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art pepper

Uno dei più famosi monologhi è quello del melanconico Jaques in “As you like it”, forse l’opera più musicale e mozartiana di Shakespeare: …”Il mondo è tutto un palcoscenico, e uomini e donne, tutti sono attori; hanno proprie uscite e proprie entrate; nella vita un uomo interpreta più parti, chè gli atti sono le sette età”…il bambino…lo scolaro…l’amante…il soldato …il giudice…l’anziano e… “a conclusione di questa varia strana storia, è una seconda infanzia, puro oblìo, senza denti, occhi, gusto…senza niente” (Atto II, scena 7, omesse descrizioni delle età). “E’ vero”, dice Jaques, “amo la malinconia più che le risate”…….”é bello essere tristi e non dire nulla”…….”è una malinconia tutta mia, amalgama di un’infinità di elementi, distillati da tante cose, e, più che altro, un complicato meditare… la cui frequente ruminazione mi trascina nella più umorale delle tristezze” (Atto IV, scena 1).
“La vostra esperienza vi rende triste” risponde Rosalinda e aggiunge
“Chi s’abbandona all’eccesso, per un verso o per l’altro, è detestabile e merita più biasimo degli ubriaconi” (Atto IV, scena1). Ci sono altri ingredienti che vanno sottolineati in “As you like it” per il loro “risuonare nelle corde” di Pepper : una cacciata da casa, l’espulsione da una famiglia persecutoria, due trasformazioni difensive (Rosalinda si traveste da uomo, Ganimede, e Celia si imbratta il viso, si straccia le vesti e cambia nome… Aliena, straniera) una fuga, alla ricerca di un rifugio/persona buona, in un luogo idilliaco, la foresta di Arden dove… la “natura” provvede a donare ciò che è necessario per vivere (come farebbe una coppia di veri genitori). E dove l’amore sia possibile. Elementi che ritroviamo nella vita di Pepper. Due genitori alcolisti, un padre violento, una madre incurante, assente… Un percorso roccioso tracciato dentro di lui come un solco del dolore più doloroso… l’abbandono, legato al distacco, alla separazione… dolore che un bambino non può tollerare. “Esperienza”… “senza niente” “che rende tristi”, che lo costringe alla “fuga”… da sè… a farsi uomo alla svelta… “travestendosi”, in qualche modo, da adulto senza esserlo emotivamente. “Esperienza che rende tristi” ed “estranea” perchè fa sì che un non-ancora-uomo, sopravvalutando le proprie forze e sottovalutando il proprio dolore, metta “in oblìo” una parte di sè troppo fragile, andando a cercare “un mondo che è tutto un palcoscenico” dove ognuno può recitare “più parti” in un’atmosfera di “rinascita” (economica per il Brasile) al ritmo di un samba più lento chiamato “con un altro nome”, bossa nova… “Esperienza che rende tristi” e che tace, “non dice niente” sulla verità profonda … si aggrappa ad una “nuova vita” luminosa e accecante, una “seconda infanzia” desiderata e impossibile…”idilliaca”… dove la  fragilità di un bimbo non è trattata con violenza e trascuratezza, ma “lusingata” dagli applausi e da sorrisi, dove “il bisogno”, troppo a lungo e negligentemente inascoltato, “magicamente” scompare, non esiste più. E dove la fine e la morte non esistono. Così si arriva a …“è bello essere tristi”…ci si arriva “con” melankolia (mélanos/ nero, kholé/bile)… ci si arriva quando la tristezza è investita narcisisticamente, quando “piace” più l’umor nero che la gioia… as you like it, appunto, come ti piace. Un’esperienza triste che porta “agli eccessi”... a un sè