Tag

, , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

 Collegamento permanente dell'immagine integrata
Goethe scrive che “sono due le cose che i bambini dovrebbero ricevere dai loro genitori: le radici e le ali”. Esattamente e, se  non se ne ha a male, aggiungerei una scala… ché il dislivello è ardito.
http://www.youtube.com/watch?v=7YZb8s7Kxa4  (Led Zeppelin, Stairway to heaven).
Le radici “radicano”, ancorano alla realtà, ad un luogo, ad un passato e al presente, a se stessi, danno sicurezza, appartenenza, solidità. http://www.youtube.com/watch?v=TFCpY8UPotQ  (F. Guccini, Radici).
Le ali consentono il volo,  il distacco, la separazione,  il desiderio ( dal lat. “de”, mancanza, separazione, “sidus, siderìs”, stella, avvertire la mancanza delle stelle, “sidera”) che non è illusione bensì tensione “interna” che si fa arco e scaglia la freccia-desiderio verso l’alto e “l’altro”, “l’oggetto-stella” desiderato di cui si “sente” la mancanza. http://www.youtube.com/watch?v=FKGwIjqdm3A  (H.Uehara, Canon in D – J.Pachelbel)

Ali e radici, entrambe: le sole ali sono velleitarie e un grosso rischio, le sole radici imprigionano nella concretezza di basso e arido profilo simbolico. Ali e radici insieme in “com-unione: fermezza “cum-sidera” (gli àuguri osservavano gli astri per trarne gli auspici) così bambini e adolescenti conquistano il “con-siderare”, esaminare e valutare, vagliare ed osservare, studiare e ponderare, apprezzare e ” stimare”, intuire e cogliere relazioni,  discriminare e scegliere. Ali e radici per stare e procedere, per volare e non perdersi, per vivere le passioni più intense e aver un posto dove tornare, per desiderare senza essere o sentirsi abbandonati. Scrive Hugo: “c’è uno spettacolo più grandioso del mare, ed è il cielo, c’è uno spettacolo più grandioso del cielo, ed è l’interno di un’anima” … ma… “l’anima è piena di stelle cadenti”. Le illusioni sono le stelle cadenti dell’animo, le illusioni non sono desiderio sono un inganno e un autoinganno, le illusioni sostituiscono il desiderio quando non siamo più capaci di desiderare, di conquistare, di lanciare il cuore oltre la siepe.

Sarò feroce. http://www.youtube.com/watch?v=gv0OGH95-OY  (C.Lolli, Prima comunione, da Canzoni di rabbia). Pensiamo, solo un attimo, a quanto noi abbiamo bisogno dell’illusione, di essere illusi e anche a quanto abbiamo bisogno di illudere  i bambini : devono addirittura scrivere la lettera a Babbo Natale (pure a scuola, anzi è il sigillo: il bambino sa scrivere e la maestra è brava)…Va da sé  che, prima o poi, saranno delusi. E mentre tutti siamo euforici e ci spertichiamo nel dar vita a questa illusione… cerca,  compra,  nascondi  regali…telefonate sibilline, discorsi in codice, sguardi che sconfermano il suono delle parole dette… e questo anche “contro” i bambini stessi che dignitosamente se lo domandano da dove entri Babbo Natale – e tra l’altro se entra lui perché diavolo dovrebbero star tranquilli che il “ladro notturno” non entra ? – o come ci passi la Befana dal camino o, peggio, dalla cappa aspirante? Poi quasi nessuno fa caso a come i bambini “atterrino” sulla realtà che Babbo Natale non esiste. Non sono rare, neppure, le frasi con cui i bambini, solo qualche anno dopo, vengono apostrofati : “Ma credi ancora a Babbo Natale? ” Dall’illusione forzata alla derisione becera. Da telefonare a Save the children!

Da bambina misi su una vera e propria questione di principio sulla Befana – che mi era più simpatica – da far uscire di senno i miei. Poco malleabile e per niente disponibile a “credere sulla parola”, li avevo  stremati: a dimostrazione certa della sua esistenza dovevo lasciarle, come facevano tutti i bambini… (“bravi” era sottinteso… ed era altrettanto ovvio che io non facevo parte del gruppo) del pane e un bicchiere di vino sul tavolo che, naturalmente, sarebbero “scomparsi”.  Io mi domandavo quanto diavolo bevesse la Befana e che se ne facesse del pane visto che portava dolci… E non ce l’aveva uno straccio di panino con la mortadella? E quanto grande era la Befana per passare dalla cappa del camino? Era piccola. E allora come faceva a portare il saccone pieno di dolci? Non così piccola. E la scopa? Come  riusciva a far fare la curva alla scopa nella cappa? Era flessibile. Figurarsi! Già non si capiva perchè a Babbo Natale la slitta e a lei la scopa, un mezzo di trasporto così scomodo, e per giunta elastica! Loro la vedevano. Io no. Come la TV dopo Carosello?

