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Saper vedere, saper ascoltare, saper dire, saper fare: i bambini  non sono creature virtuali. Fortunatamente.

C’è una scena nel famoso film “Lolita” in cui il patrigno porta in una camera d’albergo la ragazzina. Bisogna fare silenzio… bisogna stare zitti…la bambina non si deve  “svegliare” … non deve “aprire gli occhi”…
In quella stanza un cameriere bussa, porta una branda da aggiungere al letto matrimoniale… il patrigno non la vuole, però si mimetizza e non si oppone troppo all’insistenza del cameriere … c’è qualcosa d’inopportuno in quel letto da matrimonio con dentro due età così distanti e lui lo sa…come un polpo si adatta…il cameriere entra…  la branda non si apre, oggetti cadono… la branda si richiude all’improvviso, si riapre… insomma si sente parecchio chiasso.  E’ tutto molto evidente…
Si può leggere quell’inferno di rumori come la metafora del disastro interno che la piccola Lolita sta vivendo, ma c’è un’ulteriore lettura: in quella stanza sta accadendo qualcosa che fa un “grande rumore”, un fracasso che “nessuno sente”: chi sta intorno non sente, la società non sente. E questo perché ha chiuso occhi e orecchi a grandi segnali di dolore e di sofferenza. Anche ai propri.

Oggi siamo di fronte ad una mastodontica “rappresentazione”, “spettacolarizzazione” dell’amore e del dolore, ma nulla a che vedere con il dolore e l’amore autentici. Woody Allen dice che “la vita non imita l’arte, imita la cattiva televisione” e non è troppo lontano dal vero; purtroppo amore e dolore sono le due grandi emozioni che governano le nostre vite.
Viviamo in una società miseramente narcisista dove le emozioni vengono “esibite”, “celebrate”,  “recitate” e  proprio perché non vengono vissute: un mondo dove, molto spesso,  le persone trattano se stesse e gli altri come cose.
Trattare “una persona come una cosa” è far carriera alle spalle degli altri, è arricchirsi sulla povertà altrui, è fare turismo sessuale, è vendere droga, armi per denaro, è la maldicenza, è la menzogna, è l’ipocrisia, è dire agli altri cosa devono pensare invece di fare informazione, è “l’uso” al posto del “rispetto”, è la rappresentazione al posto dell’autenticità, è la furbizia al posto del valore. E, come scrive  Euripide, ” Non è certo un atto di fierezza e di coraggio guardare in faccia i cari dopo averli maltrattati : è soltanto la peggiore malattia che è fra gli uomini, si chiama spudoratezza.” (Medea)
Tutto ciò ci riguarda. Eccome.
https://www.youtube.com/watch?v=YoBuv7HR-Fw (E.Bennato, Il gatto e la volpe)
In questa società i primi a farne le spese sono i bambini, perché loro per crescere hanno bisogno di rapporti ed una realtà sani, equilibrati, affettivi, veritieri e graduati, cioè adatti a loro. Sono loro indispensabili per vivere. E noi abbiamo il dovere di aprire occhi e orecchie affinché il prevenire diventi un fare quotidiano, condiviso, integrato, di qualità che tenga conto dell’intero individuo.

Trattare un bambino come una cosa è non riconoscerlo come persona che ha dei diritti e va rispettata. Lo si vede bene nelle brutte separazioni che non sono poi così rare: ognuno parla male del coniuge al bambino e attraverso il bambino i coniugi si fanno bassezze scaricando su di lui il dolore e il disastro di una coppia naufragata ma facendogli un danno enorme: uccidendo dentro di lui i “genitori interni”. Il “come”,  in un divorzio, è di vitale importanza per un bambino. Il “come” è sempre rilevante  soprattutto se riferito ad un bambino. Nel “come” risiede precisamente la bontà, il talento, l’intelligenza, la sensibilità e la saggezza dell’adulto.
E ancora…Pensiamo ad un bambino piccolo davanti al televisore da solo. Per i bambini le immagini sono realtà (se noi facciamo la faccia e la voce da strega… il bambino indietreggia!) Cosa vede?
Non vede solo la violenza, sconcezze, amiccamenti, chiromanti, stupidità, vendite all’asta, volgarità, allusioni… Vede, ad esempio, il protagonista di un film morire in quel film e ricomparire sano e vegeto nel film successivo… Cosa impara? Impara che la morte non esiste.
Vede, per esempio, una scena di violenza, una d’amore, gli assorbenti che sembrano dare il brevetto da paracadutista, un dado da brodo che tiene unita una famiglia, una scena di sesso, l’uomo che non deve chiedere mai, il sapone che fa sparire ogni macchia…
Cosa impara? L’equivalenza: una cosa vale l’altra. Quanto basta per far diventar matto chiunque. http://youtu.be/fJv4d2HK-eg  (E.Bennato, Quando sarai grande)