dorato, sfavillante, idealizzato ed idealizzante che si è lasciato alle spalle e si è fondato su una parte di sè rimossa, come non valesse “niente”, su un’immaturità silente, scissa, rabbiosa e devastante. Operazione interna non priva di conseguenze: ogni idealizzazione non si fonda sull’amore (come troppo spesso si crede o si vuol credere), ma sul disprezzo di cui l’idealizzazione è l’esatto complementare… E un complicato rimuginare nella mente, un insistente rimestare nel risentimento, un estenuante borbottio, un continuo accusare ed autoaccusarsi  trascina “nella più umorale delle tristezze”. La colpa che deve aver inconsciamente provato Pepper deve essere stata grande: egli, detestabile, meritava più disprezzo di quegli ubriaconi dei genitori… L’eroina è stata la punizione, la vendetta che si è autoinflitto, che lo ha rinchiuso (di nuovo) tra quattro mura violente, che lo ha dato in pasto al biasimo di tutti sulle pagine dei giornali, che lo ha trascinato nella dipendenza da una sostanza (un’altra illusione che ha nulla a che vedere con l’amore) che ha adulato e sedotto il suo sè “artefatto” anestetizzato il dolore… e che, con la truffa, il “furto”, l’inganno, la “criminalità buona” di chi fa danno mentre procura un falso sollievo, lo ha ricacciato nel buio dis-amore…dal quale, probabilmente, non era mai  veramente uscito.
Anche Eden Ahbez (anzi ahbez come preferiva, riservando le maiuscole agli dei, all’anagrafe George Alexander Aberle) autore di “Nature boy” ha elementi, nel suo vissuto, simili a quelli di Pepper. E’ cresciuto in un orfanotrofio… e ancora troviamo una famiglia assente ed un figlio, solo, errante, a piedi, in giro per l’America (e questo dieci anni prima di Allen Ginsberg e prima che Jack Kerouac si perdesse “sulla strada“) che scrive questa canzone, scelta e cantata poi da Nat “King” Cole… E la canzone narra di un ragazzo strano e affascinante, un pò timido e fragile, con l’incanto e la tristezza negli occhi, un ragazzo che fantasticava di “re” e di “follie” mentre andava molto, molto, molto lontano… https://www.youtube.com/watch?v=339UrDjHDio (Eden Ahbez, Nature Boy)
E così ci troviamo in un racconto, affiancato ad un altro racconto, dentro un racconto, all’interno di una canzone che racconta lo stesso racconto… Un’associazione, una somma di racconti ripetuti, questa sì, davvero stupefacente che amplifica la valenza quasi “corale” del brano e l’avvicina ad una inviolabile preghiera umana, molto umana nella quale, finalmente, l’uomo si “riprende” il senso del sacro a lui, troppo a lungo, sottratto.
Nature boy è una composizione straordinaria strutturalmente intelligente e solida che racchiude al suo interno un immenso valore… il senso, il suono, le parole, l’emozione sono i vissuti individuali e “non”, le solitudini, le emarginazioni, le nobiltà  e le sofferenze di uomini, donne… popoli… e non solo quello yiddish. Ebbene “Nature boy” di Pepper è, in realtà, un lungo, adulto, commovente, lirico “monologo” in cui i diversi strumenti “recitano”/intervengono con “proprie uscite ed entrate” e commossi “assolvono” le differenti parti rappresentate, riallacciano e fondono i differenti aspetti e periodi della sua vita che si raccontano, sussurrano, si affiancano, entrano uno nell’altro, gemono, si disperano, si consolano, si stratificano, si alternano… ma confluiscono e sono riuniti tutti in un unico, sommesso, sublime e meraviglioso Art Pepper.

