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Seconda parte

Siamo noi adulti a dover imparare qual è il modo giusto di amare e allora i bambini sapranno cos’è l’amore.
So che tutti i mestieri comportano dei problemi (e ognuno dal proprio punto di vista ha le proprie specifiche ragioni), ma negarli non serve a nulla e a nessuno : solo riconoscendoli e facendo quanto è giusto, solo affrontandoli nella loro vera realtà  è possibile superarli, riparare a un danno e, soprattutto, non ripetere gli errori.  Freud diceva che “governare, curare e educare/insegnare sono mestieri impossibili”. Oggi più che mai insegnare è un mestiere impossibile e che comporta sempre il dolore di non riuscire a “portarsi dietro” tutti i ragazzini e non uno di meno. Oggi alla scuola si chiede tutto: tutto quello che la società, ma, a volte, anche le famiglie, non danno alle nuove generazioni, comprese le colpe per i fallimenti. Del resto si chiede ai bambini quello che gli adulti non fanno, per esempio dire la verità. E’ comodo così: un bel capro espiatorio e tutti si autoassolvono. “Problemi complessi esigono soluzioni complesse. Quelle semplici in genere sono semplicistiche. Ma alla gente piacciono. Illudono” scrive Massimo Ferrario. E di illusioni nessuno ha bisogno. La scuola ha le sue responsabilità e colpe, ma non le ha tutte. Come diceva De Andrè “per quanto voi vi crediade assolti, siete lo stesso coinvolti… siete per sempre coinvolti” e responsabili. E’ un mestiere più che mai impossibile perchè la scuola deve integrare (che oggi si chiama “inclusione”… già, non potendo/volendo risolvere i problemi adesso c’è la moda di cambiar loro il nome… un po’ come dire che siccome Luca ha difficoltà con la moglie Anna decide di chiamarla Federica… E poi facciamo i test di “adeguatezza”… ai bambini!) e selezionare : includere ed escludere…salvaguardare la diversità e omologare l’eguaglianza, integrare e selezionare perchè la meritocrazia comincia in prima elementare… salvo poi perdersi  in “questo popolo di santi, di poeti, di navigatori, di nipoti, di cognati…” ( Flaiano). Come scrive Don Milani “Non c’è nulla di più ingiusto che far parti uguali tra disuguali”. https://www.youtube.com/watch?v=UKQufwoKILo  (E. Bennato, Ma che bella città)

Il maltrattamento, del resto, ha radici lontane: basti pensare che la cultura dell’infanzia è figlia dell’ottocento. Questo non vuol dire che i genitori prima fossero indifferenti alla morte della loro prole e che soffrissero profondamente solo dopo il XVIII secolo, ma significa che ci sono voluti  ben milleottocento anni per “cominciare” considerare i bambini per quello che sono, con le loro caratteristiche, i loro bisogni, la loro realtà e non come piccole persone in attesa, e anche nella speranza, di diventare degli adulti. C’è voluto così tanto tempo per “cominciare” a diventare consapevoli della portata umana e sociale dell’infanzia, per riconoscerla e non negarla, per  assumerci i nostri doveri, garantire i suoi diritti e considerarla degna di attenzioni, pensieri, rispetto e interventi progettati. Il mondo degli adulti non esce a testa alta da questa faccenda. I bambini non scrivono la storia e la storia non parla di loro perché nessuno per loro lo ha fatto quindi ci sono poche testimonianze su di essi e sull’infanzia ed esse contrastano irrimediabilmente con i bimbi divini in braccio alle Madonne: paffuti esserini alati, perfetti, immuni, immortali, a volte inquietanti, confezionati sulle tele dei pittori. https://www.youtube.com/watch?v=ZXMPryOrMhs (Nuova Compagnia di Canto Popolare, Tammuriata Nera)

