Tag

, , , , , , , , ,

Aivazovsky mare in tempesta Ivan Aivazovsky
Inferno XXVI. Una lettura, come tante. 

C’è un’ansia che spinge alla ricerca, un’inquietudine che porta all’ignoto, una volontà di avventurarsi e di spingersi “oltre” che è propria dell’uomo. L’ ha portato spesso a superarsi, a progredire a migliorarsi, ma in alcuni casi si esprime nell’andare oltre, “al di là”, nell’esperienza di superare il “limite”, forse solo un modo per non riconoscerlo o per rifiutarlo.
Oltre un certo limite, però, si sa cosa c’è.  Al di là, “sull’altra sponda del fiume, al di là su di un’isola dove anticamente si seppellivano i morti perché i vivi al di qua si sentivano da loro minacciati e insidiati” (Freud),  al di là – espressione ancora in uso per definire il regno dei morti dove non è possibile andare – c’è, appunto, la morte.
Cosa può spingere l’uomo a superare tale limite?
http://www.youtube.com/watch?v=KUnbo0ateBI   (Rachmaninov, Piano Concerto n.2, Primo movimento. Vuja Wang)

Il canto XXVI canto dell’Inferno si apre su una lunga e gonfia invettiva “Godi, … poi che sì grande, che per mare e per terra batti l’ali, e per lo ‘nferno tuo nome si spande!(1-3)…”onde mi vien vergogna,(5) e tu in grande orranza non ne sali”(6). Un’ambientazione piena di rabbia, di sdegnoso sarcasmo, d’amaro scherno, su cui incombe e incalza una tremenda sciagura, una temuta condanna che non si sa qual è, ma è “meritata”: “s’io meritai di voi…” “s’io meritai di voi…”(80-81) e si ripete. Una punizione, un inesorabile castigo grava tanto che “se già fosse, non saria per tempo”, (10) sarebbe in ritardo, non sarebbe ancora abbastanza…e se già fosse non sarebbe ancora sufficiente, perché “qualsiasi cosa” non basterebbe… Almeno… “così foss’ei da che pur esser dee!” (11). Almeno fosse così, dal momento che “essere deve”, visto che è inevitabile, se non altro “già fosse”: sancirebbe la fine dell’ansia, dell’angoscia, della minaccia, della paura, dell’ostilità o del tormento! Chi è qui, causa di tanta vergogna, oggetto di tanto disprezzo a cui – come fece Prato con Firenze – vengono augurate oppressione e distruzione, lui, disonorato, non può “tener la faccia sua meno ascosa”(27), maledetto anche all’inferno, indegno d’amore tanto che solo chi è ignobile, e “non altri, l’agogna”(9), invoca il castigo, desidera e si augura la punizione, senza dubbi nel “merito”, nel contenuto, purché sia all’istante, subito, immediatamente perché “più gravosa” (12) e dura, per lui, sarà più il tempo passa…

