Tag

, , , ,

Patagonia lRoad 40, Patagonia Argentina++++++++++++++++++++++++++++

Road 40, Patagonia Argentina

Le parole di mio padre, poche, le mie al suo capezzale percorrevano il sentiero della sua infanzia, del suo paese, della casa bianca dove c’era nonna col grembiule infarinato e il camino acceso ad aspettarlo. L’odore del pane appena sfornato, delle caldarroste, il vociare della strada che portava alla chiesa, proprio lì, dietro casa… Annuiva come riconoscesse quel percorso… E non ho più sentito il respiro, non ho più sentito il battito del cuore nella mano che tenevo. Un sentiero che lo ha riportato a casa. Ogni fine ha un dolore. E ogni strada, prima o poi, finisce.

Forse a una fine, forse ad un inizio non sai mai dove portano le strade. A volte è bello come quando presi il treno, anzi un treno, senza sapere dove andasse… dovetti scoprire la strada “strada facendo”. Libertà… autonomia fu sapersi esporre al vento del caso, abbandonare le sicurezze, imparare dal viaggio, lasciare una stazione senza piangere, scendere in un’altra piena di curiosità.  Ci sono strade che sono domande e ci sono domande che nel momento in cui puoi fartele non lasciano scampo, un nuovo mosaico si dispiega… Ci sono domande che cercano risposte, qui non le trovi perchè da noi vanno alla grande le risposte senza domanda. Risposte ovunque per non dare le risposte che servono. Strade piene di risposte… inutili, fuorvianti, confusive, snervanti. E strade di domande senza risposta.

Strade private e strade pubbliche e strade private di dignità, onore e rispetto… Le strade del lavoro sempre più strette dove sempre più persone sgomitano per buttarne fuori altre, ma la strada si fa sempre più stretta e il lavoro nessuno lo crea, nessuno allarga quella maledetta pubblica strada.

E ancora pensiamo davvero che quella strada si stringa per selezionare “il merito” dopo che l’eventuale merito è stato annullato da un non lavorare punto anche se hai due lauree, dal lavoro precario che significa vita precaria, doppi turni in ospedale che significano doppia fatica e probabilità d’errore, classi pollaio nelle scuole dove lavorare bene significa fare ore in più gratis…  “vero è che più e meno eran contratti  secondo ch’avien più e meno a dosso”. Ma dove l’avete mai visto questo “distillato” di merito premiato? Se smettessimo di farci raccontare panzane, se smettessimo di godere nel guardare altri che stanno peggio per sentirci meglio, se potessimo approdare al concetto che “divide ed impera” non è solo una citazione, una locuzione latina… La stretta strada della meritocrazia! Ma come fa ad esserci merito dove non c’è giustizia? Come fa ad esserci merito dove non ci sono pari opportunità? E poi guardate che è differente: nel migliore dei casi è il premio che, quando non è frode (e da noi è quasi sempre così), spesso porta al merito, come a scuola! Ricordo Matteo, c’erano ancora le bottigliette di succo di frutta…Non ero ancora riuscita a dargli un voto straordinario coinvolgente di cui andar fiero…A mensa si mette a soffiare dentro alla bottiglietta: un gufo fantastico! L’intera classe gli va dietro (abituati all’improvvisazione jazz!) civette, pappagalli, vento, pioggia, rami spezzati… e suonano una foresta, un’antica foresta istintuale di cui, se chiudevi gli occhi, potevi sentire anche l’odore. Dieci e lode di gufo! Matteo ha scritto il suo primo tema il giorno dopo. Questa una stradina per il successo … che non è lastricata di umiliazioni, di castighi, di test, di prove Invalsi distanti dalla strada della vita, lontani dalle emozioni e dall’intelligenza dei bambini. Come la strada maestra di un Paese non è lastricata di disoccupati, di evasori, incidenti sul lavoro, inquinamenti, violenza, menzogne, uso sconsiderato di tutto e tutti, esempi di cui vergognarsi anzichè andare fieri.  “Maestro, quel ch’io veggio muovere a noi, non mi sembian persone, e non so che, sì nel veder vaneggio” “Ed elli a me: ‘La grave condizione  di lor tormento a terra li rannicchia’ “ Dante.

Larga è la strada della crescita e larga è la strada della democrazia! Le prigioni sono piccole e anguste. La meschinità è piccola e pusillanime. L’indifferenza è piccola e vile. Sabbie mobili, senza strade e senza futuro dove ancora qualcuno crede di sopravvivere se solo”non si muove”.   Tante sono le strade… Quelle personali… in salita, in discesa, in pianura…spesso imprevedibili. E quelle di un Paese… bisogna saperle costruire ampie, salde, sicure, civili, accoglienti, lastricate di diritti e doveri rispettati da tutti o nessuno saprà mai dove portino.

Tante strade, ma noi spesso col paraocchi…tanto da non riconoscere più quelle private da quelle pubbliche, anzi usando quella privata per raggiungere la pubblica o trasformando quella pubblica in possesso privato. Come diceva S.J.Lec “Chi porta il paraocchi, si ricordi che del completo fanno parte il morso e la sferza.” Tante strade, quelle che sono un percorso di maturazione, quelle che conducono al desiderio, quelle che sanno di essere un viaggio e passano il testimone alla generazione futura. E noi? Strade che cominciano strade che finiscono… Quella di Giulio nell’atroce. E noi? I genitori di marmo per il dolore e colonne portanti di civiltà, compostezza, determinazione…Esistono persone così…E noi? Perchè non ne eleggiamo mai alcuna? Comincio a pensare che non sia mica vero che “ci meritiamo tutto”: è un modo per far di tutta l’erba un fascio, un modo per deprimere donne e uomini perbene per “colpevolizzarli” e contemporaneamente “assolvere” corrotti, furbastri, usurpatori. Quanto ancora dovremo sopportare? Fin troppo facile aggiungere “Oh Catilina… Quousque tandem abutere, Catilina, patientia nostra?” (Cicerone) “E qual più pazienza avea ne li atti, piangendo parea dicer: ‘Più non posso’” Dante, Purg.X.  Quanto ancora ci faremo prendere in giro e percorreremo la strada del ridicolo agli occhi del mondo? Segnor, rendimi giustizia di mio figliuol ch’è morto,  ond’io m’accoro” E’ una madre che non può ancora piangere, è una madre che dal naso ha potuto riconoscere il figlio… una donna e un uomo la cui strada è spezzata, devastati dal dolore ma vogliono risposte, legittime risposte che uno Stato dovrebbe essere tanto autorevole da pretendere e ottenere… Figure imponenti, maestose e nobili, il padre e la madre di Giulio Regeni, davanti a una minutaglia di mezze calzette capaci solo di far la voce grossa coi deboli e di  strisciare coi forti.  Scrive Alessandro Robecchi “Un paese che appalta fermezza, dignità e coraggio ai parenti delle vittime, non riuscendo a costruirne in proprio”. Già… Ha ragione: non si appaltano, non s’improvvisano e non sono in vendita serietà, fermezza, onestà, coraggio, dignità… Come non si possono dare in appalto il dolore, la responsabilità, la perdita, il lutto, le sconfitte, il divenire adulti.  

 

tiziana Campodoni

 

https://www.youtube.com/watch?v=iKO7YhLv_Rg    Schubert “Stabat Mater” Michel Corboz

giulio regeni +

 

 

Annunci