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M.Petrucciani, uomo dalle ossa di cristallo. Ulisse di Dante (3)

Ora posso avere un pianoforte?

E’ il 1966, Duke Ellington  suona in televisione nel programma “Aria Condizionata” (1966) presentato da V. Gassman. Lui ha quattro anni,  solleva il ditino, indica lo schermo e comunica che suonerà il pianoforte. Un colpo di fulmine.
Avranno sorriso i genitori… o forse sarà stato un altro colpo al cuore… Alcun desiderio per il loro piccolo poteva essere realizzabile.
Probabilmente un silenzioso, lacerante,  celato “sentire”  traversa le stanze, i pensieri , i gesti quotidiani, i respiri di casa Petrucciani: un’ inquietudine piena d’agitazione come ” lucciole giù per la vallea” che di tante “fiamme” ansiose  “tutta risplendea”(31); un’ atmosfera carica d’angoscia  in cui incombe una condanna: osteogenesi imperfetta.

Cosa ci si può aspettare da un corpicino sempre più deforme che non raggiungerà il metro d’altezza e non supererà i ventitre chili di peso?  Non certo amore di donna, ch’ altri non “t’agogna” (9), non certo una famiglia, dei figli, un lavoro… ma neppure una corsa o una passeggiata in riva al mare. “Sindrome delle ossa di vetro”.

Quanto avrà pianto ancora prima di poter dire con le sue parole quanto male aveva? E quanto sarà rimasto immobile per il dolore di un arto ferito? Osteogenesi imperfetta. Un dolore continuo, a vita, e vita breve, una frattura continua, praticamente neppure un Natale a casa, un gesso dopo l’altro. Malattia dolorosissima, anomalia strutturale del collagene, cui nessuna premura di padre, nessun affetto di madre può sottrarlo: incurabile, genetica, così e basta, “che pur esser dee!” (11).
http://www.youtube.com/watch?v=I0aiuO-KGwA (M.Petrucciani, Silence)

“Voglio un pianoforte”.

Malattia “che più”… “graverà” (13) più il tempo passa e che mina profondamente l’autostima: giorno dopo giorno  lo specchio rimanda un’immagine di sè  più deformata… Anche così “là dentro si martira” (34).

Il pianoforte, figurarsi! A lui bastava ruotare un polso,  piegare una gamba, torcere un dito, un gesto brusco per spezzare le fragilissime ossa. Mai gattonerà per casa, mai potrà staccarsi da quella maledetta sedia, che tutti i bimbi lasciano con un sorriso radioso sapendo che ce l’hanno fatta,  per “lasciare la spiaggia”, la sicurezza,  affrontare l’avventura, il mare aperto, l’ignoto, l’autonomia e camminare da solo.

In braccio, in braccio, sempre in braccio come un bambino piccolo…Imparerà a venticinque anni ad usare le stampelle. Poche le esperienze col corpo, indispensabili per il cucciolo dell’uomo “a divenir del mondo esperto”(98) e di se stesso… gustare, ascoltare, annusare … e chissà quale “fragore” interno avranno prodotto le prime evoluzioni pulsionali connesse al ” piacere”! “Se noi approfondissimo le manifestazioni sessuali del bambino, scopriremmo i tratti essenziali della pulsione sessuale; comprenderemmo l’evoluzione di quelle pulsioni e vedremmo come la sua attrazione ha sorgenti diverse” (Freud).
Osteogenesi imperfetta grave, non si scherza: dimezzare i rischi, dimezzare il danno, ridurre  esperienze, ridurre occasioni e pericoli… I genitori decideranno addirittura  di non mandarlo  a scuola tra bulli e ” li ladron”(4) che l’avrebbero preso sicuramente in giro per il suo aspetto facendogli venir “vergogna”(5).
Lui, come il “principe delle nuvole” di Baudelaire, ha grandi ali, ma, sulla terra, non riesce a camminare…

“Spesso, per divertirsi, i marinai
catturano albatri, grandi uccelli di mare,
che seguono,  indolenti compagni di viaggio,
la nave che scivola sugli amari abissi.