L’attitudine ad illudersi, a far “errare” i sensi o la mente, non è un buon affare e “lo fanno tutti” non è una spiegazione intelligente. E poi, l’illusione dà dipendenza. https://www.youtube.com/watch?v=Ee8XiILtHaU  (C.Lolli, Aspettando Godot). Di illusione in illusione c’impoveriamo strada facendo, senza vivere davvero. Noi, con sferica noncalanche, “lasciamo che accada” (attitudine anche questa piuttosto frequentata benchè meno sfacciata ma più strisciante della sua parente stretta “a mia insaputa”) non ci poniamo tante domande e i bambini vengono immersi in una “magica” illusione. Ma i bambini sono piccoli, mica stupidi e se esiste o no Babbo Natale è  una delle prime cose che  chiedono a scuola quindi “non si fidano già” e cercano conferme. Inutile dire la difficoltà per “salvare capra e cavoli” con le “due scuole di pensiero”! Perchè se è vero che le illusioni non vanno indotte è anche vero che non vanno  massacrate con una verità sbattuta in faccia (che umilia, perchè tu, “scemo”, ci hai creduto) e, contemporaneamente, vanno tutelati i bimbi che dicono essere i genitori a comprare i regali! Ma non basta, non ci facciamo mancare nulla, c’è un’ulteriore variante politically correct che consiste nel dire ai bambini che i regali li comprano i genitori (aspetto progressista) … ma … coi soldi di Babbo Natale (aspetto tradizionalista). E qui la storia s’intorbida, gli amanti della mediazione si esaltano e le menti s’accartocciano: non si capisce, allora, per quale oscuro motivo questo simpatico vecchietto non si dia da fare per portare un lavoro a papà che non gioca più col suo bambino, litiga con mamma, ciondola, triste e incazzato, tra il letto e il divano perchè il lavoro l’ha perso e il mutuo, come le bollette e l’apparecchio per i denti,  Babbo Natale non li paga!  Schnitzler direbbe “la verità si troverebbe nel mezzo. Nient’affatto. Solo nella profondità”. Ma qui la profondità manca.

Non dico che si debbano distruggere  sogni e  illusioni, ma affermo che non va bene crearne specialmente se somigliano agli inganni o alle menzogne e soprattutto se sono illusioni che abbiamo bisogno di creare noi adulti per sentirci  tanto buoni. E la società per far danari sull’illusione dei bimbi.

Forse per noi è anche l’occasione e un modo per ritrovare il “nostro” bambino interno, operazione stimabile se quel bambino si ha avuto cura di far crescere salvaguardandone la ricchezza  e mantenendo con lui il dialogo aperto, ma il “bamboleggiare” sembrerebbe dimostrare l’esatto contrario: un bambino interno non cresciuto, ammuffito, stereotipato, senza vita, deluso e in attesa di una nuova illusione.

“La cosa importante è avere occhi per vedere la meraviglia” (S. Littleword), ma non è facile mantenere dentro di sè “la magia”, riuscire a vederla nella realtà  e riuscire a trasmetterla come dono e dolcezza, come luce interna che conosce le ombre, come fonte curiosa e cristallina che “innaffia l’immaginazione” (in prestito da Marefoschi), come intuizione, incanto, fascino, riuscire a coltivarla “dentro di sè” e non cercarla nelle chiromanti, nei riti, nelle superstizioni, nelle illusioni… per esempio! E comunque non si “ritrova il proprio bambino interno” abusando dell’ingenuità e della fiducia che il bimbo vero ripone in noi. “Sarebbe bello parlare con i bambini che eravamo e chiedere loro cosa ne pensano degli adulti che siamo diventati”  (J. F. Gabanhia). Non so a quanti di noi convenga… http://www.youtube.com/watch?v=X9HpbkltbVs (F. Guccini, Canzone della triste rinuncia)

Quando giocano i bambini sono serissimi, tutt’altro che “pupattoli”! Il gioco è salute, intelligenza, risoluzione dei conflitti, simbolizzazione, allenamento alla vita, alla relazione con gli altri, alle “considerazioni” tra sè e sè… altro che perdita di tempo! Anche gli adulti “giocano”, ma d’azzardo: giocano tristemente col rischio (proprio quello che si rimprovera ai bambini). Abbiamo trattenuto il peggio del gioco e abbiamo perso la magia, la complicità,  l’incanto, la fertilità, l’intelligenza, la leggerezza, la dignità, l’allegria del gioco in ogni campo, amore compreso. http://www.youtube.com/watch?v=ufp65E9OEC8  (P.Conte, Gioco d’azzardo)

Se  Nietzsche  scrive “maturità dell’uomo significa aver ritrovato la serietà che da fanciulli si metteva nei giochi” Calvino dice:  “prendete la vita con leggerezza, ché leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore”, noi non siamo ne’ lievi ne’ seri e soprattutto non siamo adulti. http://www.youtube.com/watch?v=rUAixFKAHew (F.Guccini, Vedi cara)

