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Argonauti - Argo 1

Argonautica lettura Prima parte (1/5)

Il greco è lingua che “per flessibilità di corpo allenato” per ricchezza nel contatto con la realtà fa sì che “quasi tutto quel che gli uomini han detto di meglio è stato detto in greco” (M.Yourcenar)

(APOLLONIO RODIO, Le Argonautiche, Mi, 1998, trad. G. Padano)

Giasone e gli Argonauti, “uno stuolo d’ eroi” (I, 243), hanno il compito di prendere il vello d’oro e per raggiungere “quella casa fuori dal mondo dei mortali” partono sulla nave Argo – la Rapida – opera di una dea, Atena, “fu lei stessa infatti a costruire la nave” (I, 111).   https://www.youtube.com/watch?v=7E76Oatpjn4  (B.Eno – The Big Ship)  La costruì per cinquanta rematori.  http://www.masterworksfineart.com/inventory/magritte/original/magritte3844.jpg

E’ curioso che nelle narrazioni più antiche la nave abbia, come gli uomini, il dono della parola e che il suo nome indichi la velocità, ma anche la “via breve”. E’ altrettanto curioso l’accento posto ai piedi di Giasone, fatto che, in realtà, dà origine al viaggio. Egli è l’uomo con  “un sandalo solo” (I, 11), oggetto di un’infausta predizione, come Edipo “dai piedi gonfi”:  entrambi, inconsapevolmente, determinano il loro destino. Edipo fugge affinché la predizione non si avveri e, ciò facendo, va incontro proprio a quel fato;  Giasone risponde a suo zio, il re Pelia, che gli domanda cosa farebbe se una predizione gli annunciasse la morte per colpa di un certo suo concittadino: “Lo manderei a prendere il vello d’oro”. E Pelia replica: “Va’ a prenderlo dunque”http://www.youtube.com/watch?v=GSKwpobt9kw   (R.Wagner, Der fliegende Holländer Ouverture)

Giasone deve partire. Lascia la famiglia, ma la figura della madre è ricca di connotazioni su cui si può riflettere. Ella “come ebbe gettato le braccia al collo del figlio, così restava, piangendo ancor più forte, al modo di una fanciulla che abbraccia, sola, con affetto la vecchia nutrice e piange; non ha più nessun altro che si prenda cura di lei”. (I, 265) http://0.tqn.com/d/arthistory/1/5/1/8/1/11-Rene-Magritte-Spirit-of-Geometry-1937.jpg

”Madre mia … non aggiungere ancora dolore sopra dolore” (I, 397)  http://youtu.be/wsWny6nOqqE (D.Roussos – Rain And Tears) … Madre fanciulla, che “nutre dentro di sé un dolore eccessivo” (I, 295), ma si direbbe quasi bambina: ha bisogno di qualcuno che si prenda cura di lei… non sembrerebbe avere un marito che invece c’è, ma è in silenzio e tace per tutta la scena anche con il figlio che parte. http://minitrue.it/wp-content/uploads/2010/05/Magritte-Le-Therapeute.jpg

Lei che “era ammirata da tutte le Achee, come una schiava sarà abbandonata dentro le stanze vuote e la distruggerà, infelice, il ricordo del figlio, grazie al quale aveva prima tanto splendore ed onore”. (I, 283)

Una madre bambina ed un figlio come oggetto idealizzato ed erotizzato che procura potere, piacere, splendore, onore, il cui abbandono la rende “schiava”, “infelice”, “vuota” e “priva d’ammirazione”. Madre tutta incentrata su di sé e sulla propria “perdita”: l’abbandono del figlio la distruggerà, lui, in partenza per un viaggio impossibile, è in secondo piano. Non solo: egli non è forte, virile, coraggioso, degno d’onore e d’ammirazione, caratteristiche di cui pare essersi impossessata la madre, ne’ va confortato, “rafforzato”, incoraggiato ad andare e farsi onore o solo esortato ad accettare la realtà… ma è “vecchia nutrice” e non stupisce che alla virtù bellica Giasone sostituisca la retorica e la diplomazia come strumento per evitare i conflitti.

