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 Prima parte

“Abbiamo l’arte per non perire a causa della verità” (F. Nietzsche)

munch madre edvard munch laura catherine bjølstad

Edvard in braccio alla mamma Laura Catherine Bjølstad, 1864

https://www.youtube.com/watch?v=p9hRj4TzIfA#t=74 (Youn Sun Nah – My Favorite Things) 

Se volessimo dare un volto alla catastrofe interna Il grido di Edvard Munch potrebbe fornirne la rappresentazione più autentica.

«La mia arte ha le sue radici nelle riflessioni sul perché non sono uguale agli altri, sul perché ci fu una maledizione sulla mia culla, sul perché sono stato gettato nel mondo senza potere scegliere […]Ho dovuto seguire un sentiero lungo un precipizio, una voragine senza fondo. Ho dovuto saltare da una pietra all’altra. Qualche volta ho lasciato il sentiero per buttarmi nel vortice della vita. Ma sempre ho dovuto ritornare su questo sentiero sul ciglio di un precipizio.» (E. Munch)

“Come Kafka, anche Munch non cessa mai di sentirsi misteriosamente colpevole, perseguitato dai propri spettri. E nei suoi quadri non farà altro che “scrivere” e “riscrivere” la sua vita : un’autobiografia dell’anima per immagini, o meglio un’anatomia delle catastrofi dell’Io, imprudente nell’intensità, provocante nei mezzi.” (Di Stefano)

«I miei quadri sono i miei diari», scriverà. “E i numerosi autoritratti, come una produzione laterale al “fregio” che coincide con l’intero arco della sua vita d’artista, ne costituiscono le scansioni, registrando gli stati emotivi in un continuo, inesausto esame di coscienza” (Di Stefano)

Aveva appena cinque anni quando la madre muore di tubercolosi e ne aveva quattordici quando anche la sorella Sophie, quindicenne, muore per la stessa malattia.   https://www.youtube.com/watch?v=tx6Xf-OWsNk  (Yasmine Modestine – Ain’t no sunshine ,cover)

Christian Krohg  Bambina malata (1880-81); Oslo, Nasjonalgalleriet

Christian Krohg, Bambina malata (1880-81)  

«Quando vidi la bambina malata  per la prima volta  – la testa pallida con i vividi capelli rossi contro il bianco cuscino – ebbi un’impressione che scomparve quando mi misi al lavoro. Ho ridipinto questo quadro molte volte durante l’anno – l’ho raschiato, l’ho diluito con la trementina – ho cercato parecchie volte di ritrovare la prima impressione – la pelle trasparente, pallida contro la tela – la bocca tremante – le mani tremanti. Avevo curato troppo la sedia e il bicchiere, ciò distraeva dalla testa. Guardando superficialmente il quadro vedevo soltanto il bicchiere e attorno. Dovevo levare tutto ? No, serviva ad accentuare e dare profondità alla testa. Ho raschiato attorno a metà, ma ho lasciato della materia. Ho scoperto così che le mie ciglia partecipavano alla mia impressione. Le ho suggerite come delle ombre sul dipinto. In qualche modo la testa diventava il dipinto.  Apparivano sottili linee orizzontali – periferie – con la testa al centro […] Finalmente smisi, sfinito – avevo raggiunto la prima impressione.» (Munch)

Bambina malata (1885-86) è il quadro decisivo, come suggerisce egli stesso, la matrice di quasi tutto ciò che svilupperà in seguito. Eva Di Stefano arriva ad ipotizzare che questo quadro sia la ragione stessa della pittura di Munch.«Forse Munch è diventato pittore solo per riuscire a dipingere l’agonia della sorella Sophie morta di tubercolosi a quindici anni, a cui ha assistito da ragazzo e che non può dimenticare.»