Non c’è estremo bisogno dell’illusione e ancor meno di ciò che “non è possibile” per vivere,  c’è,  invece, bisogno di imparare ad apprezzare la realtà, senza fuggire da essa, perché non è solo portatrice di aspetti duri, difficili e dolorosi. C’è bisogno di imparare a riconoscere, a nutrirsi e a godere  del bello e del buono (esattamente come per la verità ), del vero e dell’utile che la realtà offre e c’è bisogno di fare i conti con la realtà anche per cambiarla! Come c’è bisogno di conoscersi per quello che si è e non per quello che “vorremmo essere”: “la vanità è l’oppiaceo più naturale” scrisse  acutamente qualcuno, non ricordo più chi, ma sicuramente un grande! Pensiamoci…http://www.youtube.com/watch?v=hEsMZfYGqIM (F.De Andrè, La ballata dell’amore cieco o della vanità)

Neanche fantasia e immagini sono la stessa cosa. Le immagini mostrano qualcosa che altri hanno già immaginato, con il fantasticare, invece, … “giochiamo in casa”! “Chi legge intanto immagina, crea scene, personaggi, luoghi, atmosfere…e immagina con la sua esperienza, con la sua maturità. Lo facciamo tutti e lo fanno anche i bambini quando sognano a occhi aperti o quando ascoltano letture di favole anche spaventose. Fantasticano, costruiscono immagini e scene con le emozioni che conoscono, con quel che sanno e così facendo si proteggono da soli da ciò che non è adatto per loro.”[1]

Non bisogna abituare i bambini all’illusione come non bisogna abituarli alla violenza. E non bisogna spaventarli: i pedofili non sono mostri potentissimi (se fossero invincibili sarebbe inutile difendersi) sono povere persone molto malate da cui è bene stare alla larga. Non sono dei mostri imbattibili e non vivono in contesti mostruosi, anzi spesso sono proprio in casa o vicini alla famiglia o ai luoghi frequentati da tanti bambini, quindi in contesti non mostruosi, quotidiani e non sono riconoscibili come mostri. Inoltre avvicinano i bambini con gentilezza possedendo un viscerale talento nell’attivare una risonanza emotiva intima, nel catturare sfumature, segnali, desideri appena accennati dai bambini, attraverso lo sguardo narcisisticamente seduttivo.

“Per proteggere davvero i bambini bisogna dare loro  strumenti reali : né spaventarli, né privarli della fiducia perché di fiducia e sicurezza si vive e si cresce, dar loro le informazioni necessarie sì, ma soprattutto i bambini, come dice A. Pellai, devono conoscere il rispetto ed essere in grado di fidarsi di loro stessi, del loro corpo e in base a quello che sentono con il loro corpo che è protagonista, fidarsi o non fidarsi degli altri.”

Un vecchio detto indiano recita che chi prende senza chiedere è un nemico e M.Khan riporta su un suo libro la seguente citazione “chiunque invade lo spazio privato degli altri lo corrompe”… Ebbene chiedere il permesso per toccare il corpo e le cose di un bambino, per tirargli su la cerniera o per infilargli la canottiera nei calzoni  è un grande gesto di rispetto che sottolinea il suo possesso privato di sé cui noi possiamo accedere, per delimitate ed esplicite operazioni, solo col suo consenso. Chiedere il permesso per entrare nella sfera privata (il corpo e le cose, ma non meno le emozioni, i sentimenti, i pensieri…) di un altro, come chiedere scusa se si sbaglia, se si è grossolani o distratti, sono chiavi magiche che aprono la relazione tra due persone al riconoscimento, alla verità, all’interezza, all’identità e al rispetto di sé e dell’altro.

Il corpo suscita esperienze piacevoli e di benessere come si allarma e segnala malessere, ansie, preoccupazioni, pericoli. Vanno messe a fuoco queste capacità e vanno allenate. Il bambino deve dar retta al proprio corpo. I pedofili seducono con interazione progressiva e non violenta, ma quando il rapporto cambia registro e si trasforma da amichevole a sessuale il bambino ” sente”, sente che c’è qualcosa che non va, sente con l’istinto, sente con la pancia, è disorientato, confuso, arrossisce… deve seguire l’istinto non le curiosità mentali che se, invece, sono soddisfatte nel modo giusto si alleano a lui. Può sottrarsi : se urla, scappa è salvo perché il pedofilo, saturo dei propri sensi di colpa e meno attratto da chi è saldo, non lo seguirà.

Quando la relazione cambia registro il bambino è imbarazzato e proprio su questa emozione noi dobbiamo lavorare.

Il termine deriva dal portoghese embaraçar che significa “tenere al laccio”, non potrebbe essere più esplicito : basta ripensare ad una nostra semplice brutta figura per risentire dentro di noi l’aggancio a quell’imbarazzo. L’imbarazzo avviene quando qualcuno (o una situazione) turba, si avvicina troppo, confonde o scardina un ordine interno; oppure quando un elemento estraneo, ignoto, ingombrante, si inserisce in qualcosa di familiare, in un contesto ordinato in un certo modo e disordina, stride, provoca dissonanza.

