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Argonautica lettura Seconda parte (2/5)

“La ripetizione si rivela in un ciclo isolabile di eventi[…] Il soggetto non ha accesso a un desiderio inconscio che gli si presenta perciò come qualcosa di proveniente dall’esterno, donde l’aspetto ‘demoniaco’… ” (Laplanche e Pontalis) https://www.youtube.com/watch?v=r4WlNj1TTqA   (Philip Glass – Koyaanisqatsi, HQ )

E’ a casa che Giasone vuol tornare, con il “consenso” (902) del re, senza l’ostilità. La nostalgia assorbe Giasone, ma non è nostalgia creativa: è il guardare – come una maledizione, con la lente della lontananza – “indietro”, verso la casa, il passato, la luce, l’infanzia, che è il “tutto”, “intatto”, “perfetto”; è l’evocazione del “regno ideale” mai ottenuto, della madre idealizzata mai esistita, della coppia genitoriale unita e premurosa mai avverata, metafore del recupero di un sé idealizzato, grandioso e mai “visto”.

E’ lo scenario del desiderio spinto dal bisogno di ricreare ciò che in realtà gli è stato sottratto, del desiderio che usa la memoria, sedotta dal tutto-nulla e immobilizzata nell’incantevole ripetizione, come un feticcio; è il sentire nostalgico-pene che penetra, in-semina e colonizza i buchi della memoria, annulla il vuoto, collassa il ricordo e svuota la volontà.  E’ una nostalgia senza parole che non può mettere le ali della creazione e dell’efficacia, è la nostalgia “laudano” che argina e sopisce la disperazione.
https://www.youtube.com/watch?v=LKuEJBKRW4M   (H. Uehara – Place to Be)

Il secondo libro vede ampiamente descritta la figura di un cieco, Fineo, che sa tutto, ma non può niente; egli è colui che “la necessità costringe, amara, insaziabile a restare e a mettere nel suo maledetto ventre quel cibo” (II, 232).

Egli possiede l’arte, speciale, di vedere il futuro, ma ad un prezzo incredibilmente alto perché non vede nulla e ogni altro piacere gli è precluso: gli è  stata tolta “la dolce luce degli occhi” (II, 184),“il corpo è secco e duro di sudiciume” (II, 200) “e la pelle tiene insieme soltanto le ossa” (II, 201), ma, soprattutto, gli è impossibile “la gioia del cibo”(II, 196).; appena lo tocca, infatti, le arpie “come acerbe tempeste, come baleni balzano dalle nubi, improvvise e con immenso stridore si avventano smaniose […] e divorata ogni cosa” (II, 267) i pochi avanzi che lasciano “mandano un odore tremendo che non si può sopportare” (II, 228).

Si delinea qui,  una figura deprivata, impaurita, ridotta all’osso e immersa nello sporco, bisognosa di tutto, dipendente da altri, fragile e incapace di far fronte alle proprie necessità come solo può esserlo un bambino molto piccolo e impotente perché la “necessità lo costringe”: una necessità “amara”, dolorosa, forse “insaziabile”, rabbiosa. E il cibo, quello che per un bambino è vita, piacere, sicurezza, amore, è qui inavvicinabile, lesinato, strappato, rubato e infine ammorbato da “un odore tremendo che non si può sopportare” (II, 229).

L’olfatto è strettamente collegato al gusto e rappresenta il canale privilegiato della regressione e dello spostamento nel tempo e nello spazio: in un lampo, infatti, un odore è capace di trasportare l’intera persona nell’atmosfera di decine d’anni prima o a distanze chilometriche.

In effetti, prima ancora di vedere o di udire, il neonato si affida all’odore, al bagno d’aromi, per riconoscere la madre e il contatto con lei è di pelle, qui “secca e dura di sudiciume”, in un abbraccio caldo e morbido, con piena soddisfazione nel nutrimento, nel succhiarle il seno: un trionfo di sensazioni. E’ interessante che il rapporto con ciò che nutre, il cibo, sia qua descritto come “un’acerba tempesta” (II, 267), una prima forma di naufragio.

