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“Gli alberi del Sud producono uno strano frutto,
sangue sulle foglie e sangue alle radici,
un corpo nero che ondeggia nella brezza del Sud,
uno strano frutto che pende dai pioppi.
Una scena pastorale nel valoroso Sud,
gli occhi sporgenti e la bocca storta,
profumo di magnolia dolce e fresco,
e d’improvviso l’odore della carne che brucia.
Qui c’è un frutto che i corvi possono beccare,
che la pioggia inzuppa, che il vento sfianca,
che il sole fa marcire, che l’albero lascia cadere,
qui c’è uno strano e amaro raccolto.”

 

Circondavamo di sorpresa i loro villaggi e tendevamo reti nelle foreste per intrappolarli, proprio come se fossero stati animali. Facevamo razzie o guerre contro le altre tribù per procurare prigionieri e li incolonnavamo verso i porti d’imbarco. Giungevano in lunghe file, a volte dopo mesi di cammino, stretti l’uno all’altro da collari chiusi intorno al collo. Chi non resisteva alla lunga marcia veniva abbandonato o lasciato morire. Prima di farli salire a bordo li marchiavamo con un ferro rovente però li battezzavamo prima con una improvvisata quanto  ridicola e vergognosa “cerimonia”.

Avevamo capito che la schiavitù si sarebbe potuta “giustificare” soltanto con la possibilità di conversione. Avevamo capito anche che “la religione avrebbe potuto essere un efficace strumento di controllo sociale. Il predicatore avrebbe potuto fornire agli schiavi (come difatti fornì) degli eccellenti motivi perchè essi obbedissero ai loro padroni comportandosi nel modo che a questi faceva più comodo” (Federal Writers’ Project, Interviste raccolte tra il 1936 e il 1938). La religione, le credenze avevano sempre avuto un ruolo importante nella cultura dei popoli africani : erano ridotti in schiavitù, il loro Dio non era vincitore e loro prigionieri. L’altro Dio, il nostro, era più forte quindi e andava rispettato. Comunque, tanto per non saper ne’ leggere ne’ scrivere, avevano l’obbligo di andare alla chiesa dei bianchi, ma seduti in fondo, mentre il pastore bianco predicava …“Non rubare le galline e le uova al tuo padrone e la tua schiena non sarà frustata”… “Obbedisci al tuo padrone e alla tua padrona, e la tua schiena non sarà frustata” (Lewis Fabor, ex-schiavo, nato in Georgia nel 1855)

Iniziava poi il mostruoso viaggio su navi stipate fino all’inverosimile, dove gli schiavi venivano ammassati in locali non più altri di un metro e mezzo, quasi privi di aria e luce . Nudi e incatenati a due a due, avendo a disposizione uno spazio di non più di cinquanta centimetri ciascuno : traversate che potevano durare anche due o tre mesi. Molti si ammalavano per il sudiciume, per le torture, per la facilità del contagio, per le ferite che s’infettavano, per la fame, per la sete: alcuni, spinti dalla disperazione, si suicidavano. I più deboli e i più malati venivano lavati, rasati, lucidati con olio perché facessero bella figura per essere venduti all’asta, al mercato. Li attendevano le piantagioni, le miniere, una vita durissima e logorante, la ferocia di padroni disumani.

Questa “operazione economica” ha coinvolto popoli e nazioni di tutti i continenti (con la parziale eccezione dell’Australia). Gli europei hanno gestito il traffico, gli africani hanno spesso catturato e venduto altri africani, gli arabi hanno commercializzato con gli europei, i coloni e i loro discendenti hanno posto sotto schiavitù i corpi neri, strange fruit, nelle piantagioni. Più di dodici milioni di deportati da scafisti senza scrupoli, venduti come schiavi a mercanti senza cuore.  Allora … gli scafisti… i mercanti di uomini, donne e bambini, gli schiavisti… eravamo noi. 

È impossibile esagerare il male della tratta. Contratto di acquisto di uno schiavo stipulato a Lima nel 1794
Abbiamo incontrato una donna uccisa
dal padrone arabo perché non era in grado
di camminare oltre.
Abbiamo visto una donna legata
ad un albero
e lì lasciata morire.
Abbiamo incontrato i corpi di uomini
morti per fame”
David Livingstone.
Contratto di acquisto di uno schiavo
stipulato a Lima nel 1794

 

“Gli schiavi del Nuovo Mondo usarono la religione come occasione principale per la creazione e la ricreazione della comunità” (G.P.Rawick ): un ibrido tra usanze, riti africani e liturgia cristiana.

https://www.youtube.com/watch?v=aaKf6P2nhKg   Harlem Gospel Choir – Amazing Grace (EXCLUSIVE)

Harlem Gospel Choir – Amazing Grace (EXCLUSIVE)

In piedi camminavano in tondo strisciando i piedi senza sollevarli mai da terra…a volte l’avanzare era dato da movimenti scattanti che agitavano i corpi neri madidi di sudore, a volte in silenzio ma spesso cantavano battendo le mani un motivo conduttore “sperichil” (spiritual) anche tutta notte. Facevano rumore, non lasciavano dormire i bianchi… Inoltre incrociavano i piedi ballando, e questo era diabolico come lo erano il tamburo, il banjo, il violino (in cui i negri eccellevano) : strumenti peccaminosi e devil songs.