“Naque Giovanni e Salvadore a dì VIII di novembre 1435 in mercoledì mattina a hore X o  circha, in Firenze. Battezzollo … Morì a dì 9 d’aprile 1441 a hore tre di notte la domenicha d’ulivo. Fu seppellito in Santo Spirito nella nostra cappella. Fu per lo calcio che gli dette el mulo el dì dinanzi nel corpo”.
“Naque la Ghostanza e Lexandra a di 19 aprile 1441 a hore sette o pocho innanzi. Tennela a batesimo. Morì  a dì*** . E’ seppellita in San Giovanni in Sughana.”
“Naque Loretta e Margherita a di 23 d’aprile 1445 a hore 14 in Firenze. Battezolla.
Morì a dì 31 marzo 1447 a hore XXI in circha. Sotterrossi a San Giovanni. Era in casa di monna Nanna balia della detta in detto popolo.
“Aghata naque a dì V di febraio a fiore XI in dì di domenicha poco innanzi l’Ave Maria. Puosegli detto nome per rifare quella che morì indietro in Firenze. Battezzolla martedì mattina vegnente in su l’ora III…  Morì a dì*** di***”
“Dianora e Francescha naque a dì 17 marzo 1447. Battezzolla Giovanni di Zacheria, Bernardo di Piero Ciuffagni.
Morì a dì 29 di luglio 1450 di male di pondi.”
“Naque Ginevra e Lorenza a dì XXVIII di gennaio 1438 in giovedì  a hore 16  in Val di Pesa a Muciano a luogho mio, chè eramo fugiti la moria perché a Firenze ne moriva alcuno. Battezzolla ser Michele prete di Giovanni Nardo a San Giovanni di Firenze.”
“Naque Horlando Rafaello a dì 30 di marzo 1457 a hora 7 in mercholedi. Ucciselo la balia che fu monna Piera donna dì Chaio, in San Chasciano vixe.”
“Naque Albiera Felice mia figliola a dì 19 di febraio in mercoledì notte a hore 3 in circha, non erano sonate. Fu el primo dì di quaresima.
Tornai al’usato d’ottobre a drieto vicario di Valdinievole. Morì.”
“Naque la Tita, sechondo teno, lo 1417 a dì XXIII d’agosto la quale morì di morbo a dì**** del detto mese, chè pocho vixe doppo el parto.” (Il libro di ricordanze di Matteo e Giovanni Corsini, 1326-1457, Istituto Storiografico Italiano per il Medio Evo, Roma, 1965) https://www.youtube.com/watch?v=f_iPUFgJmlo&feature=youtu.be  (Jan Garbarek The Hilliard Ensemble, Parce Mihi Domine)

E’ pur vero che qualche testimonianza si trova:

“Anno 1605, novembre. Il 23 novembre, mercoledì. Viene svegliato alle quattro di mattina, dolcemente. Si riaddormenta fino alle sei e mezza. Viene svegliato dolcemente, polso buono, pieno, regolare, calmo, calore, un poco. Viene fatto alzare  alle otto, l’aspetto è buono, allegro, tossisce e starnuta più volte : fa la pipì giallo paglia, abbondante, viene vestito, pettinato mentre gioca con la pasta con cui fa il pane benedetto e davanti a Bongars : ma non vuole che lo si chiami pasticciere… Alle nove fa colazione : mele cotte, poche – beve, non ne vuole più; beve ancora due volte – non vuole più nulla. Contrariato, tutto lo infastidisce, si diverte con il suo martello e dei chiodi. Ha molta tosse, è costipato, gli cola il naso e gli lagrimano gli occhi. Quando starnuta il muco gli cade in bocca : ‘Ecco che è sporco’. Gioca dolcemente fino alle undici. Si stanca, diventa pallido ha il polso pieno, veloce, sostenuto, caldo. Vien messo a letto. Come si sente dentro il letto : ‘Come è bello, come è caldo, ci sto bene’…Alle undici e mezzo mangia; pancotto con petto di cappone bollito e otto pezzi di crosta del suo pane, 20 – midollo di vitello, poco – vitello bollito, ossobuco – beve – cappone arrosto, due fette – beve – pera caramellata, 1; pane, abbastanza; un cucchiaio di sciroppo… Si diverte nel suo letto. Alle due e un quarto chiede di alzarsi. Viene fatto alzare, viene vestito con  la veste da camera ; il polso è pieno, regolare, veloce, calore. E’ allegro, corre, alle tre fa merenda : pera caramellata, 1; pane, abbastanza; un cucchiaio di sciroppo – marzapane, una fetta. Si fa rimettere a letto. Polso molto leggero, pieno, regolare, calore eccessivo; la testa è pesante. Si addormenta alle tre e mezzo. Alle sette e mezzo dorme ancora : il polso è lento pieno, l’arteria molle, il calore dolce. Si sveglia alle sette e tre quarti; il polso è come prima, il calore anche; è allegro, parla, gioca. Parla con la sua nutrice; si definisce il suo piccolo capretto, il suo piccolo leone…Alle otto e mezzo cena : prugne cotte, 12; molto volentieri e una parte di sciroppo. ‘Non voglio più niente’ . Beve. ‘Ho ancora sete’. Dice con grazia; beve, poco. ‘Non ho più sete’. Dice con gaiezza. Mani pulite.Grazie a Dio amen… Non riesce ad addormentarsi fino alle nove quando domanda da bere: beve… Dorme fino alle sei del mattino, dolcemente; tossisce poco.” (J. Heroard, Journal, Histoire particulière de Louis XIII, Biblioteca Nazionale, Parigi)
Si tratta del piccolo Luigi… e del suo “regale” raffreddore…
Due aspetti della stessa negazione : da una parte l’informazione scarna e brutale, ridotta agli eventi essenziali, la nascita e la morte, di vite brevissime e sparite nel nulla; dall’altra la trascrizione quasi ossessiva che registra ogni azione, scandisce ogni minuto, ogni respiro di una sola giornata del Delfino di Francia. https://www.youtube.com/watch?v=7aQPO2rxG78  (Bach, French Suite n.2 in C Minor, BWV 813, Glenn Gould)