L’imbarazzo è smarrimento: blocca il corpo, blocca il sentire, blocca il pensare… e quando non si sa cosa pensare, cosa dire, cosa fare, non si capisce cosa si sente bisogna prendere tempo e guadagnare spazio, allontanarsi e cercare di capire magari con una persona amica, adulta e saggia. Sarebbe buona norma per ogni genere di imbarazzo… ma noi adulti l’imbarazzo cerchiamo di dimenticarlo alla svelta proprio perchè è imbarazzante!

I bambini sanno cos’è l’imbarazzo anche se non sanno dargli nome, lo provano fin da piccini quando, per esempio, un estraneo li bacia, li tocca, li abbraccia, insomma si prende delle libertà o delle confidenze fino a quel momento riservate agli intimi della famiglia, ebbene il bimbo si paralizza, non ride, non piange, ma con il faccino molto serio guarda subito la mamma come se volesse sapere da lei cosa gli sta succedendo, come lo deve interpretare, cosa deve fare. Se, in questo caso, le madri intervenissero, superando il “proprio” imbarazzo, e ristabilissero distanze adeguate, metterebbero, per esempio, già  le prime fondamenta per una salda prevenzione.

Ci sono giochi per individuare l’imbarazzo, descriverlo, spiegarlo, disegnarlo  e questo significa per un bambino saperlo riconoscere  e essere dotato di uno strumento in più per evitare una relazione disturbata.

Prevenzione è parlare del corpo quale strumento di conoscenza e di relazione. Ravvivare i sensi allora, altro che computer! Ritornare al gioco e al divertimento nel conoscere, altro che test! Provare a comprendere, altro che classificare! http://www.youtube.com/watch?v=jtvU0XMBL6g (G. Gaber, Il dente della conoscenza, da Far finta di essere sani)

Ci sono tanti tipi di illusione, quella della conoscenza abita anche le scuole e l’illusione della conoscenza s’è fatta “diagnosi” cui non segue peraltro alcun aiuto, alcuna cura:  Disturbo Specifico d’Apprendimento, Bisogni Educativi Speciali… etc…come dice L. Longanesi “un’idea imprecisa ha sempre un avvenire”. Però “se alzi un muro, pensa a cosa lasci fuori” (I.Calvino): possiamo  chiamarla “inclusione” finchè vogliamo, come mi pare facciano le circolari ministeriali, ma sempre un muro resta e, da che mondo è mondo, un muro “lascia fuori”, esclude qualcuno e chiude dentro qualcun altro. S’è mai visto un fosso che unisse, ne’ un muro che includesse! La verità è che  siccome non si investono danari “utili” per la scuola pubblica (e i soldi utili per i bambini  sono quelli che vanno dove ce n’è bisogno: nelle classi stracolme di alunni e difficoltà!) si etichetta il mostruoso disagio di cui bambini, ragazzi, adolescenti (basti pensare a bullismo, alcool, droghe…ne riparleremo) sono portatori e siccome non li si aiuta davvero (cosa che potrebbe configurarsi come “omissione di soccorso”) magari si dichiara che è incurabile! Ma come? Praticamente si può quasi curare l’autismo (se acchiappato in tempo in bimbi piccolissimi) e vuoi dire che un disturbo d’attenzione, disgrafia, un bimbo che sfida (a fronte di obiettivi d’apprendimento che neanche all’università!) non hanno risoluzione? Vi ricordo che siamo andati sulla Luna: dove si vuole, si può. Chi e ciò che proteggiamo ci qualifica.  “Date parole al dolore. Il dolore che non parla sussurra al cuore sovraccarico e gli ordina di spezzarsi.” (W.Shakespeare) http://www.youtube.com/watch?v=XP_eHGYzYtc  (J. Buckley, Calling you)

Noi mangiamo pane e illusione, e  qualche volta anche pane e malafede. L’importante è dare un nome al malessere (vogliamo chiamarlo Piero? Tanto ogni “tot tempo” cambia: non si risolve e gli si cambia nome così nessuno  più lo riconosce o pensa che sia una nuova scoperta) l’idea che la ragione, la tassonomia, la classificazione inquadrino, regolino, spieghino, creino armonia e tengano tutto sotto controllo è una pura illusione. Un’illusione che produce danno, confonde e alimenta il disagio.