Appena deposti sulla plancia,
questi re dell’azzurro, vergognarsi e timidi,
se ne stanno tristi con le grandi ali bianche
penzoloni come remi ai loro fianchi.

Che buffo e docile l’alato viaggiatore!
Poco prima così bello, com’è comico e brutto!
Uno  gli stuzzica il becco con la pipa,
un altro, zoppicando, scimmiotta l’infermo che volava!

Il poeta è come quel principe delle nuvole,
che snobba la tempesta e se la ride dell’arciere;
poi, in esilio sulla terra, tra gli scherni,
con le sue ali di gigante non riesce a camminare.” (C. Baudelaire, L’albatro. Trad. C.Rendina)
https://www.youtube.com/watch?v=YznFJysK2iA   L’albatros de Charles Baudelaire )

Non riesce a camminare e non sente ragioni, non le sentirà mai. Linea di “terra” o  di “realtà” sono poco transitate e molto eluse: “tutto è semplice, tutto è evidente… tutto è possibile… l’essere umano non ha limiti” (M.Petrucciani).

“Io suonerò quello strumento!”

Gli comprano un pianoforte  giocattolo, ma non sanno con chi hanno a che fare… Michel  senza rompersi neppure un ossicino, lo prende a martellate rompendo letteralmente le ossa a quel pianoforte  che, parole sue, “lo prendeva in giro” e la cui “tastiera sembrava una bocca piena di denti” che “sarcastica, rideva di lui”!
Curioso che Michel associ “la bocca” –  primo strumento d’amore, relazione e conoscenza con cui il bimbo cerca e si attacca al seno, si nutre e si rassicura, assaggia e conosce, prova piacere, rifiuta e sperimenta – allo strumento musicale tanto desiderato in un’unica immagine che lo deride,  gli mostra i denti insomma un po’ persecutoria. E  curioso che l’oggetto di tanto amore, il pianoforte,  scateni una rabbia tanto amara e distruttiva (pare che da adulto, in braccio a Pussiau, il proprietario di Owl Records, gli “mordesse” l’orecchio)… Curioso, ma mica tanto… non sarà stata proprio una passeggiata “accettare” un handicap così invalidante nonostante Michel non l’abbia mai dato a vedere e l’abbia sempre, con intelligente ironia,”negato”: “vivo in un mondo di giganti. Sono l’unico normale, ma devo compiacerli” (M.Petrucciani). Curioso per niente…  “mi potrebbe portare alla tomba” (M.Petrucciani), è luogo dove coglie frutti e sacrifica, “dov’è vendemmia ed ara” (30) dove c’è ricchezza e dolore  ed “è in quel fuoco che vien così diviso”(52):  le emozioni non sono mai così nettamente distinte in amore puro e odio oscuro ma si vanno a fondere con “piacere” in un nodo ambivalente (del resto “#staiserenoenrico” mi pare sia storia recente) e la musica, “strumento di mediazione tra il caos originario delle emozioni e il linguaggio articolato dell’intelletto” (Schon), affonda le sue radici nel terreno ambivalente.

“Adesso posso avere un pianoforte?”

Un piano vero verticale nero vecchio ma con un bel suono, entra nella casa francese di Michel. E lui, seguito dal rigoroso padre musicista che costruisce un parallelogramma articolato per consentirgli di raggiungere i pedali, si concentra esclusivamente sulla musica… anche dieci, dodici ore al giorno.  “Si fascia di quel ch’egli è inceso”(48), una specie d’assedio, ma anche uno scudo, un “riparo” per un sè costantemente ferito  e una “riparazione” per l’oggetto d’amore danneggiato. “Bisogna essere forti per suonare il pianoforte” (M.Petrucciani) e lui lo diventa. Una bella “sfida”, “se non posso essere normale voglio essere un’eccezione, un artista eccezionale” (M.Petrucciani), che tiene insieme chi sfida e chi è sfidato in una salda unione appassionatamente e rabbiosamente desiderata.

