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Parte quinta

“La realtà non si forma che nella memoria” Marcel Proust

Rolf Stenersen, suo amico e biografo, scrive nel 1946: “Nel 1919 dipinse un ritratto di se stesso mentre era ancora malato, La febbre spagnola. Sta seduto in una poltrona con una coperta sulle ginocchia, vecchio e debole. La bocca è aperta e boccheggia… “Non le sembra nauseante?”… Cosa intende?… “Non sente l’odore?”… L’odore?…“Sì, ma non vede che sono lì lì per marcire?” Morire era per Munch anche marcire e decomporsi. Era scivolare verso qualcosa di disgustoso e orribile. E la morte e l’odore della morte gli ricordavano una cosa quasi altrettanto disgustosa e orribile. Concedersi. Andare a letto con una donna. La morte e la donna hanno lo stesso odore”. https://www.youtube.com/watch?v=v4-sv8WY6Jg    (Ryuichi Sakamoto The Sheltering Sky, Colonna sonora de “Il tè nel deserto” di Bernardo Bertolucci )

“Munch stesso, nell’interpretazione della sua arte, legava la paura della morte al disprezzo per la donna” (AA.VV. Diari)

Munch, Chiaro di luna (1895) Oslo Nasjonalgalleriet

Munch, Chiaro di luna (1895) Oslo Nasjonalgalleriet

Il vortice della sessualizzazione è in ogni opera di Munch : i corpi sono “grumi di senso”…le pose, i gesti, i movimenti, i lunghi e seduttivi capelli, gli abiti, le scenografie, i paesaggi, le linee, le onde, i contorni, le curve sinuose, le espressioni…Perfino l’orizzonte è dominato dall’astro e dalla colonna di luce che delinea un fallo capovolto che sprofonda nell’elemento femminile dell’acqua. Nel Chiaro di luna è assente ogni mistica romantica a proposito della luna mentre si staglia, inquietante nella sua fissità, l’assolutezza, spoglia e colma di malinconia, dell’eros simbolo fallico rovesciato restituito come riflesso della luna che non ha alcun bisogno di figure: né di uomo né di donna. (Di Stefano)  https://www.youtube.com/watch?v=slJYaOl-vvc   Gato Barbieri, Ultimo tango a Parigi

Per Betty  Joseph  il termine sessualizzazione indica uno stretto rapporto  di annodamento infecondo che impedisce di vedere veramente in quanto obbliga a vedere solo ciò che è stato già visto e colonizza la sessualità che permetterebbe, invece, una visione creativa. In questo modo la sessualizzazione potrebbe essere un mezzo per impedire il risveglio della mente e il rapporto fecondo e creativo temuto nella relazione come “terzo” che impedisce la collusione fusionale, e quindi ha la funzione di evitare il pensiero e la consapevolezza sullo stato di sofferenza. Scrive in Contributo clinico all’analisi di una perversione:”Questi pazienti, nella prima infanzia, possono essersi ritirati in un mondo segreto di violenza, dove una parte del Sé è stata volta contro un’altra parte, mentre parti del corpo venivano identificate con parti dell’oggetto che recava offesa, e questa violenza può essere stata intensamente sessualizzata.” (B. Joseph)

E, ancora, in Assuefazione alla quasi- morte : … “nella loro prima infanzia, essi “anzichè progredire e usare i rapporti reali, il contatto con le persone e con i corpi, si sono apparentemente ritirati in se stessi e hanno vissuto i loro rapporti in questo modo sessualizzato, nella fantasia…” (B.Joseph)

L’ostentato erotismo, ripetitivo, rituale e sempre uguale a se stesso, si configura come malattia dell’anima che si tormenta tormentando in quella che crede essere una libera e raffinata sensitività amorosa mentre è incatenata in una “forma erotica d’odio”.(R.J.Stoller) 

“Questi dipinti sono stati d’animo, impressioni della vita e dell’anima e insieme rappresentano un aspetto della battaglia tra uomo e donna chiamato amore [….] La donna che offre se stessa e raggiunge la bellezza dolorosa di una madonna”… “La donna nella sua multilateralità è un mistero per l’uomo. La donna che è una e contemporaneamente è una santa, una puttana, una creatura infelice e abbandonata”. (Di Stefano)