Luogo questo dove regna l’amplificazione della colpa, la sproporzione delle aspettative, il rigonfiamento esagerato della competizione nei cui confronti un bimbo, per esempio, che non possiede misura, non ha difese. Egli ama senza misura e non misura l’amore, ma, amando, avverte biasimo, rifiuto, messa al bando, disgusto e sente l’allarme e il “rimbombo” dentro di sé che si trasformano in agitazione ed ansia … e se vengon da lui non può che esser sua la colpa. Un bambino trattato con rancore o brutalmente, riempito di collera o di spavento, più volte sgridato e minacciato, “cinque volte racceso e tante casso”(130), a cui non si consente un “picciol tempo”(8) o il ridottissimo spazio d’ “un sol legno”(101) e neppure il modo di gioire e godere senza dispregio, d’aprirsi, illuminarsi e sperimentare un sé migliore, non ha scampo e può accadere che egli trovi nella sfida una modalità d’essere, di vivere, di sentirsi “insieme”, “intero”. La sfida, a sua insaputa estremo tentativo di protezione dell’amore, rifugio e riparo, scudo e difesa, “tiene insieme” “chi sfida e chi è sfidato” in un solo legame appassionatamente desiderato, in un’unica identità ardentemente idealizzata che, spesso, via via che il tempo passa, si scandisce e struttura in un percorso di “autarchica” funzionalità reciproca e di progressiva scalata simmetrica la cui posta in gioco sarà sempre più alta. In questo modo egli si assedia come è stato assediato, si accerchia con pretese di prestazioni – (questo chi si occupa di scuola e riforma riforma “ciecamente”, ignorando  elementari pre-requisiti alla conoscenza di un bambino, dovrebbe ricordarlo ogni tanto) così “si fascia di quel ch’egli è inceso”(48) ed “è in quel fuoco che vien così diviso”(52).
Un’aspra, rischiosa e “solinga via”(16) da quel luogo iroso si dipana “tra le schegge e tra’ rocchi dello scoglio”(17) dove “lo piè sanza la man”(18), in una istintiva complementarietà di mutuo soccorso, districarsi non può e dove occorre raccogliere tutte le forze, rischiare “tutto”, corpo, cuore, ingegno, per avanzare o… per tirare avanti.
Luogo affine a Dante che “se non avesse un ronchione preso”(44), anche lui, “caduto sarebbe giù senza esser urto”(45).
“Allor mi dolsi e ora mi ridoglio”(19)… Ed è un dolore grande perché interrompe la descrizione del luogo, perché si spalanca come un urlo, perchè dirompe come un pianto.  Perché parla del dolore d’allora… che si rinnova ancora.
Toccato, coinvolto, scosso, “drizza la mente” (20) Dante, si rende conto, turbato non tanto dal dolore di allora quanto da “ciò che vide” (20): dalle conseguenze di quel dolore umiliato ed esiliato che conduce “a mettere sé”ad errare o a tribolare per quell’erta solitaria.
E vede…“Vede”(20) “lo ingegno”(21) che ancora di tanto amore aveva bisogno, correre da solo, senza più freno, senza controllo, senza contenimento, senza limiti… senza “virtù” che più “nol guida” (22).
“Come il profeta che”, deriso, ”si vendicò con gli orsi”(34) facendo divorare i bambini, le parti infantili in sè, chi è qui, costretto all’ira, senza altra “compagna”(101) se non l’audacia di cui non fu privato, “dalla qual non fu deserto”(102), vendicandosi di sé, per punirsi, ciecamente senza che “altro vedesse”(38) né amore, né pietà, né tenerezza, né dolore, né perdono e    come fa chi “se stesso invidia”(24) , se stesso divorò convertendo  “la buona stella” (23) in causa e fonte di dolore e pena, mutando sè in “fiamma sola”(38). Qui, dove il consigliere fraudolento è consigliere di se stesso, “ogni fiamma un peccatore invola”(42). C’è molta ricchezza e bellezza nei bambini “in difficoltà”: e “riducendo”, a monte, (prove compensative: e c’è un compenso perchè c’è un furto!!!) quel che devono imparare perchè “non ce la fanno”, (che tradotto in italiano significa : “sei tu che non sei adeguato”), vuol dire insultarli, umiliarli, escluderli, significa scrivere il loro destino prima che sia la vita stessa a farlo.
“Di tante fiamme”, la zona, “ tutta risplendea”(31) e, girando torno, torno “si movea ciascuna”(40), leggera, impalpabile e soave “sì come nuvoletta in su salire”(39) “per la gola del fosso”(42) come chi non intenda peso, affanno e ardore, angoscia, durezza e timore, e anche come chi è sempre in fibrillazione, non può star ferma e non ne è consapevole … “per ciò nessuna mostra il furto”(41): nessuna vede frode, nessuna vede né ladro né rapina.
Nessuno “vede” dentro la fiamma, costretti a vedersi solo l’un l’altro e nulla fuori e nessun altro, avvolti in uno stesso furto, fasciati in uno stesso ardore, chi froda e chi è frodato, chi sfida e chi è sfidato sono nella stessa persona. E straordinaria è l’impostazione del verso, riferito ai “due dentro a un foco”(79) , ciechi e con-fusi nella stessa fiamma, Ulisse e Diomede, “Non vi movete: l’un di voi dica dove per lui perduto a morir gissi”(84): in forma d’agente col verbo “gissi”, costruito passivamente. “Dentro lor fiamma si geme”(58), “là dentro si martìra”(55), “insieme essi vanno alla vendetta come all’ira”(55-57).
Dante, commosso, “accende” Ulisse e trasfigura il saggio, riflessivo, accorto, paziente eroe greco in una figura tragica e solenne, arsa dalla passione per la scienza, avida di conoscere valori, vizi umani, di divenir del mondo esperta, insofferente di riposo, catturata dalla ricerca, dall’avventura e poi vittima della sua stessa audacia, compiendo un’operazione che nessuno, né gli antichi né i medievali, aveva mai fatto né ideato fino ad allora. Come non riesce ad accusare, in cuor suo, Paolo e Francesca perché conosce l’amore, Dante rispetta Ulisse, dà spazio al valore, apprezza la sua sete di sapere perché la considera la più nobile delle aspirazioni umane, e forse perché, anche lui, ha, dentro, lo stesso amore per la conoscenza.
Ulisse ci dice cosa non lo trattiene: “Né dolcezza di figlio, nè la pietà del vecchio padre, né ‘l debito amore lo qual dovea Penelope far lieta, vincer potero dentro a me l’ardore ch’ i’ ebbi a divenir del mondo esperto, e degli vizi umani e del valore”(94-99). Parla di un ardore così potente da rendere inefficace ogni altro grande affetto e sentimento umano, una bramosia così tirannica nel “divenir esperto” del mondo, dei vizi e del valore degli uomini da fargli mettere sul piatto e in gioco, tutto, anche la vita stessa.
Ulisse giunge con i suoi compagni, “vecchi e tardi”(106) “a quella foce stretta dove Ercole segnò li suoi riguardi, acciò che l’uom più oltre non si metta” (109) e li sollecita, però, ad andare avanti: “non vogliate negar l’esperienza, diretro al sol, del mondo sanza gente. Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza”(116-120).
Impaziente, vuole andare, vuole andare “oltre”, oltre il limite imposto alla conoscenza dell’uomo, oltre il limite posto dalla ragionevolezza, oltre il limite, quel limite che egli sente come un limite interno e che gli sottrae l’ “arte” (61), quell’arte in agguato, esperta di vendetta e di castigo, che “fè la porta onde uscì il gentil seme” (59-60), quell’ “ arte entro cui si piange”(61).