“Ogni volta che apro quest’affare, ci sono quei denti con un gran sorriso beffardo che sembrano dirmi: ‘dai… prova a farmi suonare’… E’ da quando sono piccolo che ho il complesso del piano: la tastiera mi deride ogni volta che apro un pianoforte” (M.Petrucciani). Grandi ali, ma sulla terra non sa camminare: “è un ambiente ostile, non è fatto per i piccoli e io sono molto piccolo” dice scherzando… Ma è vero. Non gli si può dare un’età, non ce l’ha un’età, o meglio ha sempre la stessa, è un bambino  e inconsciamente lo sa: “da quando sono piccolo” dice, ed è un lapsus illuminante… usa il presente non il passato.

Per lui, come per Beethoven “la musica è una rivelazione più profonda di ogni saggezza. Chi penetra il senso della musica potrà liberarsi da tutte le miserie in cui si trascinano gli altri uomini”. E lui “divora” musica, ammira la mano destra di Bill Evans e la sinistra di Errol Garner e Oscar Peterson… Mi vengono in mente i  ragazzini quando cercano la perfezione “ideale”… o un amore ideale che per essere  il migliore, l’unico, l’assoluto… dovrebbe comporsi di frammenti presi qua e là” : gli occhi di… il sorriso di… la dolcezza di… la bellezza di… l’intelligenza di… il talento di… Ideale, appunto. E la perfezione è in agguato.

Michel si lamenta degli errori: “… l’insidia è che quando faccio un errore suona assolutamente scandaloso, davvero orribile perché tutto il resto è così chiaro!” (M.Petrucciani) Una macchia nella perfezione!

Racconta il figlio Alexandre: “Non era mai soddisfatto, nonostante alcuni vedessero in lui un livello impossibile da raggiungere, una sorta di faro lontano, lui non pensava mai di essere ‘arrivato’ “, doveva sempre “andare oltre”, spinto da un desiderio vorace:  “il suo talento più grande è ai miei occhi il desiderio costante di spingersi più lontano, di migliorare, continuare a lavorare per avvicinarsi a un obiettivo che tende all’infinito” (A.Petrucciani). http://www.youtube.com/watch?v=XTbCE3q_bHQ (M.Petrucciani, Hidden Joy)

Lo sfrenato amore di Michel per il pianoforte è un modo di gioire e godere senza dispregio, d’aprirsi, illuminarsi e sperimentare un sè migliore, quello che “si specchia” sullo strumento e dal pianoforte esce trasformato in meravigliosa bravura tecnica, assoluto dominio della tastiera: un piccolo genio dal tocco inconfondibile potente come un tuono e delicato come la leggerezza delle sue ossa.
“E’ qualcosa di fisico… se lì c’è una melodia devo assolutamente uscire e andare lì altrimenti mi sento male… E’ come quando ho voglia di bere… se non bevo casco” (M.Petrucciani).

Non c’è margine di negoziazione in lui, egocentrico come un bambino, come un bambino fa quel che vuole : lascia la fidanzata per telefono il giorno prima delle nozze, presenta a tutti come sua moglie una signorina – conosciuta tre ore prima e due giorni dopo il mancato matrimonio –  mette al mondo due figli sapendo che l’osteogenesi imperfetta è ereditaria e con straordinaria superficialità “autocentrata” mista ad un insensibile e sfrontato fatalismo “accetta” la malattia del figlio Alexandre dicendo:  “rifiutare di accettare sarebbe come rifiutare me stesso. Perchè mai dovrei farlo?” (M.Petrucciani). Certamente è addolorato, ma l’unità di misura è sempre e solo egli stesso. http://www.youtube.com/watch?v=zWmz5-NoFzk  (M.Petrucciani, Caravan)