Avvertivano un’indistinta colpa per la loro origine, per il colore della pelle e man mano si ritirarono a cantare e suonare in luoghi appartati, nei boschi, di notte… (Anche i “pellerossa”, i nativi americani, le popolazioni che abitavano il continente prima della colonizzazione europea e i loro odierni discendenti non se la son passata bene con gli uomini bianchi! Anche loro confinati in riserve o estinti … )

Lo spiritual non è un canto di rassegnazione ma di esaltazione della libertà, una specie di strutturazione della propria identità, della propria affermazione: l’idea base degli spirituals è che la schiavitù contraddica Dio, sia la negazione della sua volontà.

https://www.youtube.com/watch?v=ZoJz2SANTyo  Soweto Gospel Choir – Amazing Grace (Most beautiful version!!)  

I negri d’America si sono vergognati fino ad un’epoca molto recente anche della loro musica, in particolare blues e jazz. E non dico altro.

“Black is the color” è uno splendido brano dall’andamento ipnotico, dolce e sensuale nello stesso tempo…

Il blues è un gioco sottilissimo e quasi impercettibile di domande e risposte “interne ed esterne”, una piattaforma armonica ideale per l’improvvisazione, dove la libertà spicca il volo, dove il jazz trova ossigeno e respiro. Se la tradizione europea tende alla regolarità d’intonazione, di tempo, di timbro e vibrato non così quella africana che ama l’instabilità tonale, “l’incertezza” modale, la ricchezza timbrica, la duttilità, la mutevolezza, le perifrasi, il tempo in levare, l’accostarsi mai diretto ad una nota, il messaggio cifrato … “in ogni verso è nascosto qualcosa” Brownie McGhee.

Hollis Brown viveva fuori città, con sua moglie e cinque bambini in una capanna cadente… ha camminato mille miglia, cercava lavoro, cercava danaro…i suoi bambini erano così affamati che non sapevano più sorridere, i loro occhi sembrano folli mentre gli tirano la manica, i topi han mangiato quel poco di grano, non ha nulla…Ha pregato il Signore di mandargli un aiuto, un amico, ma le sue tasche sono vuote e dicono che lui non ha amici. I suoi bambini piangono disperatamente, i loro pianti gli pugnalano la mente, non c’è acqua nel suo pozzo… c’è qualcuno che sa? Qualcuno si preoccupa? Non si regge più in piedi, il cuore sanguina, l’ultimo dollaro in sette proiettili, anche l’erba sta diventando nera nella parte selvaggia… sette brezze  soffiano alla porta della sua capanna e sette colpi risuonano come il frastuono dell’oceano. A nessuno importerà.

Quattro donne …La sua pelle è nera, le sue braccia lunghe, i capelli morbidi e le spalle forti abbastanza per sopportare il dolore influitto ancora… La sua pelle è gialla, i capelli lunghi, suo padre era ricco e bianco e violentò sua madre una notte … La sua pelle è marrone chiaro e le sue anche invitano… è solo una ragazzina, ma sarà vostra se avrete i soldi per comprarla… La sua pelle è marrone e i suoi modi duri, vorrebbe uccidere la prima madre che incontra perchè la vita che ella dà è troppo brutta per viverla… i suoi genitori erano schiavi..

Messaggio cifrato, allusioni, ammiccamenti, ambiguità o veri e propri rompicapo erano il rifugio emotivo in cui ogni schiavo poteva riporre i propri sentimenti e i propri pensieri che dovevano essere taciuti, nascosti, segreti e che, anche dopo 1865, non venne mai meno come la necessità di difendersi (durante i primi decenni del ‘900 i linciaggi erano cronaca quotidiana): lo stesso linguaggio si strutturò in gergo. Raggiungimi se puoi, sembrano dire… ma l’uomo bianco non capiva, nessuno che voglia comandare o si senta migliore per colore della pelle, per razza, sesso, o volontà di potere capisce… arroccato sul suo rassicurante “tempo in battere” non legge la metafora, la consapevolezza, l’umiltà e la poesia nell’universo dolente delle note blu…

Siediti a contare le tue piccole dita … Siediti a contare le gocce di pioggia che cadono su di te… tutto ciò su cui puoi contare sono le gocce di pioggia… vecchia ragazza blu… unhappy little girl blue.

