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… Non m’importa di che colore erano o da dove venissero : sono morti dal freddo qui, tra addobbi natalizi e nastri di voci benauguranti tra fruscii di carte da regalo e passi frettolosi sui marciapiedi… E no, non erano in un albergo. Sono morti qui, a fianco di appartamenti riscaldati, sotto portoni illuminati, dentro stazioni frequentate. Non erano in un bosco da soli. Non m’importa neppure se avevano “scelto” di vivere come stracci a terra per strada, se avevano rifiutato la nostra società per una fatta di lattine, mozziconi di sigarette, cartoni, pessimo vino che brucia il fegato, abiti usati vecchi strappati e lerci. Non m’importa, non mi sento respinta, tradita e non mi sento estranea… posso comprendere il viso di chi guarda dal basso, di chi ha dovuto fare della strada la sua unica possibile dimora. Tanto esclusi li abbiamo che ora si escludono da soli, tanto ignorati li abbiamo che si rendono invisibili da soli, ombre ai loro e ai nostri occhi… anime dilaniate che descriverle “non è impresa da pigliare a gabbo”(7), anime che forse parlano ancora la lingua che chiama mamma o babbo “onde parlare è duro”(14) argomento doloroso e duro cui converrebbero “rime aspre e chiocce”(3) che neppure Dante è sicuro d’avere.

Faccio fatica a comprendere chi non si china, chi non rivolge lo sguardo in basso verso chi è “là sotto il freddo cielo” (27) e non fa caso a come si muovano i propri passi affinchè “non calchi con le piante le teste de’ fratei miseri lassi” (20) “livide…ombre dolenti nella ghiaccia” (35) dove  “ognuna in giù tenea la faccia al freddo e dalli occhi il cor tristo tra lor testimonianza si procaccia” (39) e la solitudine di questo “tra lor” mi commuove.  Non mi importa se traditi dalla famiglia, dalla patria, dalla fragilità, non mi importa se “voler fu o destino o fortuna, non so”(76) so che sono morti di freddo. Qui.

“Ditemi, voi che sì strignete i petti,

…chi siete?” “E quei piegaro i colli;

e poi ch’ebber li visi a me eretti,

li occhi lor, ch’eran pria pur dentro molli,

ghiacciar su per le labbra, e ‘l gelo strinse

le lagrime tra essi e rinserrolli” (41-48)

Ci vorrebbe un mondo che non ha buttato alle ortiche l’uomo e l’umanità, ci vorrebbe una società adulta, paterna e materna, che non parli più il linguaggio infantile e che dei piccoli e di chi ha bisogno, quindi, sia capace di farsi carico, ci vorrebbe una società dove economia e politica vedano l’uomo come uomo e la merce come merce, un mondo dove “dal fatto il dir non sia diverso” (12) e non è davvero il nostro.

Ci sono tanti modi di morire dal freddo. Si può morire di solitudine e silenzio, si può morire di non amore e abbandono, si può morire di tristezza e dolore o d’incomprensione che esclude…  E si può morire perchè privi di compassione.

tiziana Campodoni

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