Naturalmente la suddivisione della donna in santa, puttana e mortifera è dentro di lui e precisamente vediamo all’opera  l’esaltazione narcisistica, la distruttività sadica e la caduta nella soggezione degradante: paesaggio psichico del desiderio che troviamo compiuto ne La donna in tre fasi. La malattia, la follia e la morte sono l’unico esito possibile nell’opera di Munch perché l’amore, lo strumento di salvezza per eccellenza, è l’agente del dolore, del vortice sanguinario, dell’abisso della colpa e della morte.

Munch, La donna in tre fasi (o Sfinge), 1894, Bergen, collezione Rasmus Meyer.

Munch, La donna in tre fasi (o Sfinge), 1894

La donna in tre fasi (o Sfinge) rivela molto della scenografia interiore di Munch: c’è la fanciulla in bianco che guarda l’acqua coi gigli in mano e che personifica l’ideale, il desiderio impossibile e l’ideale dell’io, il sogno irraggiungibile, l’aspirazione irrealizzabile del sé proiettato su un’immagine di donna; la donna nuda al centro, invece, si mostra con spudoratezza e rappresenta la realtà, il corpo, la carne, l’odiata sessualità dipinta nell’unico modo possibile, per lui, quello isolato, scisso e assoluto, degradato, sfrontato e corrotto; e poi vi è la donna luttuosa, mortifera, come uno spettro di cui si vede solo la testa mentre il corpo sparisce nell’ombra, essa rappresenta il dolore, il giudizio, il castigo, la colpa , la distanza, l’abbandono.

L’asse è quello di idealizzazione, degradazione, colpa.

Vi è ancora un’altra lettura, quella della vicenda d’amore e del desiderio ingabbiato nella coazione a ripetere: si può leggere la fase dell’innamoramento ideale, la fase della distruzione dell’ideale ad opera della sessualità e la fine, necessaria e coatta, ad opera della colpa che cancella/oscura il corpo della donna e le assegna in volto i colori e l’espressione della morte. Ella per tinte, atteggiamento e collocazione nell’ambito oscuro del quadro suggerisce una sostanziale identità con l’uomo ingabbiato tra i tronchi.  In questo stupendo quadro, infatti, non sono le donne o, meglio, la donna la chiave del problema bensì l’uomo oscuro che avanza o arretra silenziosamente con in mano un fiore rosso grondante di sangue e che volge le spalle alla scena, come se non lo riguardasse dopo averla creata, come se non la riconoscesse come sua, come avviene nella proiezione quando un contenuto intollerabile dentro viene portato fuori e collocato su altri.

E’ l’uomo scuro o l’oscurità inconsapevole di quell’uomo, la sua sessualità sanguinante, la sua testa segnata dalla morte, la sua menta livida che ha sacrificato anche il proprio corpo, che  regge l’architettura del quadro e tiranneggia il paesaggio psichico di Munch. https://www.youtube.com/watch?v=iNgy5zDtW-s   Billie Holiday – I’m a fool to want you

In tutto ciò si legge molto bene il lavoro separato, l’attività cieca e autonoma, lo scopo dell’inconscio privo dei ponti che collegano alla consapevolezza: esso idealizza per poi degradare al fine di dimostrare / ri-sperimentare che nessun /altro amore è possibile.

https://www.youtube.com/watch?v=rQxVTFVWNjA    Bill Evans – Time Remembered (Full Album)

fine parte quinta

tiziana Campodoni

Grazie a Lino Ventura per la passione che ha messo “Autoritratti di Munch” e a Patrizia Rametta che ha gentilmente confezionato  https://storify.com/PatriziaRametta/arteperlarte-munch

p.s. Il prossimo solo a computer nuovo!

In bocca al lupo a insegnanti e studenti 🙂 resistere, resistere, resistere…ma anche ridere, perchè più di una risata non meritano 🙂

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