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Seconda parte

“Ho dipinto le impressioni della mia infanzia” (E.Munch)

Munch Le persone sole 1907-08

Munch, Le persone sole 1907-08

Le persone sole e, forse, anche le “sole persone”… le sole persone che contano di cui una (sola) se ne va e l’altro (solo) cerca di raggiungerla. Due persone sole, due sole persone in una singola (tela).

“Dipingevo linee e colori che colpivano il mio occhio interiore. Dipingevo usando la mente, senza aggiungere alcunché, senza i particolari che, intorno, avevo smesso di osservare. Questa è la ragione della semplicità dei dipinti, della loro evidente vacuità. Ho dipinto le impressioni della mia infanzia, i tristi colori di giorni dimenticati”. (U. Bischoff)

“La difficoltà a vivere l’esperienza della sofferenza fa pensare a una situazione di disperazione insostenibile, a un «morire dal dolore» che sconquassa l’apparato percettivo-mentale, non permettendo il contenimento. L’impensabilità e l’invivibilità del dolore appaiono collegarsi, da un lato, alla gravità della perdita, che appare insostenibile (scomparsa, perdita o morte della persona amata), e dall’altro alla fragilità della struttura del Sé, a una mancanza di pelle psichica, di contenimento percettivo-mentale che permetta di tenere insieme questa esperienza. Invivibilità, dunque, e insieme inesprimibilità e non pensabilità del dolore”(T.Cancrini)  https://www.youtube.com/watch?v=HMPL_ACKmHk   Miles Davis – Kind Of Blue [Full Album] (1959)  https://www.youtube.com/watch?v=BhHA-rFSqE8

Munch, Morte nella stanza della malata (1895)

Munch, Morte nella stanza della malata (1895)

“Morte nella camera della malata (1895) rappresenta ancora l’agonia della sorella, ma stavolta vista attraverso il dolore dei familiari, Munch stesso si ritrae al centro di spalle. E’ la messa in scena del ricordo, e i personaggi non hanno l’età che avevano al momento dell’evento, ma quella dell’anno in cui viene concepito il quadro. E la vera tragedia in quest’interno claustrofobico, come la scatola teatrale dei drammi di Ibsen, è l’incomunicabilità del dolore, il suono greve del silenzio che separa i vivi” (Di Stefano)

La comunicabilità di un dolore dipende almeno da due elementi: essa è possibile quando “l’altro”, l’ambiente, l’esterno sono ricettivi, accoglienti e partecipano in qualche modo di quel dolore alimentando l’elaborazione del lutto, col tempo, col pianto, col ricordo, con amore, ma, è indispensabile, che quel dolore sia tollerabile, sia dicibile per chi lo prova, che sia comunicabile (o possa diventarlo grazie all’aiuto esterno). Se il vissuto emotivo è massiccio, devastante e non sopportabile, esso deve staccarsi dalla consapevolezza e dal sé perché non è contenibile, integrabile, vivibile: esso, dolore duro, sordo, muto, non può raggiungere la coscienza e non può trasformarsi in parole e pensiero,  non può da essi essere liberato, vissuto, consolato. Così il dolore non viene sofferto ma negato e si raggela dentro, prende altre vie ed è possibile che venga trattenuto come una reliquia, come un oggetto sacro che porta necessariamente con sé l’aspetto demoniaco.

Lo statuto dell’artista è la separazione: dall’impossibile integrazione nel mondo nasce l’opera d’arte, e l’artista sta in una regione al limite dello smarrimento e della malattia” (Munch)

Munch, La madre morta e la bambina (1897 –1899)

Munch, La madre morta e la bambina (1897 –1899)

In  La madre morta e la bambina (1897-99) Munch dipinge la piccola Sophie davanti al letto di morte della madre insieme ai familiari. https://www.youtube.com/watch?v=hXSAN4tKQh8  Alban Berg: Three Pieces for Orchestra, op.6 (1914/1915) Abbado Live 1969