Uno stuolo di donne lo bacia, lo tiene in braccio, gli taglia la carne, lo imbocca se c’è bisogno, donne che hanno tutte un nome, sono diverse tra loro e lui le chiama per nome, come “per nome” chiama la madre, ma non si riesce a distinguerle,  sembrano una moltitudine “materna” pronta a tutto, scomposta in tanti nomi e frantumata  un po’ come quel primo giocattolo.
“Voglio avere almeno cinque donne in una volta, voglio fare un milione di dollari in una sola notte”… Una vita affettiva turbolenta e problematica, non gli sono mancati vizi ed eccessi, “ho preso tanta droga, ma non lo posso dire” (M.Petrucciani)…
“Insaziabile e divorante”  i luoghi non gli bastavano, la Francia non gli bastava, l’America e  viaggi e ancora viaggi … Le donne non gli bastavano… In base alle sue lettere amava moltissimo ogni luogo dove si trovava, ma voleva sempre andare in un altro, amava la sua donna ma ne voleva sempre anche un’altra e poi un’altra, la vita non gli bastava, una vita che “di tante fiamme tutta risplendea”(31),  in realtà era fissata su una “fiamma sola”(38)… come Dante che desidera ardentemente parlare solo con Ulisse e al quale riserva uno dei Canti più vivi e umani della Commedia. http://www.youtube.com/watch?v=bVzLmg0wquc (M.Petrucciani – Cantabile)

L’uomo dalle ossa di cristallo ha una volontà di ferro che lo rapisce, un immenso “ben”, un talento che lo “incendia” tanto che suona anche con un dito, la clavicola, la gabbia toracica, una mano o un braccio rotti. “Il pianoforte mi parla” (M.Petrucciani) e per tutta la vita sopporta un tremendo e incessante dolore, per “parlare” con lui e attraverso di lui…anche  con le ossa fracassate: “in due dentro ad un foco”(79) come un’unità originaria dove le sensazioni si reincontrano segretamente in un “istante” quasi magico, “cristallino”, sospeso tra l’attimo e l’infinito. Per dirla con L. Sepulveda “i suoi sogni sono irrinunciabili. Sono ostinati, testardi e resistenti” e aggiungerei contrari.
Petrucciani  studia ossessivamente Evans, ma lui non è Bill Evans. Evans ha “note raccolte”, preziose e ricercate che egli non sembra ricercare, anzi pare siano loro ad attenderlo con trepidazione, ad andargli incontro timidamente. Immenso talento, ma diversi: Evans cammina ai margini, chiede permesso, si volta indietro, accarezza e s’inchina davanti al pianoforte, Petrucciani è affamato di  vita, è sempre di corsa, artiglia e ritaglia l’istante “nell’ossatura” del tempo “frantumato”, morde la “felicità” con qualunque mezzoPerò “la mancanza di qualcosa” li avvicina : Evans è impastato di nostalgia, lentamente scava nella sua miniera di dolore e la porta, sommessamente, con stile lirico, dal buio alla penombra; Petrucciani sente una “mancanza di fondo”, ma è un tornado, un fiume in piena in pieno giorno,  e sembra compensarla con una moltiplicazione di note, una stratificazione di armonie, un’articolazione di melodie (anche “ispirate” ad Evans) potenti e rilassate nonostante il tremendo dolore fisico. Michel deve cercare in sè quell’indefinibile cifra sonora, quella personale risonanza interna: diversa e “propriamente sua”. In fondo il jazz è anche questo e “la vita è un po’ come il jazz… è meglio quando s’improvvisa” (G. Gershwin). http://www.youtube.com/watch?v=cFJJh2GBG00(M.Petrucciani,Au Theatre Des Champs-Elysees, Medley)

L’ansia che respirava da bambino nelle stanze di casa si trasforma in “fretta”, l’immobilità cui era costretto si traduce in movimento continuo, le riduzioni e i dimezzamenti precauzionali di esperienze o occasioni di danno, danno vita ad una intensificazione del tempo, mordono opportunità, strappano esperienze, sfidano “l’umano” e il destino. L’uomo dalle ossa di cristallo “brucia” le tappe : a sette anni virtuoso, a tredici professionista, non ha tempo e raddoppia il tempo che ha. E l’incisività sotto il profilo ritmico è una sua caratteristica peculiare. “So che devo fare in fretta perchè non vivrò molto” (M.Petrucciani). Trasforma la sua disabilità in un vantaggio che gli impedisce d’avere distrazioni e gli permette di seguire la sua sconfinata “brama” di suonare.