La gradualità è un argomento che va approfondito. Una cosa che mi ha molto colpito durante gli anni di insegnamento, ma anche fuori dall’ambito lavorativo per la verità, è l’approccio al dolore e alla morte.
I bambini dopo un lutto tornano a scuola (se sono rimasti a casa perché non è detto) con la stupore sulla faccia, come di chi non ce la fa a “sapere” cosa è accaduto, oppure come se non fosse accaduto nulla; raramente sono addolorati o consapevoli del dolore e solo dopo tempo “salta fuori” il lutto, il pianto, il racconto o… la modifica del comportamento. Può essere un dolore troppo grande che non riescono a metabolizzare …
E’ morto il nonno… ma a lui non avevano detto che stava male, oppure l’ha saputo quanto tutto “è finito”… oppure lo hanno detto a lui… ma gli adulti non si sono fatti vedere mentre piangevano.
Se ci pensiamo è assurdo: il bambino deve poter vedere, anche se doloroso, il dolore di sua madre, di suo padre per la perdita di un genitore… altrimenti cosa impara? Impara che gli affetti non esistono e allora anche lui, il bambino, non è quindi amato.  Certo, si cerca di proteggere un bambino dal dolore, ma per proteggerlo non bisogna negarlo: bisogna insegnargli a viverlo.
Noi non possiamo eliminare il dolore, la morte o quello che non ci piace: non abbiamo altro modo che accettarlo. E… se muore il gatto…perché raccontare al bambino che è scappato con la gatta del lattaio? Sarebbe un’ottima occasione per parlargli della morte e del dispiacere che sta provando ad essa collegato ed è bene possa vedere il nostro dispiacere legato al suo, in modo che possa piangere il suo micio e imparare come si affronta una perdita, ma iniziando da una perdita tollerabile. Fare questo non è “dargli un dolore”, è “consentirgli il dolore”. E c’è una bella differenza.

Non possiamo neppure dar tutto come semplice e facile quando non è così.  Annullare la complessità, appiattire la realtà, massificare l’identità, soffocare la differenza e la portata emotiva dietro alla sfacciata evidenza non solo è falso e falsante, ma è una operazione che spiazza la mente e il cuore del bambino.
“Perché cercate di prendermi di sopravvento come se voleste spingermi in una rete?” Sono le parole dell’angosciato Amleto.
E, solo per concludere il ragionamento, pensate ad un bambino davanti ad una scena di violenza in televisione – ma anche ad una di sesso dove il bambino non capisce se i due “si fanno bene” o “si fanno male” perché i volti e i gesti non lo lasciano intendere chiaramente (gli adulti sanno perché, ma i bambini no!) – che vede il padre tutto preso e partecipe alla vicenda…che ha reazioni incomprensibili per lui: è indifferente alla violenza, non la rifiuta (come, invece, magari fa proprio con lui), non si preoccupa, non si dispiace o, addirittura, gioisce per l’uccisione di qualcuno (del “cattivo”)…Cosa prova dentro il bambino e cosa può pensare del padre?
I bambini sono piccoli ma non sono stupidi, sono ingenui ma non sono sciocchi, non sono bambolotti né semplici ed elementari esserini nei confronti dei quali, basta essere stati bambini, e come per incanto si è competenti…
“…Guardate per quale spregevole arnese mi prendete : vorreste farmi cantare, vorreste dare ad intendere che conoscete i miei tasti, vorreste  strapparmi l’intima essenza del mio segreto, vorreste trarre da me tutta la gamma delle mie note, dalla più bassa alla più alta. C’è tanta musica, una voce così eccellente in questo piccolo organo, ma voi non sapete farlo parlare…Credete sia più facile cavar musica da me che da un piffero?” (Shakespeare, Amleto, III,2)