La solitudine e l’incomunicabilità della bambina sono rappresentate in modo agghiacciante. I familiari sono in un’altra posizione spaziale nel quadro, cioè in un’altra situazione psicologica ed emotiva: sono al di là del letto della madre, oltre la morte; e nessuno  parla, nessuno abbraccia, nessuno guarda Sophie, nessuno può vedere che sta succedendo a Sophie. Lei è davanti, al di qua di una perdita così dolorosa, non può ancora tollerarla; inoltre quella morte la separa da tutti gli altri e l’unico modo per non esplodere, per sopravvivere, è voltare le spalle a quell’oggetto scarno, duro, essenziale, informe, incolore che sembra inciso nella roccia, o comunque in una materia diversa dal resto del quadro. Sophie è davanti e la figura orizzontale della madre morta pare incrociare, trafiggere la figura verticale della bimba sola, inorridita, disperata, quasi inserita, appoggiata (con-fusa) al letto della mamma, come sembra suggerire il lenzuolo che si inarca dietro di lei, come risentisse del peso della piccola. Il pavimento sotto di lei sembra sprofondare, ha dei sussulti, delle onde sismiche, singhiozza. Sophie, vestita dello stesso colore emotivo, sta vivendo un terremoto interno.

Il silenzio della morte è come un urlo che viene dall’interno, un dolore straziante che sbarra gli occhi, che costringe la bambina a tapparsi gli orecchi, a bloccare il sentire, a tenersi la testa per timore di andare in frantumi. “La catastrofe che colpisce il sé lascia una profonda devastazione che impedisce di elaborare l’evento traumatico” (Bion)

Una catastrofe per quel bambino di cinque anni… che Edvard proietta e lucidamente vede nella sorella.

Sono in questo quadro gli elementi de “Il grido” estrapolato da quella stanza, da quel contesto, da quella morte, da quel dolore: né uomo né donna, né adulto né bambino, ma una creatura deformata dall’angoscia, scarnificata dalla sofferenza, ridotta alla sua scheletricità nel suo indicibile terrore.  https://www.youtube.com/watch?v=JSUIQgEVDM4 The Doors – The End (original)

Munch Il grido (1895), Litografia. Oslo Munch Nuseet

Munch, Il grido (1895), Litografia

Un urlo così forte da modificare la realtà esterna, così forte da trasferire sul paesaggio arrossato da quell’amore divenuto dolore e sangue , “le onde sonore della propria  essenza devastante”. (Di Stefano)

Un urlo divenuto simbolo universale del dolore. 

E’ in quel bambino, Edvard, tutto il dolore del mondo.

Munch, L'urlo (1895), Olio su tela, Oslo, Nasjonalgalleriet

Munch, L’urlo (1895), Olio su tela

Scriverà da adulto: «Non so cos’altro fare se non lasciare che la mia pena invada l’alba e il tramonto. Resto solo con milioni di ricordi che sono milioni di pugnali che mi lacerano il cuore – e le ferite restano aperte».

E’ l’urlo del  panico interno condensato in un’unica immagine: il sé che grida il proprio disperato orrore mentre lo stesso sé si tappa gli orecchi perché non può sentirlo e contenerlo. Esso deforma la realtà che diviene persecutoria e si riversa, come un attacco esterno, ancora sul sé esercitando una pressione sconvolgente che dirompe nell’intimo e si affianca alla follia.

«Poteva essere dipinto solo da un pazzo» scrive a matita Munch tra le nuvole rosse della versione oggi alla Nasjonalgalleriet di Oslo. https://www.youtube.com/watch?v=DUmq1cpcglQ  Prokofiev – Dance of the Knights

La creatura de “L’urlo” ha la stessa scissione nello sguardo che abbiamo trovato in Autoritratto con braccio di scheletro: un occhio guarda fisso, pieno d’orrore, davanti a sé mentre l’altro, questa volta, sbircia sospettoso dietro di sé, angosciato dalle due figure che sono alle sue spalle, terrorizzato da una realtà esterna troppo vicina che egli sembra sentire addosso, sulla pelle, alle spalle.

La vita di Munch è stata un lungo percorso, 1863-1944, ma la sua maturazione psicologica, forse, non ha potuto essere  lineare e la sua crescita emotiva è stata in qualche modo sbarrata, devastata o interrotta dalla sofferenza.