Torniamo a Fineo. Egli è profeta, ma solo di ciò che “piace agli dei di rendere noto” (II, 312), ciò che a loro non piace egli deve “tenere nascosto” (II, 313); anche nella sua “arte” è vincolato, dipendente, costretto, non ha libertà né autonomia e ripete solamente quel che vogliono gli dei. Dietro a ciò c’è “il disegno di Zeus” (II, 314), il padre, “lui così vuole, che si diano agli uomini oracoli monchi, perché abbiamo sempre bisogno del soccorso divino” (II, 315).

In questo senso Fineo è davvero “indovino” in quanto rivela “il disegno”, il grande disegno che sostiene il poema e ne identifica le componenti essenziali inscindibili perché l’una è in funzione dell’altra: l’essere “monco” dell’uomo e l’inevitabilità dell’idealizzazione o delle divinità. Ma se rivela “il disegno” è possibile che “il futuro”, che egli “vede” a discapito del presente che “non vede”, delinei e si configuri come lo scenario del passato, il tempo del ritorno, del già accaduto.  http://www.youtube.com/watch?v=IFPwm0e_K98  (R. Strauss – Also sprach  Zarathustra, Op. 30)  

Fineo fornisce indicazioni e parla della prova maggiore cui sono sottoposti gli Argonauti, prova che possiamo tranquillamente assimilare ad una catastrofe, le Simplegadi: “uno stretto, tortuoso passaggio, chiuso da ambo le parti dalle rupi scoscese” (550 e segg.) che “urtano insieme l’una sull’altra con grande fragore” il quale  “colpisce gli orecchi” e fa “urlare la spiaggia battuta dal mare”.  http://arttrip.it/wp-content/uploads/2013/07/rene-magritte-false-mirror.jpg

“Il vortice della corrente volge in tondo” e “colpisce di sotto” la “piccola” Argo che “va avanti, ma con paura”, “remando e tremando”, “trascinata tra le rupi dal riflusso dell’onda” e ancora “si leva in alto un’ondata ribollente”, “le grotte cave risuonano”, “gli scogli scoscesi sono invasi dai flutti”, “il cuore è sconvolto”; poi “d’improvviso” “il mare dà un urlo feroce”, “una grande ondata, ricurva, come una rupe scoscesa” “pare voglia invadere Argo e sommergerla tutta” ed essa è “presa da atroce terrore”: “sopra di lei la morte, che non conosce rimedi”.

E ora l’angosciosa impotenza: “ma quanto la nave avanza sotto la spinta dei rematori, due volte più si muove all’indietro” così “il vortice della corrente ferma Argo proprio in mezzo alle rupi”
https://www.youtube.com/watch?v=3ujgJmdvpTo  (A.Lennox, Bridge Over Troubled Water)

Qui interviene la dea Atena, la “madre” di Argo, e l’immagine che viene proposta sembra proprio un ricordo infantile… quando un bambino che ha osato un primo distacco e comincia a camminare, cade seduto e, dolente, “offeso”, malsicuro e incerto nei “confini” e nella padronanza di sé, stenta a rialzarsi e sembrerebbe aver bisogno di un piccolo aiuto per farcela… Proprio così, come una madre un po’ ansiosa, si comporta Atena: lei, che non può “perdere” Argo o la propria immagine divina, “si appoggia ad una solida roccia con la sinistra e con la destra spinge la piccola nave diritta attraverso il passaggio” (II, 599) ed “essa si leva alta, come il volo d’una saetta” (II, 600). https://www.youtube.com/watch?v=lzq54ymcO8c&feature=youtu.be       (J.Terrasson & S.Belmondo Mother)  

(Fine seconda parte)

tiziana Campodoni

pubblicato su http://blue-moon.comunita.unita.it   24 luglio 2014 

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