In effetti l’impotenza, l’amechania, è spesso rimarcata con efficace e anche un po’ crudele incisività da Apollonio Rodio. Essa caratterizza la spedizione in generale, che mai avrebbe conquistato il vello d’oro con le sole proprie forze senza la “potenza” di Medea, ma principalmente con un Giasone su cui pesa il ruolo assegnatogli di “vecchia nutrice” – definizione che, indubbiamente, sembrerebbe più adeguata alla madre, femmina e di sicuro più in là con gli anni, che al figlio, maschio e necessariamente più giovane – inoltre “l’aspetto materno della madre”, quello che nutre, rinfranca, allatta, si prende cura ed è “in contatto” continuo col bimbo, sembra non appartenere a lei, tanto è vero che è assegnato, “destinato” a lui… Così, vediamo Giasone imbarcato per un viaggio impossibile, in una ricerca impossibile e fortemente idealizzata che lo vede passivo, esecutore di un ordine, privo di reale interesse e, soprattutto, carico di un’aggressività che sembra essere totalmente “neutralizzata”.

Non stupisce neanche che il primo approdo di Giasone, il primo episodio esteso del poema, sia “l’impervia Lemno” (I, 608), l’isola nella quale non ha avuto “confine la gelosia rovinosa” (I, 616) e dove “tutti insieme gli uomini senza pietà sono stati uccisi dalla violenza delle donne” (I, 609).  http://www.youtube.com/watch?v=CsefAgYbdX8   (Meredith Monk, Dolmen Music) La chiusa, inaccessibile, impenetrabile, ostile Lemno che insieme a mariti, padri e figli maschi, ha ucciso “la coppia” e con lei la possibilità d’amore fecondo quindi il futuro e la vita stessa. Ma anche la vogliosa Lemno che “guarda spesso la vasta distesa del mare” (I, 631), che guarda sì “con angoscia” (I, 632) per paura che il massacro venga scoperto, ma anche con desiderio in attesa di chi giunge (e non può che giungere) dal mare; infatti gli Argonauti, al loro arrivo, vengono accolti con doni, danze, banchetti e offerte amorose.

Luogo, questo, dell’ostilità verso l’uomo, ma anche dei forti desideri insoddisfatti che tutti su Argo vengono convogliati. Luogo dove chi approda “non ha rivali” e viene accolto, per paura/desiderio, cioè per necessità, come una salvezza, come unica opportunità, come una divinità capace di riportare “ciò che manca” e la vita.
http://www.youtube.com/watch?v=mFMEfWCDXmQ   (Meredith Monk , “Scared Song” , Do You Be)
Se prima non si poteva parlare d’amore materno, qui non si può parlare d’amore adulto. L’impervia Lemno accoglie Argo perché essa può, con la presenza dei suoi uomini e con i figli che nasceranno, garantire una copertura, nascondere e seppellire, per sempre, l’antico atroce delitto” (I, 619). http://fantasyartdesign.com/free-wallpapers/imgs/mid/332tribute-to-rene-m.jpg

Lemno ha uno scopo e Argo una funzione: cancellare il passato e consentire un futuro.

Solamente Issipile, “sola fra tutte che risparmiò il vecchio padre Toanto” (I, 620) perché gli offrì una speranza di scampo abbandonandolo sul mare dentro una cassa; lei, che già aveva salvato l’amore per il padre, pare essersi innamorata di Giasone: gli offre sé, il trono e un figlio se vuole restare, ma accetta anche la sua partenza lasciandogli, comunque, la via “pervia” al ritorno. Tuttavia Giasone non può: non vuole una donna che lo ami liberamente e lo tratti da uomo, anzi sembra risentirsi “abbi di me una migliore opinione” (I, 901) … a ben altro è destinato lui!  https://www.youtube.com/watch?v=W7XRf6dSSk8  (A.Lennox, Why) La passività di Giasone si rivela qui intrisa di grande aggressività; egli non vuole essere amato come ogni altro uomo:  non è un uomo qualsiasi (e una donna che lo ama è per lui “una” qualsiasi), egli vuole essere amato da una donna che abbia qualcosa in più delle altre e, soprattutto, che garantisca “a lui” qualcosa in più degli altri.

Giasone vuol essere amato per quello che vorrebbe essere, la grande e vuota idealizzazione di sé, e non per quello che è. Né può essere padre: infatti il figlio che nascerà non toglierà Giasone dal suo ruolo di figlio, ma dovrà, invece, “sostituirlo” ed essere “mandato a confortare nella sventura suo padre e sua madre” (I, 907) nel caso Giasone muoia, dovrà prendere il suo posto “presso il focolare, in casa” affinché i genitori “ricevano le sue cure” (I, 909).

(Fine parte prima)

tiziana Campodoni

Pubblicato su http://blue-moon.comunita.unita.it  19 luglio 2014

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