La gradualità ha come indicatore di partenza proprio la tollerabilità, cioè la capacità di sopportare frustrazioni. Va anche detto che i bambini sempre meno riescono a tollerare le frustrazioni o mostrano di più la fatica che fanno. E’ inutile e dannoso insistere.
Bisogna partire da ciò che il bambino sa, sa fare, sa tollerare e man mano aumentare il grado di frustrazione per far aumentare il suo livello di tolleranza, per farlo accettare che ci sono cose che non sa fare, che sono faticose e fargli accettare la fatica di conquistarle. E questo se vogliamo davvero aiutarlo a diventare forte altrimenti lo rendiamo solo rigido e il rischio è che si spezzi strada facendo.
Troppo spesso noi adulti non mostriamo sufficiente attenzione nei confronti dei bambini.
Il maltrattamento  presenta un quadro clinico fortemente   variabile e con implicazioni multiple che possono minare la salute fisica del bambino, ma anche il suo equilibrio e il suo sviluppo  emotivo, psichico, relazionale nel presente e nel futuro. E non è così raro.
La condizione di maltrattamento e di abuso, è visibile, ma non  è facile accertarla e richiederebbe la stretta collaborazione di diverse figure professionali preparate a verificarla : quelle ospedaliere, i pediatri, gli insegnanti, gli educatori, gli assistenti sociali e sanitari…figure sensibili, educate a riconoscerla (cioè capaci di non ritagliare il sintomo o il “fatto accidentale” intervenendo solo su di esso come se fosse isolato, ma collegandolo ad  altri fattori e a tutto il modo d’essere del bambino), con attitudine a ricordarla tra le possibili diagnosi e a non riprodurla.
Oltre a segni o lesioni, naturalmente, sono importanti la storia del bambino e della famiglia, il vissuto del bambino come egli lo riferisce verbalmente o non verbalmente attraverso il gioco, il disegno, l’animazione, la qualità delle relazioni esistenti con le figure genitoriali, di quelle che stabilisce con altri adulti e coetanei, le sue condizioni psicologiche : può essere triste, impaurito, rabbioso, iperattivo, incontenibile etc.. Indicativi ancora possono essere il ritardo dei genitori nel cercare aiuto medico, il racconto vago e poco dettagliato, la descrizione  dell’incidente non compatibile con la tipologia delle lesioni o il comportamento emotivo non adeguato alle circostanze.
La trascuratezza è una forma del maltrattamento, è la più diffusa e può non avere nulla a che fare con lo stato di indigenza di una famiglia. Comporta alterazioni dello stato generale del bambino, dalla crescita allo sviluppo psicomotorio, dal comportamento a segni esteriori più riconoscibili come la scarsa igiene. Anche in questo caso si può parlare di un maltrattamento, emozionale, di una violenza psicologica perché comporta una grave mancanza, la mancanza di ciò che è indispensabile per crescere sani : le cure amorevoli dei genitori.
E’ evidente che trattare male i bambini riguarda un pò tutti, produce danni minori o maggiori in tutti i campi e la loro entità non sempre è valutabile nell’immediato. Trattare male significa non rispettare, e quando non si rispetta qualcuno in realtà sono due le persone non rispettate :  l’altro e se stessi.
A volte anche lo sdolcinato sentimentalismo “buonista”, il bambino angelicato, che tanto spesso è abbinato al mondo infantile (e su di esso qualche volta si accanisce) mentre, contemporaneamente, la Carta dei Diritti del Bambino porta la data del 20 novembre 1989, più che essere garante di quanto i bambini siano amati è spia di quanto poco siano stati  rispettati, capiti, considerati nella loro realtà profonda e nei loro bisogni autentici: cioè  malamente amati.
Il percorso della crescita è lungo e faticoso perché comporta inevitabilmente il dolore, ma dai “giusti no” e dalle calibrate frustrazioni, all’ “uso”  del bambino e alla crudeltà mentale c’è un abisso e non è oggettivamente possibile confonderli: l’adulto, personalmente e professionalmente, è il perno su cui ruota  “il come”, “il quanto”, “il quando”, “il perché”.