La realtà, il malessere, la colpa, l’abbandono, la fatica di crescere, l’ansia, il dolore se ne infischiano delle classificazioni! “I fatti non cessano di esistere solo perché noi li ignoriamo.” (A. Huxley). E illusione è anche che prove compensate (che poi sono facilitate) e calcolatrici… “aiutino”: il bambino si accorge benissimo che sono diverse e  quindi si domanda se lui è “diverso” e ribadisco: mentre nessuno si fa carico dei suoi problemi. “Se si perdono i ragazzi più difficili la scuola non è più una scuola. E’ un ospedale che cura i sani e respinge i malati.” (Don Milani) Siamo specialisti nell’evitare accuratamente di occuparci dei veri problemi… lavoro,  salute,  scuola, giovani, persone deboli…“Non sa niente, e crede di saper tutto. “Questo fa chiaramente prevedere una brillante carriera politica .” G. B. Shaw http://www.youtube.com/watch?v=RpLb-DAjPVs (G.Gaber, Le mani)

Illusione della “razionalità”, noi “ragioniamo”, col “cervello”, come fosse un’entità a parte che… studia le difficoltà di concentrazione, di scrittura, di lettura, di rispetto delle regole… Ma la mente è corpo: e che altro se no? http://www.youtube.com/watch?v=c-mar08NC2A (G.Gaber, Il corpo stupido, da Anche per oggi non si vola).   Seneca che ha “l’illusione che la vita mentale sia armonia”, nonostante ciò, “con-sidera”, “com-prende” e scrive “Non penso che dubiterai che i sentimenti  come l’ira, l’amore, la tristezza sono corpi…, se non dubiti che ci fanno cambiare espressione del volto, corrugare la fronte, arrossire, impallidire. Non credi che segni così manifesti possano essere provocati su un corpo solo da un corpo? Se i sentimenti sono corpi, lo saranno anche i mali dell’anima, come l’avidità, la crudeltà, i vizi incalliti e incorreggibili; dunque anche la malvagità, l’invidia, la superbia e le virtù…O forse non vedi che vigore allo sguardo dia il coraggio? Che intensità la prudenza? Che durezza la serietà? Che remissività la dolcezza? Dunque sono corpi quei fattori che cambiano il colore e l’aspetto dei corpi.” Non gli è passato neanche per l’anticamera del cervello di pensare a una soluzione “tecnica” (come le prove “compensate”…che poi compensano una mancanza? Quale? Di chi? E vorrei sottolineare che compensare significa anche “risarcire”) per un malessere interiore, umano, esistenziale, d’apprendimento, familiare e sociale che, naturalmente, diventerà un problema “scolastico”… Seneca “si” domanda! Quello che non facciamo noi. Scriveva Camus “Il male che c’è nel mondo viene quasi sempre dall’ignoranza, e le buone intenzioni possono fare altrettanto danno della cattiveria se mancano di comprensione”. Già… però  noi le Riforme Scolastiche le copiamo dagli Inglesi, e… quando loro le buttano perchè si sono accorti che creano “disagio”, la competitività fa danno e c’è un elevato numero di bambini che “non ce la fa”! Strani, eh? Loro fanno una Riforma, vedono che è sbagliata, la cambiano. Noi finanziamo le scuole private, copiamo riforme cestinate, creiamo disagio, e poi lo echitettiamo. Morta lì. Ora abbiamo “La Buona scuola”: il solo fatto che debba, in modo autoreferenziale, definirsi tale la dice lunga sulla garanzia di bontà di cui sarebbe portatrice! Ma che importa? Basta far dichiarazioni e ubriacare le persone di parole senza senso e il gioco è fatto perchè loro se le bevono e perchè anche nella scuola ci sono “orticelli”che vanno salvati a tutti i costi. http://www.youtube.com/watch?v=-MP_oMstjKs   (L.Battisti, Pensieri e parole)  E poi scusate… qualcuno s’è mai domandato cosa passi per la mente di quel bimbo che aspetta Babbo Natale e vede il suo papà (figura ben importante!) sciabattare per casa, senza lavoro, umiliato, rabbioso e pieno di dolore mentre lui si alza presto e va a scuola? http://www.youtube.com/watch?v=e0BQh5hwfOI  (F.Guccini, La vita quotidiana)

E niente… io ad essere breve non ci riesco proprio! Torniamo al corpo e ai  sensi. I sensi allenano e rafforzano la percezione. Un bambino che parla delle sue “proprie” sensazioni le trasforma in pensieri e parole, se ne impossessa,  individua possibili campi di connessione , di relazione, potenzia le sue competenze, aumenta l’aderenza a sè e come dice J.Morrison “l’unico modo per sentirsi qualcuno è sentirsi se stessi”.

Far parlare i bambini del proprio corpo è insegnare che il corpo parla loro ed essi attraverso  i sensi, le percezioni, le emozioni sono i veri esperti del proprio corpo, cioè di sé. I poeti lo sanno: “Il sangue parlò nella sua guancia … come se il suo corpo pensasse” (J. Donne) Noi no. Noi facciamo le prove di velocità di lettura col cronometro come dovessimo arruolare i ragazzi nell’Aviazione Britannica… Noi “razionalmente” dobbiamo “selezionare” velocemente “quel che serve”, non approfondire, interiorizzare, gustare, lasciar penetrare le parole dentro ascoltando l’effetto che fanno, respirando il loro profumo e guardando dove rimbalzano e  in quale piega dell’animo vanno a rifugiarsi ! http://www.youtube.com/watch?v=9q59mFPDjRU  (L.Battisti, Emozioni) Chi legge bene, legge lentamente:  “Il miglior lettore non è chi legge più libri, ma chi trova più cose in quello che legge” (J.Villoro) La velocità… la quantità…la facilità… l’evitamento del dolore e della fatica … altre illusioni.