Munch, Bambina malata ,1886-1893, olio su tela Oslo, Nasjonalgalleriet

Munch, Bambina malata ,1886-1893 https://www.youtube.com/watch?v=RcZn2-bGXqQ  (The Rolling Stones – Angie ) 

Sicuramente nella sua mente quella morte, dolorosa anch’essa, ma più vivibile, più rappresentabile, più tollerabile (se non altro per la maggiore età di Edvard) si annoda e si fonde al primo lutto, la perdita della madre, un dolore invece, allora, impensabile e intrasformabile, dolore che si mescola al secondo lutto caricandolo di indicibile. 

E’ una madre che non ha mai potuto essere persa, una presenza che non ha mai potuto diventare assenza, una madre che non ha mai potuto essere “lasciata”. Ella è trattenuta come un fantasma che produce fantasmi, che segna indelebilmente nella giovane mente di Edvard l’immagine della donna distruggendola e impedendola nella realtà; ella è un fantasma che ingabbia e prende posto alla vita, ella alberga insidiosa, permane mortifera, irriconoscibile ed idealizzata nella mente del bambino sotto forma di dolore. Come lei erotizzato.

Munch, Nel cervello dell'uomo (1897), xilografia, Oslo, Munch Museet

 Munch, Nel cervello dell’uomo (1897), xilografia

https://www.youtube.com/watch?v=3-4J5j74VPw  ( M.Ravel –Boléro, André Rieu)

«Nella casa della mia infanzia abitavano malattia e morte. Non ho mai superato l’infelicità di allora […] Così vissi coi morti.» (Munch)

«Credo che nessun pittore abbia vissuto il suo tema fino all’ultimo grido di dolore come me quando ho dipinto La bambina malata   […] Non ero solo su quella sedia mentre dipingevo, erano seduti con me tutti i miei cari, che su quella sedia, a cominciare da mia madre, inverno dopo inverno, si struggevano nel desiderio del sole, finchè la morte venne a prenderli.» (Munch)

Cinque versioni del dipinto, una ogni dieci anni: stesso lasso di tempo intercorso tra la morte della madre e la riedizione di quella morte, la morte della sorella. E un numero indefinito di variazioni grafiche, soprattutto litografie.

Scrive Bion: “Sentire il dolore non significa soffrirlo” […] “Il dolore viene sessualizzato di conseguenza inflitto o accettato, ma non sofferto”

Bambina malata  è “l’opera inesausta”, immagine che ossessiona la memoria, opera nella quale Munch sa in qualche modo esserci nascosto il segreto del suo male di vivere, della sua sofferenza, il trauma originario.

«Se riprendo più volte un tema è per calarmici dentro più profondamente. Un’immagine non si esaurisce in un unico dipinto. Ogni versione rappresenta un contributo al sentimento della mia prima impressione.» (Munch)

Questo succede per ogni quadro forte, “fino alla fine Munch replica instancabilmente tutti i suoi soggetti alla ricerca di una catarsi che sciolga quei nodi della memoria. E’ consapevole dell’impossibilità di riprodurre esattamente la prima impressione, ma sente che non ci si salva dimenticando.” (Di Stefano) O, forse, non può dimenticare e proprio perché non può ricordare quel groviglio di emozioni che annodano indistricabilmente la sua psiche.

Strategia di avvicinamento o coazione a ripetere, quel quadro egli lo disegna e ridisegna, lo dipinge e ridipinge, lo incide col coltello, lo raschia, lo graffia, lo diluisce, ne oscura aspetti, evidenzia elementi, modifica equilibri, armonie, presenze, tinte in un “corpo a corpo” con la tela che annienta lo spazio tra quadro e autore ,un corpo a corpo che dà all’immagine dipinta (e via via distrutta, cancellata, uccisa, negata) una dimensione rarefatta, corrosa dal tempo (anch’esso negato), segnata da un tremore esangue che prende vita dalla vita stessa di Edvard.