Tempo fa i miei alunni, seconda elementare, in occasione di una rissa tra bambini in una scuola genovese finita sui giornali, dopo lunga discussione, decisero di scrivere ai quotidiani difendendo, ovviamente, il bambino picchiato, ma chiedendo ai giornalisti di non dare dei delinquenti a bambini di dieci anni perché, cito dai loro testi, “dire cattivo ad un bambino significa solo farlo sentire cattivo e farlo diventare cattivo” , “bisogna invece farlo parlare del perché alza le mani e della sua rabbia, insegnargli a riconoscere il torto e la ragione, a voler bene e dire la verità” , ” un bambino che picchia va aiutato” . Riporto alcuni passi dei loro testi.
“Noi nella nostra classe discutiamo, però quando facevamo la prima  eravamo quasi tutti maneschi e adesso che facciamo la seconda non siamo più maneschi, però le nostre maestre non ci hanno mai chiamato: delinquenti o cattivi e non ci hanno mai dato delle note.  Con loro parliamo di tutto, possiamo dire la verità e non ci sono castighi. Noi ora discutiamo, discutiamo e siamo amici però ce lo hanno insegnato e sono i grandi che devono farlo.”
“Le maestre dovrebbero fermarli se non hanno imparato che le cose si aggiustano parlando e non con la violenza. I bambini non si devono picchiare, e non lo deve fare nessuno e questo anche i genitori lo devono capire. Non  devono picchiare solo perché viene rabbia.”
“Così è tutto sbagliato.   Noi in classe abbiamo imparato a parlare e a dire la verità, a tirare fuori  le rabbie e (la) Tizi ci ha insegnato a non dire più le bugie senza darci castighi. Secondo me “baby delinquente” non si dà a nessuno”.
“ Io in prima alzavo le mani e picchiavo, ma adesso in seconda ho imparato bene a non alzare le mani perché ho imparato a parlare e a dire quello che sento, parlo di violenza e anche di sesso perchè alla tizi posso chiedere qualsiasi cosa: non si arrabbia e mi risponde. E poi lei sorride.”
“ Io a scuola picchiavo un po’ perché mi venivano delle rabbie improvvise, e non sapevo neanche perchè, adesso non lo faccio più, perché ho imparato a trasformare la rabbia in parole anziché in calci e pugni. Mi dispiace per il bambino picchiato, però anche per i bambini chiamati baby delinquenti”.
“E’ ingiusto che un gruppo si unisca contro uno solo, da noi non sarebbe mai successo, ma anche dire baby delinquenti non va bene, perché (la) Tizi non ce l’ha mai detto. Io avrei detto che sono degli sciocchi. Se i genitori non gli insegnano le buone maniere non è tutta colpa loro!”
“Io con Tiziana e Marilena ho imparato che quando si litiga è meglio discuterne invece che picchiarsi. E’ anche meglio insegnarlo perché si impara a parlare come si impara a dire la verità  come si imparano la storia l’italiano o la matematica. Imparare vuol dire imparare. Mica s’impara una cosa sola!
Comunque non si dice ai bambini baby delinquenti. Mi dispiace per il  bambino picchiato  e mi dispiace anche per quelli che lo hanno picchiato, perché a loro non sono state insegnate le buone maniere, ecco  perché sono tanto rabbiosi.”
“Mi dispiace tanto per il bambino picchiato, vorrei tanto conoscerlo. Io delle volte lo facevo apposta a far venire il nervoso, oppure facevo delle sfide, ma io non lo sapevo però non ero per niente contento.
Succede di alzare le mani invece che parlare e anche io  lo facevo, tiravo i capelli, ma adesso non uso più la violenza e piango con le lacrime (prima me le facevo venire, ma la Tizi se n’era accorta).
Prima dicevo anche le bugie adesso non mi servono più. Le mie maestre non mi hanno mai chiamato “baby delinquente” e neanche cattivo, mi hanno difeso ed io mi sento bravo e voluto. Io a scuola mi sento proprio benissimo!!”
“E’ una vigliaccata picchiare un bambino indifeso . Però se non si insegnano a questi bambini degli altri modi continueranno a picchiare. E, forse, lo faranno anche da grandi, ma io spero di no!
I giornalisti li hanno chiamati baby delinquenti  e non è giusto neanche questo.  Le maestre non hanno mai detto a noi bambini “cattivi e delinquenti” perché così si diventa cattivi e delinquenti. A me hanno sempre  detto che ero bravo; abbiamo discusso tanto e io so che mi vogliono bene e imparerò anche a tacere un po’ perché parlo troppo anche quando dovrei lavorare.”
“ Picchiare e essere picchiati sono due cose ingiuste brutte e tutte e due sbagliate.” http://youtu.be/oJspb_VfJLs ( E. Bennato, Arrivano i buoni)