Per parlare del corpo si può partire dal tema della salute, dell’alimentazione, dell’attività sportiva (anche quello è un luogo dove vanno tanti bambini), di igiene,  di cura: altre strade per fare prevenzione. L’igiene per esempio, dovrebbe vedere i bambini sempre più autonomi nell’occuparsi della propria persona mentre non sono per nulla rari i bambini che non solo non sanno lavarsi da soli, ma che non riconoscono di aver caldo o freddo e non tolgono o non indossano una maglia se l’insegnante non lo suggerisce. Un bambino che non sa riconoscere quello che sente da solo e che “dipende” dall’adulto anche per sapere che è sudato fradicio, e che questo significa avere caldo, è un bambino a rischio. E’ “un altro” che sa quando deve togliersi il maglioncino, quando deve dormire, ma anche quando ha fame o sete… Rispettare un bambino è anche consentirgli di individuare le proprie sensazioni, i propri bisogni e poi rispettarli. Un bambino che sa quello che sente e cosa vuole è un bambino saldo.

Mi ha sempre insospettito un po’ che tutti i conflitti tra genitori e figli esplodano nell’adolescenza. Credo che una parte di motivi siano da ricercare nei “conflitti rinviati”, cioè non affrontati quando sorgono facendo sì che esplodano poi tutti insieme quando i ragazzi sono abbastanza grandi per “dar battaglia”. Si tratta certamente anche di un equilibrio tra dipendenza e autonomia, un giusto dosaggio  e la dose va modificata a seconda dei momenti : non c’è pediatra che prescriva il dosaggio, ancora una volta sono il buon senso e l’attenzione dell’adulto ad essere determinanti. La dipendenza è una necessità  “quando lo è”, ma può anche tradursi nel costringere l’altro ad adattarsi , non sempre è sano, bisogna vedere quanto, come, per quanto tempo e perché… L’autonomia però non è un regalo e non è una parola multiuso (come non lo sono  le parole responsabilità e libertà). L’autonomia deve essere una conquista che dà gioia e sicurezza, che sancisce una crescita, che è sostenuta da abilità , dal desiderio, dalla consapevolezza del bambino. E anch’essa va graduata. (Mi riservo di tornare sull’argomento)

Parlavamo del pediatra, ebbene il medico è tra le persone autorizzate ad occuparsi del corpo di un bambino. E’ autorizzato a toccarlo. E noi dicendolo e specificandolo facciamo già prevenzione perché sottolineiamo, in questo modo, che le autorizzazioni non sono poi così diffuse. E quei pediatri che visitano e manipolano il corpo del bambino rivolgendosi alla madre come se lui non fosse presente, come se fosse irrilevante quello che egli sta facendo, come se il bambino non possedesse alcuna competenza a proposito del proprio corpo dovrebbero modificare totalmente la loro condotta. Essere autorizzati non significa delegittimare l’altro di se stesso, non significa neppure che la competenza autorizzi a trattare il corpo del piccolo come se non gli appartenesse. Saper ascoltare e saper parlare ad un bambino è appunto una competenza imprescindibile per un pediatra.

“Non troverai misura alcuna, né numero né peso, la quale valga come punto di riferimento per un’esatta conoscenza, se non la sensazione del corpo” diceva Ippocrate e, ancora, “Il medico deve studiare i costumi, il regime, il modo di vita, l’età di ognuno, i discorsi, i silenzi, i pensieri, il sonno, l’insonnia, i sogni – come e quando – i gesti involontari, strapparsi i capelli, grattarsi, piangere”.

Se ci pensiamo un momento Ippocrate, con la sua veneranda età, appare come un ardito, giovane , rivoluzionario dottore! Francamente non so quanti medici oggi si comportino così, temo non molti. E comunque è assai diffuso, anche da parte nostra, il ricorso ai medicinali : pillole per il mal di testa, di pancia, di stomaco…pillole per dormire, per stare svegli, per stare allegri, per stare calmi…l’abuso di antibiotici…usati ancora prima che lo stesso virus sappia, egli stesso, chi è!

Probabilmente c’è una relazione una tra l’uso massiccio di pillole negli ultimi cinquant’anni e il ricorso dei giovani a sostanze “alteranti”; è una riflessione su cui varrebbe la pena soffermarsi. Essi hanno certamente avuto informazioni corrette in proposito, ma hanno anche visto, vissuto e respirato la disinvoltura nell’assumere, nel propagandare o nel ricorrere “magicamente” a medicinali. (Anche su questo argomento ritorneremo).