“Bello, quando sul mare si scontrano i venti
e la cupa vastità delle acque si turba,
guardare da terra il naufragio lontano:
non ti rallegra lo spettacolo dell’altrui rovina,
ma la distanza da una simile sorte” (Lucrezio, De rerum natura, libro II)

Come  si sottraesse al “naufragio” annunciato da una diagnosi impietosa sembra arroccarsi nella posizione dell’osservatore che, dalla spiaggia, guarda…  “Il mio handicap non è mortale. Non voglio morire a causa del mio handicap. Non ha nulla a che fare col mio handicap” (M.Petrucciani). Assolutamente determinato a prendere tutta la gioia e la soddisfazione che può dalla vita dice:  “la mia filosofia è quella di avere un tempo veramente buono e di non lasciare mai che nulla mi impedisca di fare ciò che voglio fare”.  La vita è come guidare un’auto… “Questo è il modo di guidare una macchina:  se hai un incidente, hai un incidente: c’est la vie” (M.Petrucciani). Vita e morte non devono avere  nulla a che fare con il suo handicap.

“A volte penso che qualcuno lassù abbia voluto salvarmi dall’essere ordinario” (M.Petrucciani). E se “sulla terra” è anche stravagante, meschino, “fraudolento” al rialzo,  donnaiolo, immaturo, villano, insicuro, esagerato in tutto, è certamente vero che le sue “ali” non sono  ordinarie.

Indossa il suo berretto da velista e sale faticosamente  sullo sgabello appoggiandosi e aggrappandosi al pianoforte…  come fa Dante che sale “tra le schegge e tra’ rocchi de lo scoglio”(17) dove ” lo piè sanza la man non si spedia” (18). ”

Soltanto la musica è all’altezza del mare” direbbe  A. Camus… Da sempre dentro la malattia, una volta salito sul suo veliero a coda, si catapulta fuori e si getta nei marosi della musica  dove il dolore sembra scomparire. Annusa “l’aria”, incerto dirige le vele in cerca di una brezza o un vento o una rotta da seguire, “un’aria” che lo solleciti, una linea musicale che lo soddisfi, fa un tentativo, torna indietro, ci prova e  riprova, non è lontana, lui lo sa, è lì in quel nero veliero dalla tastiera beffarda sul quale il suo viso si rispecchia.

Testardo la cerca finchè la trova e dispiega le vele… la soddisfazione si legge negli occhi che da “monelli” dilagano in un mare di “disio”, si velano, si volgono all’interno, si lucidano e si fanno febbricitanti come “faville”. Ma ancor di più il godimento si legge sulla bocca che si apre … Michel si lecca le labbra, tiene fuori la lingua come farebbe un neonato, vorace e mai satollo, ingordo di latte, alla ricerca del seno…la musica è per lui “una soddisfazione che tocca direttamente un’affettività primordiale  impregnata di sensazioni fisiche” (Di Benedetto). Si umetta le mani come per prepararsi alla perigliosa sfida della “navigazione” su quella tastiera che lo espulse col “primo naufragio”, quello che tutti noi conosciamo, quello che tutti i bimbi sperimentano e non ricordano, quello  della “nascita” che “tre volte il fè girar con tutte l’acque; a la quarta levar la poppa in suso e la prora ire in giù, com’altrui piacque, infin che ‘l mar fu sovra noi richiuso” (139-142),  quello che, effettivamente, non ha nulla che vedere col suo handicap.

Si mette le dita in bocca come avesse bisogno di assaporare l’odore e il gusto di sè e della tastiera mentre si fondono nel ventre del pianoforte, si bagna le dita come avessero bisogno di essere raffreddate,  come bruciassero, fossero “accese” di irrefrenabile desiderio: “vedi che dal disio ver lei mi piego?”(69).  Si lecca le dita come a ricostruire con la saliva la traccia, la rotta, il cordone ombelicale, un “collegamento” ancor più fisico tra sè e la tastiera.