Furono pubblicate tutte ventidue le loro lettere e fu un grande successo perché le locandine nelle edicole per le strade di Genova  che il giorno prima strillavano “baby delinquenti picchiano un bambino” solleticando i “peggio sentimenti” dei lettori, il giorno dopo riportavano un pacato e giudizioso “non chiamateci delinquenti” con sinceri, sensati e maturi pensieri capaci di analizzare i fatti, fornire chiavi di lettura e dimostrare profondità e consapevolezza straordinarie.
Ai loro scritti aggiunsi solamente dei versi di Rilke “Chi è sprofondato sempre cerca terra ancora!…Non crediate che il Destino sia poi tanto di più di quel condensato che è l’infanzia” (Elegie udinesi, VII, 1978,To)
E noi sappiamo che è così: i percorsi interni che segnano l’infanzia rischiano “almeno” di diventare destino, cioè verranno ripercorsi per tutta la vita. I miei bambini intuivano con luminosa intelligenza che solo apparentemente eravamo di fronte ad una vittima e a degli aggressori, in realtà ci trovavamo davanti a sole vittime: l’aggredito perché vittima di una aggressione e gli aggressori vittime di loro stessi. Coglievano, ancora, che castighi e punizioni non servono a nulla, ma serve far capire, far vedere la verità “dentro” e serve amore. Sapevano anche che dietro ai comportamenti riprovevoli di un bambino c’è disagio, malessere e la richiesta di aiuto. I bambini (se aiutati nel modo giusto) lo sanno e lo sanno perchè lo “fanno”, perchè ce l’hanno dentro. Sono gli adulti che non lo sanno perchè hanno dimenticato com’erano da bambini e hanno idealizzato se stessi perdendo-si e perdendo la capacità d’amare. Ma se i bambini non hanno “colpe”, gli adulti sì. Le hanno. E la società le ha. E sentir parlare di bambine prostitute (notizia recente purtroppo) dovrebbe far accapponare la pelle ad ogni uomo e donna dabbene. (Mi riserverei di dire, in altro articolo, due o tre cosette in proposito). http://youtu.be/bTcdB9y9xYY   (E.Bennato, Bravi ragazzi)