Il dire e il fare… Dante, come sempre, lo sintetizza in un solo verso: bisognerebbe far “sì che dal fatto il dir non sia diverso” (Inf. xxxii). E’ ben vero che quel che si dice è importante, ma è almeno altrettanto importante quel che si fa e come ci si comporta : quello che si è viene trasmesso e questo, consciamente o inconsapevolmente, lo facciamo tutti. Dovremmo tenerlo in considerazione.

Stremare, sfiancare, isolare, inaridire gli insegnanti significa far danno ai bambini. E noi insegnanti abbiamo una ragione in più per avere cura di noi stessi, delle nostre emozioni e dei nostri pensieri: lavoriamo con bambini, ragazzi, adolescenti. Il nostro mondo interno si trasmette a loro.

Rispettare un bambino significa anche rispettare i tempi e i modi delle sue effusioni, le sue richieste di coccole e i suoi rifiuti; rispettare le sue simpatie e le sue antipatie, non pretendere che baci persone solo perché a noi piacciono…in questo modo noi gli trasmettiamo che il suo desiderio conta e va tenuto in considerazione… altrimenti ci comporteremmo come se contasse solo il desiderio dell’adulto che il bambino dovrà compiacere, cui dovrà obbedire. Anche questo sarebbe un bruttissimo insegnamento.

Il bambino deve essere in grado di sentire il suo corpo, di rispettare quello che dice il suo corpo e noi dobbiamo rispettare lui. Perché possa dire no, deve aver potuto dire no anche a noi. Il rispetto che noi dobbiamo al bambino è qualitativamente diverso da quello che lui è bene abbia nei nostri riguardi e la nostra “obiettività” non deve dimenticare mai la propria origine e il proprio fine.

“Insegniamo la fisicità al bambino, nominiamo le parti del corpo e insegniamogli ad ascoltarlo, a sentirlo, a conoscerlo e a verbalizzare ciò che sente. E continuiamo a farlo, perché questo ci è semplice finché il bambino è piccolo, ma come i bambini crescono un po’ li perdiamo e ci ritroviamo, senza sapere neppure come e perché, distanti da loro.” (A. Pellai) A volte ciò capita perché noi non possiamo ascoltare una parolaccia … Nel linguaggio a parolacce sta tutta l’opposizione e tutto il bisogno di rapporto dell’adolescenza… non è un caso che compaiano ad un certo punto come una dichiarazione di guerra, e non è un caso che siano urlate a voce alta: nel contenuto c’è il rifiuto, nell’urlo c’è la richiesta di aiuto. http://www.youtube.com/watch?v=SImXMQBX5-k  (Guccini, Il vecchio e il bambino)

Nessuno come gli adolescenti ci fa perdere le staffe: hanno sulla pelle ostilità feroci, rabbie esagerate, tempeste ormonali, passioni bizzarre, crudeltà intollerabili, tenerezze sconfinate, amori assoluti, dolori disperati, la voglia di essere grandi e la paura di non farcela. Tutte cose che noi conosciamo. O l’abbiamo dimenticato? Svuotiamo del loro potere le parolacce e diventiamo adulti abbastanza da tollerare parole dure, parole ostili, parole sporche, parole difficili, parole di rabbia, parole di dolore, parole tenere e parole d’amore. https://www.youtube.com/watch?v=7X9JmKiI4J8  (Selah Sue, Raggamuffin, Acoustic, live in Paris)

Questa, per esempio, è la lettera di un ragazzetto di 12 anni.

Carissima Signora.

Giacché mi trovo in viaggio volevo fare una visita a Voi e a tutti li Signori Ragazzi della Vostra conversazione, ma la neve mi ha rotto le tappe e non mi posso trattenere.

Ho pensato dunque di fermarmi un momento per fare la piscia nel vostro portone, e poi tirare avanti il mio viaggio. Bensì vi mando certe bagattelle per cotesti figliuoli, acciocché siano buoni, ma ditegli che se sentirò cattive relazioni di loro, quest’altro anno gli porterò un po’ di merda. Veramente io voleva destinare a ognuno il suo regalo, per esempio a chi un corno, a chi un altro, ma ho temuto di dimostrare parzialità, e che quello il quale avesse li corni curti invidiasse li corni lunghi.

Ho pensato dunque di rimettere le cose alla ventura, e farete così. Dentro l’anessa cartina trovarete tanti biglietti con altrettanti numeri.. Mettete tutti questi biglietti dentro un orinale, e mischiateli ben bene con le vostre mani. Poi ognuno pigli il suo biglietto, e veda il suo numero. Poi con l’anessa chiave aprite il baulle, Prima di tutto trovarete una certa cosetta da godere in comune e credo che cotesti Signori la gradiranno perché sono un branco di ghiotti. Poi ci trovarete tutti li corni segnati col rispettivo numero. Ognuno pigli il suo, e vada in pace. Chi non è contento del corno che gli tocca, faccia a baratto con li corni delli compagni. Se avvanza qualche corno lo riprenderò al mio ritorno. Un altr’anno poi si vedrà di far meglio.