L’uomo bianco non può raggiungere, cogliere, respirare la creatività, l’intelligenza e la libertà del jazz, ottusamente lo considera  alla stregua dei “panni sporchi” e lo confina “in basso”, in umide, fumose, segrete cantine. Ci vorranno tanti anni…

Dici che vuoi una rivoluzione, beh sai tutti vogliamo cambiare il mondo, ma quando parli di distruzione puoi considerarmi fuori... Io mi chiamo fuori! Dici che hai una vera soluzione, beh sai non aspettiamo altro che vedere il tuo piano, ma se vuoi soldi per gente con la mente piena d’odio tutto ciò che ti posso dire, fratello, è che devi aspettare. Mi dici che è l’istituzione, beh sai faresti bene a liberare la tua mente, invece, ma se vai innalzando ritratti del Presidente… di turno non ce la farai con nessuno, in nessun modo…

“Sapete cosa c’è di sbagliato nel mondo? La gente. E allora volete distruggerla? Finché voi-noi non cambieremo il nostro modo di pensare, non c’è alcuna possibilità. Ditemi una rivoluzione che ha avuto successo. Che cosa ha rovinato il comunismo, il cristianesimo, il capitalismo, il buddismo, eccetera? Le menti bacate, e nient’altro” J.Lennon

E’ che noi non parliamo d’altro che d’amore e non sappiamo un osso dell’amore. Parliamo tanto d’amore perchè non sappiamo cosa voglia dire amare.

Campi di cotone o caffè …ora campi di pomodori o arance … ancora camminano con le scarpe o senza, coi maglioni o senza, con un nome o senza e contano le gocce d’acqua salata… senza soldi, senza un letto, senza mangiare, senza un amore vicino, senza una madre o un padre al fianco. Questa volta la speranza o la disperazione li costringono su barconi dai quali forse non scenderanno mai o, se lo faranno nessun destino aprirà cancelli per loro. Noi… abbiamo dimenticato.

I nostri mari hanno strani frutti , sangue che increspa le onde e ossa senza nome affiorano come coralli sui fondali, corpi di uomini donne bimbi oscillano… sembra che le onde li cullino ma non dormiranno più, non si sveglieranno più.bimbo sulla spiaggia turca  … Strani frutti appesi ai barconi, bocche contorte dal terrore, occhi arrossati da lacrime e sale, volti stravolti dalla disperazione e dal dolore.

L’elegante e ipocrita Europa che ama se stessa nella brezza del mare, nell’odore dei soldi e delle banche, nel luccichio dei suoi preziosi gioielli da quelle miniere e  con quelle mani scavati,  non vuole questo raccolto amaro e straniero, non le servono questi corpi neri, strani frutti che l’acqua gonfia, deforma, manda a fondo e trasforma in cibo per i pesci e in qualcosa che forse la pioggia, come una madre premurosa, coglierà o forse il vento, come un padre dignitoso solleverà… Here is a strange and bitter crop…

(di Sirio TIMOSSI e Fabio COLAZZO)

Poco importa se fuggono da morte certa, miserie, distruzione e fame. Poco importa se fuggono da infernali guerre, se le armi gliele abbiamo vendute noi, la smemorata e barbara Europa fa muro e li respinge. Prima li fustigava barbaramente per metterli in catene e sfruttarli senza ritegno uccidendo il sogno di libertà, ora li picchia, li tratta ancora come animali, li umilia e li ricaccia indietro uccidendo il sogno di una speranza e di una possibilità di vita.

http://Europia.net

E ora in piedi. Non solo per applaudire Aretha Franklin, Nina Simone, Billie Holiday, Miles Davis … Noi che diamo lezioni di umanità a destra e a manca… neanche ci rendiamo conto di quanto abbiamo offeso l’umanità. In piedi e a capo chino a guardare in faccia chi siamo, cosa abbiamo fatto e a pensare a quanti sogni infranti, desideri massacrati, vite distrutte dalla nostra arroganza, dalla nostra miopia, dalla nostra sete di ricchezze e di potere, dal nostro egocentrismo. In piedi. E ritroviamo la fierezza, la dignità, lo sguardo semplice, onesto e buono di chi, a chi a bisogno di aiuto sa tendere una mano.

http://www.europia.net/shared/Europia_dossier.pdf 

Quando cammini nel bel mezzo di una tempesta tieni bene la testa in alto e non aver paura del buio, alla fine della burrasca c’è un cielo d’oro e la dolce canzone d’argento cantata dall’allodola…Cammina nel vento, cammina nella pioggia e anche se i tuoi sogni saranno sconvolti e scrollati va avanti, va avanti con la speranza nel tuo cuore e non camminerai mai da sola…

Nessuno, nella tempesta, dovrebbe mai essere solo.
tiziana Campodoni

 

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