http://www.youtube.com/watch?v=pmYFmUVl_f0&sns=e Art Pepper, “Nature Boy” (Straight life)

La musica inizia con un tentativo di “fuga” del pianoforte, un accenno a sviare “ancora una volta”, una specie di canto del cigno… per non essere trascinato in quel mare di dolore o in una “fine” assai temuta… ma si ritrae immediatamente perchè la negazione non è più possibile e lui lo sa… non c’è più tempo… e il cuore urgente del sax ha un dolore così grande dentro che strozza il suono all’inizio di ogni as-“solo” per poi sciogliersi in una morbidezza…una delicatezza… un’autenticità irresistibili…cui alcuno strumento, qui, si sottrae. L’antico accusare rancoroso, il rimuginare risentito si trasformano in un ispirato e tenero balbettio interno… come la voce spezzata, interrotta dall’emozione che chiude la gola di un bambino fragile, timido che ritrova il coraggio di “chiedere”, di dire ciò che aveva provato a dire, quel che voleva dire, quel che avrebbe potuto dire, ma… c’era sempre “di più” e sempre “di meno” … Pepper ha il dono divino della narrazione limpida, della purezza delle linee…possiede note che “comunicano” anche quando “strappano”, frasi musicali che raccontano con fermezza, semplicità, grazia e sviluppano discorsi che a tratti lacerano e a tratti sembrano dissolversi.
Il brano affronta subito il grande tema, la grande “bestia nera”: l’oscillazione. Il salto di un’ottava: dal folle dolore ai re  (“fools and kings” ), dal “niente” all’euforica risata , dall’io abbandonico all’io arte-fatto…le due polarità di questa, ora, bella, ricomposta, consapevole e “perdonata” malinconia. Un’ottava melodicamente e armonicamente “lavorata al suo interno”, una nota pick up, luminosa e illuminante, tre note discendenti, una triade minore, e poi ascendenti su un accordo diminuito…una specie di ripiegamento su se stessa che mi fa venire in mente un velo di seta che cade lento e leggero e si ripiega su di sè formando degli otto orizzontalmente stratificati … ma non è un ammucchiare e non è un cadere… è, invece, annullare una distanza, coprire “doppiare” un salto ardito, ripetuto per tanto tempo, da una  stessa nota dolorosa  in polarità “bassa” de-pressa e riflessiva e in quella “alta” maniacale ed espansiva che portava Pepper a definirsi, quasi con vanto e “negando”, ancora una volta, un “criminale buono”. Un gemito, un mormorio, un sussurro, un pianto…che portano con sè l’intera ottava per tutto il brano… ma senza l’urto delle opposizioni, senza oblio delle contraddizioni, senza “l’ebrezza” e la superficialità della “bossa nova”… E il silenzio non è più “mancanza”, ma è attesa, è ascolto, è respiro… disseminati su uno spartito in tonalità RE-. è lucida  consapevolezza di essere semplicemente un “piccolo” “re” “minore”.  E quello che lui chiamava “criminale buono” era in realtà il suo sabotatore interno. Intuiva però, Pepper, un aspetto veritiero; il sabatotore è tale per quel che attiene la sua vita (e non è poco), ma non per quanto riguarda il suo talento musicale: impeccabile nella classe, nel fraseggio, nell’originalità, nell’eleganza, nel rigore prima e dopo la droga, mai neppure sfiorati dal suo “criminale”…. in questo senso… “buono” (più per noi che per lui, per la verità). O forse il sabotatore si è nutrito della vita di Pepper per nutrire la sua arte… Forse l’ambiente in cui ha vissuto era troppo malsano oppure Pepper un bimbo poco forte, troppo fragile e, forse, se avesse potuto scegliere, avrebbe preferito essere felice. Fatto sta che l’inclinazione alla dipendenza così marcata da non resistere al richiamo della distruzione, non riguarda la sua musica interna… tanto forte e salda da non aver ceduto neppure allo stile di Charlie Parker. Il suo soffio, il respiro vitale, che diventa salvezza dentro al sax, è fermo mai oscillante o insicuro. Qui il sax, prolungamento del sè e del corpo di Pepper, mormora, si dispera, parla, grida, geme, piange, sussurra, gusta il silenzio in modo “retto”, giusto, fermo (da questo punto i vista… sì… “straight”) e, anzi, sembrerebbe che nel “buio”della dipendenza, nel freddo del disamore, al”chiuso” della prigione… si sia fatto ancora più profondo, caldo,  appassionato, espressivo, emozionato, sentimentale. Ogni esecuzione di Pepper innamora o “cattura” perchè recapita al “tuo” interno il messaggio segreto e allarmante  di  un’occasione di vita o di morte e tu non sai di quale delle due si tratti quella volta. Un allarme che lui deve aver vissuto in prima persona, da piccino, e che ripropone ogni volta con ostinazione traumatica, con modalità se-ducente e con “naturalezza”, a “doppio legame”, un allarme che trasmette e sgomenta chi gli è vicino…chi lo ascolta. Devi saperli leggere e devi saperli ascoltare gli Art Pepper: ti incantano, ti ammutoliscono e ti portano in pasto al sabotatore. Probabilmente quello che ha vissuto lui…tra l’allarme di una violenza o di una “fine” incombente e un desiderio immenso di un sorriso assente. E la dannazione che alla fine consuma è un desiderare troppo, un desiderare avido, ingordo… alla ricerca di un “di più” che possa riempire il “di meno”… il vuoto…”il niente” …”Why then, can one desire too much of a good thing?” (Atto IV, scena 1). Come se avesse paura di essere “dimenticato”, ancora una volta abbandonato, Pepper torna e ritorna sul passato, sulle “note” passate, torna e ritorna sulle note… come non volesse lasciarle andare per paura di un distacco, di una “fine” e le assapora, le gusta, le cura, le consola… assegna loro una specie di potenza retroattiva, la funzione di “poetizzare” il passato, modificando la trascuratezza con una “reverie” “materna” attenta, premurosa, mordidamente accogliente… amabile e che sa amare. Quello che lui non ha avuto. Un perfezionismo musicale alla ricerca ossessiva di qualcosa di ancor più buono…di ancora meglio… di una prelibatezza del gusto, della “perfezione”…egli torna e ritorna sulle note… suggerisce infinite possibilità…infinite modifiche, cambiamenti, correzioni, rettifiche… infiniti sforzi, tentativi (perfetti), sfumature di tono sempre sulla stabilità di una nota …come se le infinite varianti potessero sostituire un solo, ardentemente desiderato punto fermo, “quella” “nota”… che lui “sente” come mai avuta. E anche come se fosse “colpa sua” ( non aveva fatto abbastanza, aveva fatto poco …colpa sua: doveva assolutamente cercare, trovare, fare, dare di più…) il non essere stato “tenuto”, voluto, “capito”, amato nel modo giusto.