Così…
“Volta nostra poppa nel mattino,
dei remi facemmo ali al folle volo,
sempre acquistando dal lato mancino.
Tutte le stelle già de l’altro polo
vedea la notte, e ‘l nostro tanto basso,
che non surgeva fuor del marin suolo.
Cinque volte racceso e tante casso
lo lume era di sotto da la luna,
poi che’ntrati eravam ne l’alto passo,
quando n’apparve una montagna, bruna
per la distanza, e parvemi alta tanto
quanto veduta non avea alcuna.
Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto;
che’ de la nuova terra un turbo nacque,
e percosse del legno il primo canto.
Tre volte il fe’ girar con tutte l’acque;
alla quarta levar la poppa in suso,
e la prora ire in giù, com’altrui  piacque,
infin che ‘l mar fu sopra noi richiuso.”(124-142)
Ardere è la pena e l’animo che qui “si castiga” “in quel foco”(52) lo fa tanto seriamente che anche il linguaggio subisce una trasformazione e, come in preda all’incendio, incendia le parole che diventano “faville” (64).
Chi è qui, “gitta voce di fuori”(90) come fosse fiamma, “come fosse la lingua che parlasse” (89,), con animo ardente e appassionato, con lingua di fuoco dal dire acceso incita i compagni, infuoca i cuori e infiamma la mente.
In quell’ardire in realtà c’è il pianto perché “dentro quella fiamma si geme”(58) e, prima, dietro alle “faville” ci fu un “mormorare”(84), una supplica. A lei rivolta.
https://www.youtube.com/watch?v=ubVVSWHkxs8  (Franz Liszt – Liebestraum – Love Dream – Lang Lang)  
Egli che, per lei, per il “disio vêr lei” (69) ancora “si piega”(69) dice: “assai ten priego e ripriego che il priego vaglia mille, che non mi facci dell’attender niego”(65). Chiese e richiese e pregò non gli venisse negata una “sosta”, un tempo di quiete per rabbonirsi, arginarsi, ritornare, quel “tempo che il mondo schiara”(26), una tregua per placarsi, drizzar la mente e ritrovare un luogo fertile dove si “vendemmia ed ara”(30) e poi si raccolgono i frutti… oppure “al  poggio” dove calmarsi, trovar sosta finalmente e dove “si riposa”(25).