Un’unità e un’unicità originaria ritrovate, un momento fatato, miracoloso, extra-ordinario  come potrebbe essere quello della vita intrauterina. “Ho paura della morte perchè non so cos’è…voglio tornare indietro” (M.Petrucciani). Impaziente, vuole andare, vuole andare “oltre”, oltre il limite imposto alla conoscenza, oltre il limite posto dalla ragionevolezza, oltre il limite che vuole “negargli l’esperienza”, che gli sottrae l’ “arte”(61) e che gli sottrasse “lei” verso cui ancor si piega. In quell’ardire in realtà c’è il pianto: “dentro quella fiamma si geme”(58) e nelle pieghe dell’insistenza, del “martellamento” ripetitivo musicale  si nasconde la “sua nostalgia”, quella nostalgia raggomitolata nelle mani di Bill Evans .

Vita pre-natale dove il dolore era assente, “esperienza” calda e buona, “diretro al sol, del mondo sanza gente” (116 ) alla quale, però, non si può tornare. Non è possibile oltrepassare nuovamente quella soglia,  è un “folle volo” tornare “a quella foce stretta” dove “Ercole segnò li suoi riguardi, acciò che l’uom più oltre non si metta”(109).

“Sai a volte quando eseguo un concerto e ho che giusto tempismo, quelle note mi fanno sentire caldo e buono: è come fare l’amore, è come avere un orgasmo.” (M.Petrucciani).
C’è vicinanza tra inconscio e musica tanto che Nietzsche la definisce “ideologia dell’inconscio”
https://www.youtube.com/watch?v=QdbqyYD0m7U  (M.Petrucciani, ”Memories of paris”)

“volta la poppa nel mattino” (124) delle grandi mani e delle forti braccia fa “ali al folle volo” (125) e “fa pensare che con due mani soltanto possa toccare il cielo” (Saffo). Esegue assoli su tempi assolutamente impossibili  salendo vertiginosamente  di tonalità, sempre “oltre”… Anche chi ascolta è trascinato nel  “folle volo”… Sono quasi sicura che la tastiera del suo pianoforte sia sempre più lunga di qualsiasi altra e continui ad allungarsi mentre lui suona; una velocità irraggiungibile e si piega, praticamente sdraiato, in un corpo a corpo, sulla tastiera e, non ancora soddisfatto, sale ancora di un tono: si aggrappa con la sinistra, “che se non avesse un ronchione preso”(44), “caduto sarebbe giù senza esser urto”(45), mentre fa volteggiare la mano destra in un formidabile fraseggio a rotta di collo,  senza interruzioni,  senza incertezze e senza prender fiato.

A Umbria Jazz, più d’una volta, mi s’è gelato il sangue pensando “ora cade” mentre, come lui , pendevo istintivamente a destra verso la fine della tastiera  nell’insensato intento d’acchiapparlo in tempo, prima del temuto “volo”. Lui con un guizzo, in un sapiente gioco di leve e contrappesi del corpo, riguadagnava il centro incurante dell’ondata di applausi: nessun elogio poteva saziare il suo affamato “capitano interno” e rientrava in possesso del timone della nave. Io prendevo fiato e toglievo dall’imbarazzo lo stupefatto, malcapitato vicino seduto alla mia destra.

Niente, Petrucciani non ti dà tregua, non contento, s’imbarca in un tempo discontinuo, spezzato come se la morte (o la nascita) potesse venire negata “attraverso la sovrapposizione di istanti che non passano e che la musica cerca di rendere eterni” (Imberty). http://www.youtube.com/watch?v=h5Xv95khsUY(M.Petrucciani – Jazzwoche Burghausen 1993) . L’espressione musicale sembra “perseguire non tanto un’unità originaria, ma al contrario la rottura di quella unità e l’instaurarsi di una tensione fra opposti” (Romano) sembra assumere il ruolo di un ostetrico violento che infrange la fusione in una lotta di emozioni antagoniste, amore e odio, lui e lei, vita e morte, spinte e resistenze precedenti e contrarie a “l’attimo in cui la prima luce del giorno erompe dalle acque della notte” (Schneider).