«Camminavo lungo la strada con due amici – il sole tramontava – il cielo si tinse all’improvviso di rosso sangue – mi fermai – mi appoggiai stanco morto ad un parapetto – sul fiordo neroazzurro e sulla città c’erano sangue e lingue di fuoco – i miei amici continuavano a camminare ed io tremavo ancora di paura – e sentii un grande urlo infinito che attraversava la natura». (Munch)

Il pittore norvegese Christian Skredsvig racconta nelle sue memorie quanto Munch fosse catturato da questa esperienza. “Da tempo aveva voluto dipingere il ricordo di un tramonto. Rosso come il sangue. No, come sangue coagulato. Ma nessuno voleva sentirlo come lui. Tutti pensavano a nuvole. Parlava fino allo svenimento di ciò che l’aveva preso con terrore, triste perché i poveri mezzi della pittura non erano sufficienti. Egli cerca l’impossibile e ha come religione la disperazione.”   https://www.youtube.com/watch?v=O1wDihZNQyQ  Hozier – Take Me To Church    

Munch, Disperazione (1892)

Munch, Disperazione (1892)

Troviamo Munch su quel ponte in Disperazione (1892) assalito all’improvviso dall’angoscia che trasforma uno splendido tramonto in un incubo intollerabile dal timbro allucinato. Come troviamo L’urlo su un ponte, un ponte inclinato verso di noi che osserviamo e in qualche modo ci ingloba: l’inclinazione del piano, infatti, mette in allarme i nostri sensi i quali intuiscono, prima ancora che ne siamo consapevoli, l’accelerazione insita in quella discesa, nella fuga di contenuti vorticanti che sta per travolgerci e sommergerci d’angoscia.

Un ponte che non si sa dove inizi e dove finisca, un ponte che  non può lasciarci indifferenti, un ponte che certamente non sarà percorsohttps://www.youtube.com/watch?v=PJlAVidYtlM  Italo Calvino e Sergio Liberovici – Oltre il ponte, Modena City Ramblers 

Il ponte: il simbolo per eccellenza del collegamento. Il ponte si costruisce su qualcosa che è separato, diviso o distante, rappresenta la possibilità di relazione tra ciò che è diverso; esso, terzo elemento, unisce e collega due entità distinte.

Il ponte è metafora, tanto che la stessa metafora è spesso definita ponte. Il ponte rappresenta l’accessibilità, la comunicazione, il linguaggio, la pensabilità, la consapevolezza; metaforicamente rappresenta la relazione  esistente tra differenti funzioni psichiche e naturalmente il collegamento con l’inconscio.

Quel ponte è sbarrato per il piccolo Edvard, il suo dolore terrifico implode dentro di lui, devasta e dilaga in altre sfere emotive, in altri percorsi interni, gli impedisce di percorrerlo e di collegare il suo malessere al trauma della morte della madre, di collegare parti di sé dentro. Ciò che non può essere congiunto vive separatamente in modo inconsapevole e ciò che non è distinto resta confuso dentro di lui.  https://www.youtube.com/watch?v=KsIATAaR-X0  Arnold Schönberg, Pierrot lunaire (Full)

E la vita diventa un inferno.

Munch, Autoritratto all'inferno (1895), Oslo, Munch Museet.

Munch, Autoritratto all’inferno (1895)

Quando “gli argini saltano l’angoscia oscura la mente”. Edvard è “nudo nel proprio malessere mentre attorno si svolge una lotta di cui non ha controllo”. (Di Stefano)

“In Autoritratto all’inferno (1895) la nebbia si è addensata e scissa in una scura minaccia e nella rossa violenza del fuoco, contrapposte ma miscelate al centro nel bruno affocato della testa, che una striscia di rosso sul collo separa/decapita dal corpo di zolfo”… “Egli è preda di un incendio e di una notte che partono da dentro, e anche nel gesto la pittura si fa violenta, delirata, impietosa.“(Di Stefano) 

https://storify.com/PatriziaRametta/arteperlarte-donnedimunch di Patrizia Rametta che ringrazio di cuore insieme a tutti coloro che hanno dato il loro contributo.

Fine seconda parte

tiziana Campodoni

 

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