo negli occhi. Abbiamo tolto anche il significato al dolore ed è rimasto povero e privo di se stesso, un guscio eluso e sterile a rivestire vuoti e noiosi narcisismi … anche loro inseriti nella catena, anche loro hanno dato, danno e daranno frutti mortiferi.

Ma le macerie dentro, i deserti di solitudine, i legàmi bombardati, il vuoto delle perdite, la gioia rasa al suolo? I ricordi travolti nelle stanze devastate e la paura che disorienta, il terrore che blocca il pensiero, il panico che paralizza il sentire in un circuito che ripropone la propria morte all’infinito?

Questo fa il troppo dolore. La dissociazione da ciò che è intollerabile, la separazione, il distacco… “l’anima disvelta”. “In ogni grande separazione c’è un germe di follia” Goethe. Se avessimo intelletti amorosi ce ne occuperemmo e ci guardemmo dal farlo germogliare.  Ma non riconosciamo la gravità, non ci rendiamo conto del pericolo, non possiamo pensare le conseguenze e non vediamo il terrorista dentro di noi, il sabotatore interno mentre nutriamo con l’odio il nemico dentro, intossichiamo il linguaggio e rincorriamo parole velenose, cariche di rabbia, di violenza, allusioni sessuali più che inopportune, ma rivelatrici … Dovremmo sapere che “voler ciò udire è bassa voglia” Dante.

Il dolore è una catena che si trasmette e le cui conseguenze sono imprevedibili.  Ma che faccia male si sa. Vale per noi e vale per gli altri. Vale per tutti. Non c’è musica, non c’è quadro, non c’è poesia che non parli di dolore. Tutta l’arte urla dolore. L’abbiamo confinato lì, come la follia nei manicomi. Separato. Eppure non è così impossibile vedere la follia dentro di noi… se solo osassimo guardarci dentro“Non è perchè le cose sono difficili che non osiamo. E’ perchè non osiamo che ci sembrano difficili” (Seneca), se solo smettessimo di darci ragione e di autocelebrarci sopravvalutandoci senza vedere disistima e disprezzo che regnano in noi.

C’è il dolore inevitabile, lo sappiamo, a volte ci regala una consapevolezza nuova. Non basta il dolore quotidiano, quello che ogni vita deve affrontare, quello che non puoi evitare? No, aggiungiamo dolore al dolore, dolore in dose massiccia, quello che sarebbe evitabile e che come una tortura è somministrato a viva forza in ogni parte del pianeta, mari inclusi.

Quando facciamo scelte di ogni genere, politiche comprese, di umanità dovremmo preoccuparci, umanità tanto devastata, inascoltata, mercificata che “tanto il dolor le fè la mente torta”.

Se vogliamo sconfiggere le radici del potere seguiamo i soldi, se vogliamo raggiungere l’umanità, seguiamo il dolore.

Nessuno ha mai vinto una guerra, ne’ vinti ne’ vincitori. Unica sconfitta è  l’umanità, unico vincitore è il dolore. Ma noi continuiamo pure a non crederci, a sottovalutare segnali inquietanti, a guardare idioti programmi televisivi, a stordirci e anestetizzarci con ogni genere di droga legale o illegale, a sorridere giulivi da manifesti pubblicitari… come se fossimo un emorme pezzo di carta, come  fossimo noi quelli che ammiccano e sorridono.

tiziana Campodoni

 

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