Voi poi Signora carissima avvertite in tutto quest’anno di trattare bene cotesti Signori, non solo col caffè che già si intende, ma ancora con pasticci, crostate, cialde, cialdoni, ed altri regali, e non siate stitica, e non vi fate pregare, perché chi vuole la conversazione deve allargare la mano, e se darete un pasticcio per sera sarete meglio lodata, e la vostra conversazione si chiamarà la conversazione del pasticcio.

Frattanto state allegri, e andate tutti dove io vi mando, e restateci finché non torno, ghiotti, indiscreti, somari, scrocconi dal primo fino all’ultimo.

Firmato: La Befana

Siamo nel 1810 e si tratta di Giacomo Leopardi. (Lettere, Alla signora Marchesa Roberti) Vogliamo fargli fare due test, un INVALSINO… tanto così, per sicurezza e “segnalarlo”? Scopriremmo che ha un gran dolore dentro che ha saputo trasformarlo in sublime poesia. Forse avrebbe preferito rotolarsi nei campi con la Silvia? Noi avremmo perduto molto, ma lui e Silvia avrebbero fatto bene.

“Un sognatore è uno che può solo trovare la sua strada al chiaro di luna, e la sua punizione è che scorge l’alba prima del resto del mondo” (O. Wilde) http://www.youtube.com/watch?v=Y7bD7_hFlu8  (L.Battisti, I giardini di Marzo)

“Conoscere bene un altro uomo significherebbe conoscere bene se stessi” scrive Shakespeare: profondamente vero, imprescindibile. Non dimentichiamo neanche che siamo insegnanti e che tra gli attrezzi  “propri” del nostro mestiere ci sono la letteratura, la poesia, l’arte, la scienza, la cultura… da lì possiamo trarre strumenti per capire, per comprendere, affinare sensibilità, assumere  nuove chiavi di lettura, migliorare modi di sentire, pensare, parlare e migliorare la comunicazione e la relazione coi ragazzi. Da lì possiamo imparare quel che lì è da sempre scritto. Goethe scrive nel Faust: “Ciò che hai ereditato dai padri riconquistalo, se vuoi possederlo veramente”; a noi il compito  di dare, con amore, alle nuove generazioni gli strumenti per farlo davvero. E impariamo a ridere, gli adulti che sanno sorridere e giocare coi bambini non hanno neppure molti problemi di autorevolezza: una risata ha più efficacia, a volte,di tanti discorsi.Questo significa sdrammatizzare, non certo parlare all’infinito! Come si fa a credere che una cosa sia di poco conto se ne parliamo per ore? Torniamo dunque con spontaneità e lungimiranza a ridere e a essere seri con i ragazzi (si è seri quando si sa anche ridere, come si sa gioire se si sa vivere il dolore) e rendiamo le scuole luoghi piacevoli dove si va e si sta volentieri, non luoghi da cui, come suona la campana, si fugge.

“Da come gli altri si comportano con noi non dobbiamo desumere e apprendere chi siamo noi, bensì chi sono loro.” (Arthur Schopenhauer, L’arte di conoscere se stessi.)

tiziana Campodoni

p.s. FINE , ma solo perchè mi vergogno quindi faccio finta che sia finito… Auguri! http://www.youtube.com/watch?v=y8AWFf7EAc4 (J.Buckley,Hallelujah) https://www.youtube.com/watch?v=DVg2EJvvlF8  (John Lennon – Imagine)

[1] T. Campodoni L. Russo, “Vademecum sull’uso consapevole dei mezzi di comunicazione”, in “Comunicare è bello”, pp 40-41 Edito da Comm.ne Parlamentare per Infanzia. Il libro non credo sia più in circolazione, ma lo trovate sul sito rai junior e qui http://www.martellocartoon.it/junior/commissioneinfanzia/ Sono “spariti” i nomi degli autori, ma, garantito, l’ho scritto io e l’ha illustrato Luigi Russo, papà della Cate, mia ex-alunna (come, del resto, “Pugno un attimo Ed.Sagep, libro grazie al quale ci hanno chiamati) e potete crederci perchè poi ricevetti in proposito, a casa, una lettera, di cui vado fiera, dell’allora Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi. (Per la verità c’ho la fotocopia perchè l’originale se l’è tenuto mio babbo.)

https://www.youtube.com/watch?v=_wG6Cgmgn5U Joe Cocker – With A Little Help From My Friends … Ciao… fai buon viaggio.

Pubblicato su http://blue-moon.comunita.unita –  24 dicembre 2013

Pubblicato su “Mimì Fiore di Cactus, chi mi stuzzica, si pizzica” – Progetto per contrastare il maltrattamento e l’abuso sui minori. –  Edizioni Junior

 

 

Salva

Annunci