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“L’interesse mitologico è insito nella psicologia, come l’interesse psicologico è insito in ogni attività poetica.” (T.Mann)

 

Come accade nei sogni dove spesso le parti più importanti sono spostate, nascoste, condensate, mascherate eppur espresse prudentemente dietro ad elementi neutri, secondari o apparentemente non rilevanti, qui, nelle Simplegadi, accade che…come prima era successo alla colomba “le cui punte della coda le rocce tagliano” (II, 571) e “Argo dà un grido” (II, 573), le rupi “scontrandosi l’un l’altra tagliano via la punta degli ornamenti dell’aplustre” (II, 601), la parte terminale della poppa, la coda di Argo, eseguendo, però, non una operazione di dettaglio bensì una feroce castrazione.
Tutta l’atmosfera emotiva che accompagna il passaggio tra le Simplegadi è pervasa da tale vissuto, ma lo rivela anche lo stesso Giasone che, subito dopo “il gelido terrore” (II, 607), invece di gioire per aver scampato l’Ade, si duole e dice: “Ora soccombo a un’angoscia suprema, a intollerabili affanni, e odio navigare le gelide strade del mare, ma anche toccare la terra, perché dappertutto vi sono uomini ostili” (II, 627)https://www.youtube.com/watch?v=RgjGJ0TV6fI&feature=youtu.be  (I.Stravinsky -”Infernal Dance” to Finale of Firebird Suite, 1945, TaeJung Lee)
Considerando l’ottica con cui stiamo ragionando è comprensibile che Giasone metta l’accento sull’ostilità degli uomini, ma le sue parole rivelano anche una dolorosa consapevolezza, angoscia suprema, intollerabili affanni, odio…insomma un principio di riconoscimento di realtà che potrebbe portarlo a riconoscere/riconoscersi e “imparare”, ad assumere il limite, accettare il rischio ma anche ad attivarsi, a “ri-trovare”,”ri-trovar-si” e sopravvivere. Purtroppo questo sentimento viene immediatamente negato: “la nave è divina” (II, 613), “non può essere vinta” (II, 614), “non deve temere il comando del sovrano” (II, 615) e, anzi, può, “senza paura” (II, 643) “andare attraverso gli abissi dell’Ade” (II, 642).
Qui il disegno si compie: la divaricazione tra ideale e reale è insanabile; il limite non viene accettato, la realtà è negata. E, se fino a quel momento la frustrazione negli Argonauti è comparsa solo dopo una fase di tensione e d’iniziativa, il ritorno non avverrà grazie all’attivazione dell’ingegno, all’abilità, al vigore e alla determinazione umana, ma esclusivamente grazie a forze soprannaturali. Come del resto l’ambìto e rilucente vello d’oro non potrebbe essere raggiunto senza Medea, la grande ingannatrice, http://4.bp.blogspot.com/–6WmRkvU1k4/TVqRt2xGlvI/AAAAAAAAAUw/QjSp1Leu_qw/s1600/ReneMagritte-LaMagieNoire%25281935%2529.GIF colei che Ecate, la terribile dea del mondo infernale e della stregoneria, “ha più d’ogni altra istruita nell’arte di tutti i filtri che produce la terra e il mare infinito e con essi sa domare la forza del fuoco instancabile, e ferma in un momento le acque scroscianti dei fiumi, incatena gli astri e le sacre vie della luna” (II, 529). http://youtu.be/AQLh3WanSfg  (B. Eno “2/1″ ,1978)
Il vello, frutto dell’inganno, si delinea ormai chiaramente, nel suo significato profondo, come feticcio che insieme testimonia l’avvenuta castrazione e contemporaneamente la rinnega. Basti ancora dire che la decisione di rivolgersi a Medea (colei che garantisce il feticcio, colei che può mutare l’immutabile, colei che offre l’impossibile) è presa in base ad “un segno” anch’esso inequivocabile: “una colomba tremante, fuggendo dalla violenza di uno sparviero, cade atterrita nel grembo di Giasone e lo sparviero si impala sull’aplustre” (III, 541).
