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avv è da vent'anni che mi pare di parlare coi muri scritte-sui-muri
L’uso dell’emergenza e della fretta sono una forma di terrorismo psicologico e servono a paralizzare le menti, a non consentire la comprensione, ad alimentare la dipendenza, ad abbassare l’autostima. Questo in ogni campo, personale o collettivo.
ipocriti
Emergenza e fretta, così come vengono trasmesse, non sono mai giustificate se non da una colpevole disattenzione protratta nel tempo e da una mancanza di progettualità a lungo termine.
Non sono giustificate ma servono… a mettere a rischio l’equilibrio psicologico delle persone a creare ansia e allarme…
Servono a far pensare che per tanto si faccia non si riuscirà ad incidere sulla realtà, servono a far accettare la logica “del meno peggio” “del turiamoci il naso”, che non è logica è pavidità. E’ vivere nella paura della catastrofe imminente, è essere passivi e stare nell’acquitrinio puzzolente e malsano di chi affoga nella paura, nelle proprie schifezze segrete, nelle proprie proiezioni e aderisce alle scelte del persecutore (credendo di non scegliere per se stesso il ruolo della vittima), in una complicità col carnefice, per evitare un male maggiore senza rendersi conto che quello, intanto, è il male peggiore.

Chi lo attua vuole il potere assoluto su una persona o su un popolo.
Chi lo attua e lo nega è doppiamente colpevole: da una parte forza la spina dorsale delle persone, invalida la loro dignità, mina le fondamenta della tutela e del lavoro, dei diritti, delle Carte Costituzionali e dall’altra minimizza la sofferenza e colpevolizza l’errore -sempre altrui-, ridicolizza il bisogno, nega le proporzioni che danno senso al vivere e alla civiltà, umilia la verità, cronicizza la solitudine, dichiara e non fa, mente di fronte all’evidenza e imposta il delirio “tutto va bene, anzi meglio” sulla tragedia.
Questo, in ambito personale e sociale.
Può accadere in una relazione di coppia quando uno/a allontana tutti gli amici e parenti dell’altro/a, agisce un perverso controllo che man mano diventa stringente e può  diventare assoluto, violento, non di rado omicida.
Può accadere parimenti nella relazione di un governo con un popolo. Avviene quando quando chi governa si trasforma in “un cinico senza onore” (non ricordo se Tolstoj o Ruskin ebbero già a dirlo): un comandante che affonda la nave non mette in salvo i suoi, ma se stesso. Avviene quando un gran numero di psicopatici del successo si ritrovano in luoghi di potere. L’accelerazione, la competizione, l’aridità intrinseca dell’amore per il potere e il danaro – unico che possono provare – la compressione e lo strozzamento hanno eliminato, strada facendo, le persone migliori quelle dotate di lealtà, onestà, scrupoli, equilibrio interiore e uno straccio di empatia nei confronti “dell’altro/i” favorendo, invece, l’emergere di chi sa cogliere vantaggi immediati senza preoccupazioni per il futuro, degli opportunisti, degli ipocriti, degli squilibrati… quelli per i quali “gli altri non sono altro che paesaggio” F. Pessoa.
Una nuova mafia “invisibile” è seduta su un’immoralità senza precedenti : cardine primo è l’eliminazione dell’ “altro”, del “prossimo” e, ovviamente, del confronto. La fretta, l’accelerazione – come in un viedogioco – si trasformano in intensa eccitazione senza sbocco senza reale soddisfazione perchè senza relazione e a scapito del sentimento di partecipazione. Non è un caso che gli attacchi di panico siano uno dei “moderni” disturbi d’ansia e dell’animo contemporaneo.
L’eccitazione è una nuova forma di dipendenza, compagna di viaggio rassicurante di un sè inesistente che ha escluso l’altro per il quale non prova alcuna compassione e, famelica, ha sempre bisogno di un livello sempre maggiore di crudeltà, di anestesia emotiva, di scandalo.
Non è possibile uscirne con un “ritocco” … siamo di fronte a perversioni morali permanenti che non lasciano sensi di colpa: la psicopatia appunto. Assai poco curabile.
Non è possibile uscirne senza mettere in gioco se stessi.
Come scriveva Luce Irigaray “non basta distruggere il padrone per sfuggire alla schiavitù”.
Elliott Erwitt, London, England, 1978.
Elliott Erwitt, London, England, 1978
Sto prendendo la china delle “robe troppo lunghe”. Caffè.

Lo so, era meglio se dormivo.
tiziana Campodoni

 p.s. Aggiungerò alle “robe di tipo corto”, alle “robe” e alle “robe di tipo troppo lungo” le “robe di tipo schiacciato”.
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