Il suono si fa “martellante”, energico, fragoroso come una protesta nel tentativo (sempre riuscito) di arroccarsi in una posizione irraggiungibile e originale dovuta anche al posizionamento delle note all’interno dei suoi accordi,  lui come un “ turbo” (137) “percuote il legno” (139) e “gitta voce di fuori”(90) come fosse fiamma, “come fosse la lingua che parlasse” (89), con animo ardente e appassionato, con note di fuoco accende i cuori e infiamma la mente.

Padroneggia saldamente il suo veliero con tocco potente e inconfondibile, delicato e aggressivo, melodico e travolgente, rallenta, accelera, accelera e raddoppia  e davvero tutto sembra facile e tutto sembra possibile: lui ci riesce.
Con braccia poderose e mani formidabili governa le correnti, sembra essere lui a dettare tempo e  struttura armonica ai marosi e li trascina con sè, piccolo gigante,  in quel suo indimenticabile, irriverente, irripetibile fraseggio pianistico. Ostinato, percussivo, geniale, dirompente, come un bimbo si diverte e gioca, con enfasi mostra “ciò che sa fare”,  sale su qualsiasi onda sostando sulla cima delle sue linee musicali come si gustasse la sua ispirazione, succhiando fino all’ultimo quel momento magico prima di scendere nuovamente nei flutti a cercare altre linee che fatte non sono a viver brutalmente, altri grappoli di note che seguano “virtute e canoscenza” (120) e con cui far “faville”, altri moti ondosi a cui affidare i propri sogni.

La musica, linguaggio che parla senza designare, linguaggio capace di dire l’indicibile,  si dispiega e si struttura nel “tempoe “con-temporaneamente” gli sfugge e, per dirla con Lévi-Strauss, è anche  “una macchina per sopprimere il tempo” e poter tornare “indietro”.

Chissà se sia Petrucciani a nutrirsi avidamente di quella tastiera o se quella bocca beffarda se lo porti via pian piano.
Duecentoventi concerti nell’ultimo tour (1998) sarebbero stati un massacro per chiunque, a maggior ragione per lui. Così, senza limiti,  infaticabile, ostinato, insonne e già provato, trascorre la notte di capodanno del 1999 a New York  con gli amici, tra freddo e neve, tra “vizi sbagliati e persone sbagliate” e i suoi fragili polmoni, che uscivano spossati e  senza più fiato dai concerti dove generosamente dava “tutto”,  resistono solo fino al 6 di gennaio. http://youtu.be/gMnt6BMLO-g  (N. Alberici)

Aveva trentasei anni.  Come direbbe lui : “Ehi, ho già vissuto più di Charlie Parker; non è male, no?”

Riposa nel cimitero di Père Lachaise, accanto a F. Chopin, come lui dotato d’arguzia e ironia e che come lui considerava la risata indice di serietà e una straordinaria cura per ogni pena: “Chi non ride mai, non è una persona seria.” (F. Chopin) insomma il vero buffone è chi non sa ridere!

Per concludere tornando a Lucrezio, forse il vero errore è considerarsi  o solo “naufraghi” o solo “spettatori”: noi siamo contemporaneamente la terra ferma, il mare e il veliero, siamo nello stesso tempo spettatori, tempesta e naufraghi…Tutti.
Pochi, invece, quelli come Petrucciani… che con il relitto di un naufragio sono riusciti a ricostruirsi un mare di armonie in cui navigare, un veliero sul cui grembo ritornare e il sorriso di una tastiera su cui volare.

“C’est la vie” direbbe. Chiuderebbe per “l’ultima volta” con delicatezza e gratitudine il coperchio del suo nero pianoforte, guarderebbe verso di noi e direbbe semplicemente: “Mercì, mercì”.

“Fare musica è come fare l’amore. I gesti sono sempre gli stessi, ma qualche volta c’è differenza” (A. Rubinstein)

tiziana Campodoni

Pubblicato su http://blue-moon.comunita.unita.it  04 aprile 2014

Agli amanti del jazz segnalo http://www.traccedijazz.it/index.php/blog Tracce di jazz – di Roberto Dell’Ava…notevole!

p.s. Grazie a Niccolò Alberici per il suo apprezzato e commosso contributo.
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