Che modelli abbiamo dato noi, adulti, società, politica ai ragazzini? https://www.youtube.com/watch?v=kw8ANXdiDTQ  (E.Bennato, Meno male che adesso non c’è Nerone) In questa società dello spettacolo ci siamo persi tra “veline” e “calciatori”, tra un far finta e uno sguardo invidioso, tra il  danaro che “compra tutto” e le “cose” che sostituiscono tutto,  tra un’onestà data alle ortiche e un “è sempre colpa di un altro”, tra un abuso negato e un abusante assolto, tra una verità che è sempre relativa quando non tiene conto dei fatti ed una relatività che è diserzione dalla responsabilità individuale e quotidiana. Franco Maria Fontana scrive che “tutti abbiamo il compito di presidiare la democrazia e gli spazi in cui essa può e deve vivere”, lo abbiamo fatto? I ragazzi sono “maleducati” (ed è anche vero): perchè chiamarli “bamboccioni” e “choosy” è una carineria?  Begli esempi, bei modelli, bei valori abbiamo dato ai nostri giovani negli ultimi decenni! Abbiamo di che essere orgogliosi: la furbizia al posto dell’intelligenza, il danaro al posto del valore, l’uso al posto del rispetto… Certo le signore comunemente chiamate “olgettine e i personaggi perversi correlati”… non sono state davvero troppo “choosy”! Domandiamocelo: cosa insegnamo ai nostri “figli”? Che l’onestà “non paga”? Che la menzogna poi la chiamiamo “equivoco” e morta lì? Che le ruberie dei masnadieri, le evasioni dei gaglioffi, le prepotenze dei potenti, i privilegi immorali, la crisi di una Italia saccheggiata e derubata la pagano gli “ultimi”, i poveri, gli onesti, i pensionati, i deboli, gli indifesi  (blocco stipendi, aumento età pensionabile, licenziamenti “easy”, disoccupazione, pensioni da fame, esodati…)? Che i giovani dovrebbero rinunciare alle loro aspirazioni, ai loro interessi, ai loro sogni, magari dopo aver studiato per anni…E anche al loro “opporsi” (eppure dovremmo saperlo che è un “passo di crescita” verso l’autonomia) ? “Non si fa politica con la morale, ma nemmeno senza” (Marlaux) e aggiungerei le parole di Pasolini “Il moralista dice di no agli altri, l’uomo morale a se stesso”. L’uomo morale…“L’uomo superiore comprende la giustizia e la correttezza; l’uomo dappoco comprende l’interesse personale (Confucio). Cosa stiamo dando emotivamente ai giovani (ma anche concretamente)? La verità, purtroppo, è che abbiamo sottratto, o lasciato sottrarre , il futuro, la speranza, un progetto di vita ai nostri “figli”, colpevolmente. Come dice Umberto Costantini: “Un paese di furbi, non è un paese furbo”. Sarebbe ora che ci domandassimo cosa stiamo facendo.

“Assomigli alla parola malinconia” (Neruda) https://www.youtube.com/watch?v=mb6Zp-bSHuE   (Mia Martini, Almeno tu nell’universo)      

” ‘Che cos’hai?’… ‘Mancanza’ ” (Shakespeare) http://www.youtube.com/watch?v=hL8JaSH9EP8  (E. Bennato, “L’isola che non c’è”)

Un adulto può dire di stare male, di essere nervoso, ansioso, aggressivo, depresso… un bambino si agita, disturba, è indifferente, non sta attento, non ascolta, è violento, distrugge, non impara. Un bambino diventa la sua angoscia, la sua tristezza, la sua colpa ed esse lo trasformano e trasformano i suoi comportamenti… I bambini non denunciano, i bambini sono la denuncia che noi adulti dobbiamo saper leggere. Ed è vero che troppo spesso le insegnanti, e troppo spesso da sole/i, sopportano il peso delle sofferenze dei bambini, i dolori che mostrano, le somatizzazioni che producono, il “male che si fanno”… Per questo pagano un prezzo altissimo. Neanche di ciò vi è testimonianza.
Un esempio di “lettura”: anche questo è un caso di abuso, di qualche anno fa.