L’io artefatto e dorato scompare, si dissolve e si fonde al dolore disperato del bimbo abbandonato… finalmente ritrovato: ora presente nei panni del ragazzo naturale, senza più travestimenti e follie scisse, che si ricuce la vita addosso, che non ha bisogno di aggiungere niente anzi… suona “sottraendo”…e, con la potenza unificante di sè e della sua musica, ricompone, “pick up the pieces”, rimette insieme i cocci di quel dolore che per tanto tempo non ha voluto/potuto vedere, rimettendo insieme i pezzi della sua vita. E il brano si chiude con un “solo” Pepper, un as”solo” in soffio, “assoluto”, “assolto”, libero e quasi in sordina. Per dirla con Stendhal: “La buona musica non sbaglia mai e va dritta al fondo dell’anima a cercare il dolore che ci divora”. E se Orlando di Shakespeare, in As you like it, scopre che l’oggetto del suo amore non è ciò che credeva (Ganimede ), ma è proprio lei, Rosalinda, il ragazzo con l’incanto e la tristezza negli occhi, dopo tanto cammino, sulla strada della saggezza (e non su una via “stupefacente”) scopre che la cosa più grande che poteva imparare era semplicemente amare ed essere amato, ma anche amare per essere amati. Se il nature boy di Ahbez ha l’incanto negli occchi, Pepper ha l’incanto nel suono, nel soffio brillante e struggente di ogni singola nota. Nature boy è un magico racconto in musica, capace di ritrovare e conservare il passato, che fa vibrare da un capo all’altro il pentagramma… con gentilezza e forse amarezza… con le illusioni e le disillusioni che lui  poeticamente trasforma in un in-canto. Un canto dolce, intenso, elegante per la vita stessa che egli cerca di trattenere e di gustare il più a lungo possibile mentre gli sfugge, come ad ognuno di noi, come sabbia tra le dita.

https://www.youtube.com/watch?v=hLOPPv6GE7k  (Lizz Wright – Nature Boy)

tiziana Campodoni

pubblicato su http://blue-moon.comunita.unita.it 11 settembre 2013

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