«L’arte si nutre del sangue dell’artista.» E’ una dichiarazione ricorrente di Munch… Come “le arpie nel Canto XIII dell’Inferno di Dante “fanno dolore, ed al dolor finestra”, così, con rabbia e passione, con amore e dolore, Munch si avventa su quel soggetto che richiama e nasconde l’oggetto smarrito. https://www.youtube.com/watch?v=z4PKzz81m5c    (Chet Baker – Almost blue)

«Un uccello da preda», scrive l’artista, «si è fissato dentro di me. I suoi artigli sono penetrati nel mio cuore, il suo becco ha trafitto il mio petto, e il battito delle ali ha offuscato il mio cervello.» (Munch)

C’è un’immagine analoga in un brevissimo racconto di Franz Kafka del 1920, L‘avvoltoio:  «Ora vidi che l’avvoltoio aveva capito tutto, si sollevò, piegò la testa all’indietro per prendere slancio e come un lanciere affondò il becco attraverso la mia bocca, dentro di me.» 

“In tutte le esperienze masochistiche (intrapsichiche o interpersonali) ci sono tre persone: il soggetto, il desiderato altro che gli darà dolore, e il testimone, una parte dell’Io del soggetto che registra e sperimenta l’affetto doloroso che questo patto realizza”. (M. Khan)

Munch ricerca disperatamente il nucleo di quell’orrore e scava con violenza inaudita in quella parte di sé che è la tela, in una lotta estenuante, in un rapporto dai tratti sadomasochistici, tra sé vittima e sé carnefice.  https://www.youtube.com/watch?v=BLnDXCuyIeI  Trevor Jones, colonna sonora de “L’ultimo dei Mohicani”, “Promentory”.

L’intimo e inconsapevole scopo è forse il tentativo impossibile di salvare, tenere in vita una madre ormai morta. L’amore bruciante, carico di bisogno, spinge febbrilmente Edvard verso il “desiderio irrealizzabile” che non può che restare deluso consegnando lui al castigo eterno: la colpa inconscia di non esserci riuscito“C’è un collegamento molto stretto tra senso di colpa e lutto” (M. Klein). Quando si perde chi si ama si è sempre in colpa, o ha colpa qualcun altro. La colpa di non saper amare abbastanza da tenere in vita l’essere amato”(T. Cancrini) https://www.youtube.com/watch?v=ZGiEB392ZKA  Brad Mehldau Trio – And I love her

Non vi è spazio, non vi è distanza tra Edvard torturato ed Edvard torturatore come non vi è tra lui e il dolore, la malattia e la morte.

Scrive nei suoi diari : «Io, che sono venuto malato al mondo – in un ambiente malato – dove la gioventù era una camera di malato e la vita una finestra radiosa illuminata dal sole.»  

Munch, Autoritratto con braccio di scheletro (1895) litografia; Oslo, Munch Museet

Munch, Autoritratto con braccio di scheletro (1895) litografia

“In Autoritratto con braccio di scheletro prende forma perentoria l’angoscia di morte, l’ “angelo nero” che da sempre gli sta dietro come un’ombra. Egli è inchiodato nella fissità essenziale del rettangolo nero che appare come la lapide abissale di un sepolcro, e l’impressione viene a essere rafforzata dal bordo bianco con la firma in alto e in basso dal braccio di scheletro che chiude l’immagine-epitaffio”.(Di Stefano)

Un occhio guarda dritto in avanti, ma non sembra guardare chi osserva (neanche l’autore quindi) è fisso, quasi attonito su qualcosa: ora come allora incredulo su quella morte intollerabile cui ha assistito. L’altro, tanto “altro da sè” da sembrare l’occhio di un’altra persona, è ripiegato verso il basso, rassegnato verso il “dentro” come se ascoltasse, sentisse, vedesse, ma separatamente senza più riconoscerne l’origine, come se passivamente guardasse gli effetti di quella implosione, di quel disastro interno. https://www.youtube.com/watch?v=HWS-TgLDt38   Esbjörn Svensson Trio – Elevation of Love

(Fine prima parte)

tiziana Campodoni

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