Da mesi non rendeva niente a scuola. Non poteva più venire tutti i giorni, non poteva seguire le spiegazioni, non poteva stare attento, non poteva stare fermo. Tamburellava in continuazione con una matita, un temperino, una chiave, con le mani. Un disturbo protratto, un richiamo in codice come l’alfabeto morse, un modo per richiedere attenzione. Le capacità logiche ed intellettive di cui era dotato sembravano essersi neutralizzate, nebulizzate e avevano lasciato posto ad una inautenticità diffusa ed evidente che appestava tutto di lui: attaccava il gruppo classe, partecipava e fomentava cattiverie da cui poi si dichiarava estraneo, anzi vittima; cercava situazioni in cui potesse immolarsi per tutti su un altare che lui stesso aveva costruito, cui lui stesso dava fuoco. Aveva preso ad adoperare un numero esagerato di parole con affettazione e si sentiva in obbligo di giustificare ampiamente anche la scelta di una caramella. Usava le parole per blandire, per compiacere l’adulto come se dovesse controllarlo, tenerlo a bada, come se ne avesse paura, e si affiancava all’adulto, in diverse occasioni, come se egli stesso fosse stato un adulto. Con i compagni usava un’aggressività sommersa, una violenza sottile ; riusciva sempre a fare o a dire, contro ognuno di loro, la cosa più crudele, più cattiva, la cosa che li feriva di più. Parole vuote riempivano la stanza, parole seducenti, adulanti dette a tu per tu il più delle volte dopo aver condotto l’adulto fuori dall’aula, in un luogo appartato facendolo sentire prigioniero, stretto nel ruolo del lusingato, sedotto. E parole che mentivano, che negavano in continuazione; l’intero suo essere soffocava e diffondeva un’atmosfera sofisticata e falsante. Ma tutte le sue parole erano caratterizzate dall’urgenza: l’urgenza di riempire un vuoto, l’urgenza di controllare, l’urgenza di negare. Con la stessa necessità, impellenza, parole sporche rotolavano fuori dalla sua bocca e sibilavano da un banco all’altro. Anche lui aveva preso a sporcarsi e a sporcare gli altri, con le mani, col naso, con gesti sbadati, con insulti poi negati. Arrivava, spesso di corsa o con il viso stravolto, riferendo un fatto di nessuna importanza, ma in modo tale da trasmettere, a chi ascoltava allarme, preoccupazione o una inspiegabile sensazione di pericolo. Parole prive di senso accompagnavano, invece,il suo iter scolastico; non sembrava comprendere più nulla e spariti erano i prerequisiti all’apprendimento faticosamente conquistati: non esistevano più causa/effetto, consequenzialità temporale (ora, prima, dopo, passato, presente, futuro) orientamento spaziale (davanti, dietro, sopra e sotto).
Nella sua mente accadevano cose incredibili: da un numero più piccolo potevano essere sottratte grandi quantità, la somma di più numeri dava risultati intorno allo zero.
La sua memoria era come esplosa; ricadevano su di lui e su tutti noi frammenti e rottami di un passato molto antico; ricordi spostati deformati, bruciati. Se si procedeva in un’opera di ricostruzione lui cercava di collaborare, diceva di ricordare, ma in realtà avrebbe desiderato farlo senza però riuscirvi.
Non riusciva più ad eseguire un compito e copiava rubando “la bravura” altrui per sentirsi di nuovo bravo. L’invidia era comparsa al suo fianco, egli uccideva la lealtà, la pulizia, la bellezza, la bontà, ma soprattutto l’amore, il successo e la gioia dei compagni per poi prendersi queste qualità, brandelli di loro, di altri e cucirseli addosso come a ricostruirsi una nuova pelle, una nuova identità che, come il resto, non convinceva nessuno, neppure lui.
Non riusciva più a scrivere una frase che avesse un senso. Anche la calligrafia era cambiata: illeggibile quando compariva. Osservandolo egli non metteva nessuna energia nel tenere la penna, non sembrava guidarla intenzionalmente nella scrittura di parole, sembrava più che la penna risentisse di scatti, tremori, micro-movimenti o cedimenti che da lui provenivano. Era solo perché i segni che ne risultavano si trovavano su un quaderno che si era portati a credere che si trattasse di scrittura, che fossero parole, lettere maiuscole, punti esclamativi ed interrogativi, punti e virgole.
I suoi occhi, a volte, come febbricitanti seguivano l’adulto saettanti di curiosità e d’odio, sembravano conoscere tutto, troppo e indagavano, frugavano, colpivano. A volte, invece, erano colmi di nostalgia e si dilatavano immensamente in un mare di tristezza.
“Non sono più lo stesso” aveva dichiarato, giocando, pochi giorni prima.
Pochi giorni prima di dirmi: “Devo dirti una cosa”.
(testo pubblicato AA.VV., …E non dirlo a nessuno, Op.cit.) (Devo dire che dopo aver ascoltato “quella cosa che doveva dirmi” io ho vomitato)