Più che “dell’ardore” e più dell’ardire i bimbi, oggi, avrebbero bisogno di una quieta ninna nanna  https://www.youtube.com/watch?v=t894eGoymio (Johannes Brahms – Op.49 No.4 Wiegenlied / Lullaby) Uno spazio  buono “dentro” dove distendersi, dove “ad-tendere” non coincidere, dove desiderare non bruciare, un tempo da frapporre tra sé e il suo “disio” – lei – ma anche tra sé e la “vendetta” che irrimediabilmente arriva, la pena, la punizione, “il turbo”, vento furioso che “percuote il legno”, investe la nave e la manda a fondo. E mentre affonda , “vedi che dal disio ver lei mi piego?(69), ancora non vede che dal disio ver lei si piega, ancora non vede che col suo desiderio “lei”, ancora, “lo” piega. 

Ancora, ancora… Lo dicono i bambini, ma quando vogliono essere rassicurati : se una cosa può ripetersi vuol dire che non “finisce”… Ma questo è il luogo del proliferare dell’azione, del movimento e dell’agitazione tanto che forse neppure “lei” – il suo disio – “nol potea sì con li occhi seguire”(37),è il luogo del “paragone” (Elia, le lucciole…), del competere, dell’andar oltre forse per farsi “guardare” o rendersi “visibile”, farsi desiderare e vedere, finalmente, negli occhi di lei il suo desiderio senza misura e senza richieste…Forse… Ma questo è il luogo, vasto ed elevato, che sta tra i ladri e la polemica rancorosa (Guido da Moltefeltro) : l’agire “senza sguardo” si trasforma in azione cieca, l’ansia senza amorevole occhio materno che segua “tenga” e “con-tenga”, trasforma il limite in un traguardo.

Ancora  e ancora. L’agire bruciante è alimentato da un’ansia gassosa e incomprimibile che in qualche modo va legata e si “fissa” così ancora verso un’altra sfida e l’ancòra diventa àncora per un’altra meta.
E se Virgilio, la saggia guida, accetta la preghiera come degna e lodevole, come consapevolezza del limite della soglia del non ritorno, possiamo supporre, invece, che lei, la madre, la prima guida, quella verso cui per il disio ogni bimbo si piega, non l’accolse. Ma chi non si vide riconoscere come legittimo il proprio limite, non riconoscerà legittimità ad alcun limite ed è così che “là dentro si martira” (55) … fino a che il mare non sarà sopra lui richiuso.

Noi ci allegrammo, e tosto tornò in piantohttps://www.youtube.com/watch?v=arqouwfIKzU (Schubert Standchen (Serenade), Lang Lang)

“La mia allegrezza è la malinconia” (M.Buonarroti, Rime)

tiziana Campodoni

Pubblicato su http://blue-moon.comunita.unita.it  il 13 febbraio 2014
Rivisitato mò.

 

Annunci