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Sesta e ultima parte

“C’è sempre un grano di pazzia nell’amore, così come c’è sempre un grano di logica nella pazzia.” Nietzsche

“La febbre del risucchio oppure il vuoto non meno devastante… il corpo si fa floscio e l’espressione da una fissità attonita e smarrita diventa assenza nell’Autoritratto a Weimar”. (Di Stefano)

 Munch, Autoritratto a Weimar (o Autoritratto con bottiglia di vino)

Munch, Autoritratto a Weimar (o Autoritratto con bottiglia di vino), 1906

Racconta la depressione, l’alcolismo e la solitudine alle prime ore dell’alba di una notte insonne, in un ristorante ormai deserto che non nutre più nessuno. La fuga prospettica dei tavoli è come un risucchio di pensieri attratti da un vortice sconosciuto. Dietro di lui due figure (i camerieri e l’ultimo cliente che sanciscono, nel quadro, l’isolamento), due figure che si danno le spalle, che si ignorano e che sembrano sorgere da Edvard spinto otticamente verso chi guarda dall’aureola rosso/fuoco/sangue che parte dall’uno (il cliente) e si conclude in un sè sdoppiato (le due figure) come un altro quadro che sta dietro al quadro.

Il vicolo cieco imboccato da Munch lo porta attorno ai quarantacinque anni ad un crollo psichico, una grossa crisi nervosa, da più sintomi e da tempo annunciata, che lo costringe, nel 1908, ad un lungo ricovero in clinica a Copenaghen.  https://www.youtube.com/watch?v=wvBHnCDxOa8  Brad Mehldau, da Elegiac Cycle, Bard

Gli anni che precedono la grande crisi vedono Munch impegnato in un drammatico e lacerante esercizio, ma, come dirà egli stesso “la macchina fotografica non potrà competere con la pittura fino a quando non potrà essere adoperata sia in paradiso che all’inferno”.

Con una piccola Kodak egli si scatta numerose fotografie che chiama , appunto, “fotografie fatali”, e che non di rado divengono modelli per i suoi autoritratti.  Si guarda dall’esterno. Mette in atto “l’uscire da sé” per veder “l’altro sé”. Gli sembra che l’autoscatto possa rivelare qualcosa che è dentro di lui, che fa parte di lui, ma che gli è ignoto e che nella vita o allo specchio egli non vede o non riconosce. Qualcosa che dev’essere strappato come un furto, qualcosa che dev’essere sottratto alla volontà, qualcosa che dev’essere colto di sorpresa e preso all’improvviso.

Egli mette in scena la modalità del suo vissuto: di sorpresa, all’improvviso, a cinque anni,contro la sua volontà, gli è stato strappato qualcosa … che poi ha creduto di ritrovare in una foto, quella di Krohg, e ancora cerca in una foto (di sè). Anche qui c’è il corpo a corpo tra sé e sé, c’è la ricerca spasmodica di quella fugace impressione…… la “prima impressione”. E la prima impressione negli occhi dei bambini è la madre.  https://www.youtube.com/watch?v=XjAS_LPXgP8 Brad Mehldau – Secret Love

Mette in scena la modalità, ma non trova il contenuto che è dentro di lui: esso, oggetto perduto, si è strappato da quel dolore ed Edvard, colpevole di  averlo smarrito, non lo trova neppure se come un avvoltoio si fa a brandelli.

“Quando nel 1909 viene dimesso dalla clinica, è un uomo che ha deciso di riconciliarsi con se stesso, con le proprie radici e anche con la propria fragilità nervosa: la solitudine, da condanna diventa scelta di vita. E l’addio al passato mette fine al disordine, ai vagabondaggi, all’alcol, agli amori: “Lascio la donna nel suo paradiso, le spine della rosa sono troppo appuntite”. Tra sé e il mondo frappone il recinto del proprio atelier, adesso il lavoro della pittura coincide con l’intera esistenza da cui tutti sono esclusi. “L’inferno sono gli altri”, scriveva Sartre, ora è Munch ad escludere “gli altri”, le donne. La creatività artistica è una via attraverso cui un vissuto inconscio può essere intuito dalla coscienza. In questo modo l’opera d’arte dona senso e lenimento al dolore interiore. Artista dotato di enorme talento, egli tenta instancabilmente di dare volto e forma alle sue grandi ferite interiori, alle sue difficoltà relazionali, all’impossibilità affettiva e rende manifesti i vissuti, i drammi, i fantasmi della mente – ogni quadro un tassello – in modo tanto pregnante che ognuno di noi nelle sue opere può riconoscere qualcosa di proprio, qualcosa senza nome, qualcosa di “impensabile”, qualcosa che anche dentro di noi crea un “urlo” che rincorre una forma, un nome, una voce, un pensiero per uscire dall’ignoto, dal silenzio, dall’indistinto, dal dolore. https://www.youtube.com/watch?v=IeSXWuqHPkM   Brad Mehldau, da Elegiac Cycle, Resignation

Munch coppia bello

Munch, “Sotto le stelle” 1900-1905

E torna a casa in Norvegia, ma in esilio volontario lontano dalla città, cerca un villaggio sul fiordo da cui si possa guardare il mare aperto, dapprima a Krageroe, poi a Ekely. I quadri da cui non si separa sono i suoi soli compagni, le sue “guardie del corpo” che sottopone ad “una cura da cavalli” . Una parte di lui ha bisogno di una difesa, un’altra parte di lui ha bisogno di una massiccia cura. Intuisce il vero, Munch, ma dimentica la profonda, sostanziale identità tra torturato e torturatore che la sola mediazione artistica non può risolvere. Decine e decine di tele “abbandonate” all’aria aperta senza alcuna protezione, con ogni tempo. Lui chiamava questo trattamento ‘la cura da cavalli’. Tele con graffi, buchi, macchie di umidità, incrostazioni di terra e di escrementi d’insetto.