L’osservazione non giudicante è un ottimo strumento per comprendere.
In casi del genere è necessario poter “abitare la distanza”: riconoscere quella parte di noi che vede se stessa nel bambino maltrattato e riconoscere quella parte di noi che , al contrario, dice “non è possibile”, “non è vero niente”, che “nega”. Tutte e due queste tendenze, se non riconosciute , rese consapevoli, e “praticate” , sono dannose : dannose a noi perché rischiamo di identificarci con “l’abusato” o con “l’abusante” e dannose per il bambino perché non saremo più in grado di aiutarlo.
Altra cosa importante è affiancarsi a persone equilibrate (che non siano troppo compromesse con problemi loro) e attrezzarsi per sostenere a lungo la tensione mantenendo la calma, la lucidità, ricercando dentro di noi “uno spazio ricettivo e neutrale” dal quale attivare l’osservazione, imparando ad ascoltare e a “sentire”, a tacere e a parlare ,ad aspettare, a sospendere il giudizio, a tollerare l’angoscia e il dolore e poi fare quel che si deve. E bisogna saper chiedere aiuto: non siamo sole/i al mondo, ci sono molte professionalità, che ruotano attorno alla scuola e che per qualifica, ruolo, competenza, compiti e doveri sociali e istituzionali, sono, come noi, coinvolte e responsabili.
In classe è importante non cadere nella logica dei “buoni” e dei “cattivi”, non perché non si debba saper distinguere, ma perché è un’altra “separazione” ancora una volta apparente e falsa: nessuno è tutto buono o totalmente cattivo, abbiamo tutti quanti aspetti buoni e cattivi, tutti quanti abbiamo sicurezze e fragilità, elementi sani e qualche bizzarria… e non sempre dietro ai buoni sentimenti stanno veri valori.
Più che castigare, dichiarando la resa dell’adulto e contemporaneamente trasmettendo al bambino l’idea che noi non siamo in grado di tenerlo/contenerlo e che quindi la sua “cattiveria” e tanta e tale che va espulsa, dà buoni risultati, invece, far leva sugli aspetti sani, positivi, solidi, riparativi dei bambini. Anche questa cosa non è nuova ma: dar loro sicurezza perché si sentano sicuri; dar loro comprensione perché possano comprendere; dar loro successo perché possano ottenere il successo; dar loro tolleranza perché possano tollerare e tollerarsi. Chi si occupa di scuola dovrebbe sapere che per seguire individualmente un bambino bisogna avere il tempo, il modo e gli strumenti per farlo. Non basta dirlo.
E’ utile spostarsi nell’ottica del “significato” più che del “giudizio” e pensare che quel che accade ad un bambino e ai bambini, in una classe per esempio, ha significato ed è “significante” pertanto capace di fornire elementi di conoscenza; e al posto del castigo e della colpa è bene mettere la riparazione, l’aspetto costruttivo che si poggia sulla parte buona, sulla ricomposizione perché è più utile sanare gli animi, riparare al torto, aggiustare il danno.
So che viviamo nel tempo del “usa e getta” dove niente si aggiusta più… dagli oggetti ai rapporti; viviamo in un tempo dove nessuno ha tempo, tutti hanno fretta e anche i bambini non hanno tempo: tutto il giorno, tutti i giorni devono “fare” qualcosa…
I bambini, invece, hanno bisogno di tempo, tempo da noi… e di tempo libero… la mancanza di tempo si traduce per loro anche in una mancanza di spazio, del loro spazio, che non è la loro cameretta colorata piena di cose, ma il loro spazio interno dove creare, inventare, immaginare o annoiarsi, dove farsi un’idea di sé, degli altri, del mondo. Altrimenti potrebbe porsi in essere quella furiosa coincidenza tra vuoto e pieno : vuoto di sé e pieno del fare.
Più che insegnare la logica del profitto a scuola, sarebbe utile insegnare ad avere cura di se stessi. Non c’è bisogno di essere un educatore per saperlo: “In nessun dove, amata, ci sarà mondo se non in noi.” (Rilke)
E’ fondamentale creare in classe un clima favorevole. Occorre che i bambini a scuola stiano bene ed in questo modo “si motivano”, imparano meglio, imparano di più e imparano ad amare l’apprendere…è assai difficile che ciò accada se le classi sono affollate,  però è escluso che ci sia un clima favorevole ad una buona crescita se ci sono “bambini buoni e bambini cattivi” perché il gruppo è spaccato: la frattura sta nel gruppo, ma sta anche nei bambini e in noi stessi e come scrive Goethe “in ogni separazione c’è un germe latente di follia”.