E’ innegabile l’aggressività nei confronti dello sparviero/padre che viene impalato sull’aplustre, ma ancora un altro elemento si delinea: la colomba/madre. Anche lei, e prima, è stata “evirata” quando Argo, nel vederla, “dà un grido”, urla per lo spavento perché allora egli dovrà temere anche per sé, per il proprio pene. “Il feticcio è il sostituto del fallo della donna (della madre) a cui il piccino ha creduto e a cui non vuole rinunciare” scrive Freud. E’ l’onnipotenza materna quella a cui non può rinunciare perché essa garantisce l’onnipotenza del figlio: “è segno di una vittoria trionfante sulla minaccia di evirazione e una protezione contro quella minaccia”.
La colomba, scampata allo sparviero, all’evirazione, cade sul ventre, sull’inguine e va a coincidere col fallo di Giasone, ed egli nel proprio grembo, “la” ritrova tremante. http://www.youtube.com/watch?v=mobUrkkBPgk&feature=youtu.be  (M.Nyman – Prospero’s Books – Cornfield)
Giasone non sceglie Issipile ma Medea, la potenza dell’inganno. Medea che lo vuole a tutti i costi, che si macchia d’atrocità e “si crea un cuore malvagio” (IV, 1669), Medea che ha “nell’animo l’odiosa rovina” (IV, 449), che “ammalia con occhi nemici” (IV, 1670); lei, dalla volontà dominante, lei, che attrae in un arido rapporto di potere… da lei dipende e a lei, “atterrito” (IV, 149), Giasone “obbedisce” (IV, 162).http://cultura.biografieonline.it/wp-content/uploads/2013/02/magritte-gli-amanti.jpg
Nel “bosco ombroso di Ares” (IV, 166) ella invoca il “Sonno” (IV, 145), la perdita della coscienza. Lì “l’infernale regina notturna” (IV, 147) “intinge un ramo di ginepro in una mistura” (IV, 156) “pronuncia le formule” (IV, 158) e sparge un filtro possente” (IV, 157), “l’odore” (IV, 158). L’odore è il filtro possente che “circonda” (IV, 158), “affascina” (IV, 146), “addormenta” (IV, 159)“l’orribile fiera” e Giasone, senza alcuna fatica, prende il vello.
Esso, oggetto feticcio eroticamente investito, annulla e perverte ogni altro legame affettivo, è slegato dalla volontà e dalla relazione “rischiosa” con “la donna che spaventa, impegna, attrae e fa paura”, esso, senza alcun impegno, responsabilità e quasi magicamente, dà soddisfazione sensuale a Giasone. E’ l’unico oggetto di piacere del poema. Non appena egli lo ha in mano: “Come una fanciulla riceve sopra la veste la luce della luna piena, che splende sul tetto della sua stanza, ed il suo cuore è lieto dell’incantevole lume; così godeva Giasone, alzando il vello nelle sue mani; sopra le bionde guance e sopra la fronte al baleno del vello venne un rossore, come di fiamma. Grande come la pelle d’una giovenca d’un anno o di un cervo, quello che i cacciatori chiamano cerbiatto, così era il vello, tutto d’oro e coperto di bioccoli, pesante; e mentre Giasone avanzava la terra ai suoi piedi rifletteva passo su passo la luce. Andava portandolo, ora sopra la spalla sinistra, lasciandolo pendere fino ai piedi dall’alto del collo, ora lo raccoglieva tra le mani, temendo d’incontrare un uomo o un dio che glielo rubassero” (167-182).
http://www.youtube.com/watch?v=SSf0FmXB_6M ( M.Monk – Gotham Lullaby live at Lensic Center)
“Come fanciulla”… il brano si commenta da solo. “Il feticismo evita ai feticisti di diventare omosessuali perché attribuisce alla donna una caratteristica che la rende tollerabile come oggetto sessuale” scrive Freud, e ancora: “la duplicità si manifesta anche in quel che il feticista fa, nella realtà o nella fantasia, col suo feticcio. Non basta dire che il feticcio è adorato, molto spesso il feticista lo maneggia in modo che equivale palesemente alla rappresentazione di un’evirazione”. O “vede se stesso nell’oggetto feticistico” (Masud Khan)

Giasone lo raccoglie tra le mani temendo di incontrare un uomo, un dio o uno sparviero che glielo rubi e glielo porti via.

Fine terza parte

tiziana Campodoni

pubblicato su http://blue-moon.comunita.unita.it 2014

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