Munch nello studio allʼaperto a Ekely (1925 ca.)

Edvard Munch nello studio allʼaperto a Ekely, 1925

Il ghiaccio è un anestetico, il gelo purifica, uccide i germi, il gelo raffredda le bollenti pulsioni… Le creature, i “figli” dell’artista, come lui, stanno “fuori”… esclusi dal tepore dolce e dalla comprensione altrui. Fuori stanno, sotto la pioggia – come un temporale, come un’alluvione – di un amore brutalmente interrotto, alla furia del vento incontrollabile dell’ansia, al sole cocente del tormento, alla buia notte della paura e del panico, al gelo affettivo, all’incuria della disistima e nella precarietà d’amore, alla solitudine straziante dell’abbandono. “È come se i miei quadri avessero bisogno di un po’ di sole, di sporco e di pioggia. Spesso infatti i colori si combinano meglio. Solo i cattivi quadri devono essere integri e hanno bisogno di cornici raffinate’. (Munch) Forse, come organismi viventi, voleva rendere, più “forti” le sue creature, più resistenti o forse le tele addossate alla casa – sepolte dalla neve che il pittore spazza via con una scopa – o appese ai rami degli alberi, come anime sospese in attesa di macchie e rughe, sono la metafora del suo corpo consumato dal tempo e dalle intemperie.

Nessuna creatura ha bisogno di una tale “cura”. La soluzione non è passare dal torturato al torturatore. https://www.youtube.com/watch?v=UrAWErB4_cg   (Ennio Morricone, Finale di un ‘concerto romantico interrotto’ per violino, pianoforte (in canone) e orchestra Colonna Sonora del film “Canone Inverso” – Ricky Tognazzi). 

Lasciò tutte le sue opere alla città di Oslo: più di mille dipinti, la maggior parte in condizioni pietose.

E torniamo a Kafka.

C’era un avvoltoio che dava dei colpi di becco contro i miei piedi. Aveva già rotto stivali e calze, ora già dava colpi di becco proprio contro i piedi. Continuava a colpire, volò poi inquieto più volte intorno a me e si rimise all’opera. Passò un signore, guardò per un momento e poi chiese perché sopportassi quell’avvoltoio. “Sono inerme,” dissi, “è arrivato e si è messo a darmi colpi di becco. Naturalmente volevo cacciarlo via, ho persino cercato di soffocarlo, ma una simile bestia ha grandi energie. Stava già per saltarmi in faccia, allora ho preferito sacrificare i piedi. Ora sono già quasi dilaniati.” “Perché lasciarsi tormentare così,” disse il signore, “uno sparo e l’avvoltoio è liquidato.” “E’ così?” chiesi, “e vorrebbe farlo lei?” “Volentieri,” disse il signore, “devo solo andare a casa e prendere il fucile. Ce la fa ad aspettare ancora mezz’ora?” “Non lo so,” dissi, e restai per un momento irrigidito per il dolore. Poi dissi: “La prego, ci provi in ogni caso.” “Bene,” disse il signore, “mi affretterò.” L’avvoltoio durante la conversazione aveva ascoltato tranquillo, e il suo sguardo vagava tra me e il signore. Mi accorsi che aveva capito tutto. Si alzò in volo, indietreggiò per prendere lo slancio sufficiente e, come un lanciatore di giavellotto, lanciò il becco nella mia bocca, a fondo dentro di me. Cadendo all’indietro, liberato, sentii che nel mio sangue che riempiva tutte le mie cavità, che superava ogni argine, quello irrimediabilmente affogava. (Franz Kafka, L’avvoltoio) 

La conclusione della brevissima storia Kafka suggerisce la profonda e sostanziale identità tra il protagonista e l’uccello torturatoreIngabbiarsi nella difesa non servirà a tener lontano l’avvoltoio, “il torturatore”, come non servirà sbarrare le porte e le finestre delle stanze di Ekely per tenere fuori la notte e il freddo che Edvard ha dentro.  https://www.youtube.com/watch?v=fCc1076QL7c  Kenny Barron Trio – Fragile

Munch, Tra il letto e l'orologio (1940-1942)

In Tra il letto e l’orologio  (1940-1942) Oslo, Munch Museet, autoritratto e ultimo suo capolavoro egli è ancora in una stanza, ancora solo, vecchio, in piedi tra la pendola – la scansione inutile del tempo ( perché il suo tempo è ciclico e tende a ripristinare la perfezione originaria, il paradiso perduto all’età di cinque anni ) – e il letto stavolta vuoto, su cui, in alto, domina ancora un corpo femminile nudo che ancora si offre, mentre il pavimento riflette una croce ai suoi piedi. Gli occhi infossati sembrano già chiusi e la luce, per la prima volta, è dietro alle sue spalle.

Come la vita.

tiziana Campodoni

Pubblicato Edizioni Junior Bergamo, ma riveduto e ampliato mò.

p.s. Finito. E’ possibile che siano saltate virgolette, corsivi o citazioni: il computer si spegneva ogni tre minuti (prima di passar a miglior vita insieme al televisore e all’autoclave… #azzarola!) e ogni volta sparivano “robe”… me ne scuso … ma ‘ngnafaccio a rivederlo tutto e per giunta col computer nuovo e straniero che mi si oppone … 🙂

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