A scuola sappiamo che è importante far parlare ed ascoltare i bambini (e programmare tutto prima significa solo irrigidire; prendere nota dopo, invece, potrebbe essere utile , inoltre risponderebbe ad un sano principio di realtà). E’ importante capire non solo cosa pensano, ma “come” pensano, quali sono le modalità del loro sentire, cosa significano esattamente “per loro” le parole che usano… e aiutarli ad esprimere e a riconoscere i sentimenti che provano: amore, rabbia, dolore, tenerezza, tristezza, gioia, gelosia, invidia, solitudine, odio, amicizia, nostalgia, paura, desiderio, imbarazzo, disagio.
Diamo loro le sfumature del sentire e insegniamo a riconoscerle dentro loro stessi e negli altri (noi stessi compresi). Diamo loro la modalità dell’espressione , i confini che le sono proprie e che permettono di identificare le emozioni.
Lavoriamo sulla consapevolezza che inoltre è un ottimo strumento di difesa. Anche da un punto di vista didattico è necessario essere consapevoli di ciò che si conosce e di ciò che si ignora perché questo consente di imparare.
Ci troviamo spesso davanti a fatti che si ripetono (questo anche nella vita adulta, ci sono addirittura i modi di dire che testimoniano una lunga tradizione del “ripetere” : “il lupo perde il pelo ma non il vizio” , “piove sempre sul bagnato”… ); ma la ripetizione “dell’errore” è una costante quando l’esperienza non serve, cioè quando dall’esperienza non si riesce ad imparare (rif. Bion, Apprendere dall’esperienza) quando non si è consapevoli dell’errore.
A volte la differenziazione delle esperienze a scuola consente di raggiungere abilità o “scatti” di conoscenza e comprensione seguendo altri, diversificati percorsi,  ma vi è anche un aspetto rischioso : la moltiplicazione delle esperienze spesso non è una soluzione, anzi, paradossalmente, potrebbe significare la ripetizione moltiplicata dello sbaglio quindi funzionare da rinforzo.
E allora bisogna uscire dalla logica della ripetizione e rendere efficace l’esperienza. La ripetizione è un cerchio chiuso: l’insegnante (l’adulto) può spezzarlo ponendosi al di fuori, traducendo quel che accade in modo nuovo e trasmettendo al bambino una nuova immagine di se stesso.  (Capita anche in amore: “un uomo ha una sola via di fuga dal suo vecchio sè: guardare un sè differente nello specchio degli occhi di una donna” Boothe Luce)
“Sbagliando si impara” si dice, perché è proprio lo sbaglio che ci rivela una parte di noi stessi! Come si impara dall’assenza, dai no, dalla frustrazione, dal dolore, purtroppo. Ma solo se si possono sopportare.
Lavorare sulla consapevolezza significa assumere la verità come strada maestra. Non è difficile se noi adulti abbiamo un buon allenamento ad essere veritieri e se possiamo pensare alla bugia come all’uccisione di una verità, alla negazione di una parte di noi stessi che non si può “tollerare”.
Si capisce bene, allora, perché un bambino dice : “non sono stato io”, e non ha senso dargli del bugiardo, serve di più mettere in evidenza quell’aspetto che il bambino non vuole vedere mostrandoglielo piano piano, gradualmente e da un punto di vista “non mostruoso”, dimostrandogli così, contemporaneamente, che noi possiamo tollerarlo e quindi non è così terrifico.
La consapevolezza rende forti, è l’unico modo per accettare la realtà, conoscersi, accettarsi e migliorarsi ed è un ottimo strumento di difesa. I bambini più sono saldi, meglio sanno difendersi, meno sono prede.
E anche noi adulti abbiamo da lavorare sulla nostra consapevolezza  e collegare parole e azioni anche se qualche volta questo comporta qualche rinuncia (il non scegliere, per esempio, la “via più breve” perché suggerisce un piacere o una soluzione immediati, ma diseducativi) e imparare ad usare strumenti di libertà, come il divorzio, in modo più consapevole, più adulto, più coerente e più responsabile.  http://www.youtube.com/watch?v=7KQeQOnBvZk  (Franco Battiato, “La cura”)

tiziana Campodoni

(Vi do una ferale notizia : continua)

Pubblicato su http://blue-moon.comunita.unita.it  05 novembre 2013

Pubblicato su “Mimì Fiore di Cactus, chi mi stuzzica, si pizzica” – Progetto per contrastare il maltrattamento e l’abuso sui minori. –  Edizioni Junior

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