La scuola, per esempio, non sempre è  in grado di aiutare un bambino che soffre e, anche questa, purtroppo, è una forma di maltrattamento. Ci sono classi affollatissime, non c’è il becco d’un quattrino per la scuola pubblica, ci sono insegnanti capaci, stremati da montagne di cartacce,  c’è “l’immagine della scuola” che bisogna garantire, c’è che non fai mai abbastanza, anche se se lavori oltre il tuo orario… E ci sono bambini gravi cui è assegnata una insegnante di sostegno, o qualche ora, “in-vece”, “al posto”, del medico che si faccia carico della loro cura e della conseguente efficacia perché se non serve, non è una cura. E’ il caso,  per fare solo un esempio, dei bambini autistici  trattati con la comunicazione facilitata; uno studio “ha dimostrato che la comunicazione facilitata smette di funzionare quando il facilitatore non conosce le risposte   che il soggetto è chiamato a dare” e una ricerca del 1993 ha reso noti i risultati: “erano state svolte delle prove doppio cieco in cui al paziente e al facilitatore venivano mostrate fotografie diverse. In tutti i casi   veniva identificata la fotografia vista dal facilitatore, non dal paziente autistico” (M. T. SINGER , J. LALICH, Psicoterapie “folli”. Conoscerle e difendersi, Ed. Erickson 1998, pg.161-164 . Interessante testo che affronta con chiarezza e metodo la giungla di terapie “bizzarre” – terapie di vite passate o future, delle entità e dei contatti medianici, dei rapimenti extraterrestri, PNL, CF, NOT, EMDR, terapie indecenti…- e che tutela l’utente e la psicoterapia).  Eppure sono stati spesi danari su questi progetti. La “faciloneria”, la “superficialità”o l’incompetenza sono un’altra forma di leggerezza e di maltrattamento.  Va da sé  che la soluzione non è togliere anche l’insegnante di sostegno! Ci  sono tanti bambini che avrebbero bisogno di aiuto in classe e/o di un medico, di una seria psicoterapia – e quando dico seria intendo “seria”, fatta da persone competenti che abbiano svolto un’analisi individuale, una didattica e siano essi stessi in supervisione – e non di test, computer, computer facilitanti, LIM, schede, etichette… Danno cerebrale minimo (mai localizzato), DSA ,Disturbo Specifico d’Apprendimento che di specifico non ha nulla ma ora va alla grande (mai visti tanti dislessici come ora!), o i nuovissimi BES, Bisogni Educativi Specifici …e  chi non ha bisogni educativi specifici? Il tutto, naturalmente, senza uno straccio di aiuto vero e proprio (perchè “fai fare lavori più semplici” non è un aiuto, soprattutto abbinato all’INVALSI schede omologate obbligatorie, spesso parecchio complesse, che se ne fanno un baffo dei bisogni specifici, delle realtà diversificate, delle programmazioni differenziate, dell’ individualità del bambino. https://www.youtube.com/watch?v=Et8eiLURIFk  (E.Bennato, In fila per tre)                                                                                                                       E i bambini non hanno bisogno neppure di una “osservazione infinita” o di sporadici quanto inefficaci (quindi dannosi perché sprecano tempo a quell’età preziosissimo e perché tolgono la speranza con ripetuti fallimenti ) incontri che i servizi sociali offrono (certamente anche loro sono a corto di personale) durante l’arco degli anni. I bambini hanno bisogno di qualcuno che si faccia davvero carico dei loro problemi e questo non attraverso schede o test, ma attraverso adulti davvero adulti che abbiano un progetto di crescita nella mente e sappiano impostare e gestire relazioni sane, educative, partecipate, affettive, solide, formative ed efficaci. E a volte anche i genitori ne hanno bisogno. Serve a poco incolparli, serve a molto, invece, renderli consapevoli ed aiutarli. (Come gli insegnanti non hanno alcun bisogno di registri elettronici, montagne di circolari incomprensibili, responsabilità illimitate di cui è oggettivamente impossibile rispondere).
Anche l’atteggiamento della società in genere che “non si accorge”, “non vede”, “non crede” oppure quello delle istituzioni, degli ospedali, dei tribunali, dei servizi che scelgono di non mettersi in condizione di far fronte responsabilmente al problema, è maltrattamento. https://www.youtube.com/watch?v=L5vBU4uyApc (E.Bennato, Dotti medici e sapienti, 1979)

E vi parlerò di un caso. Una lettera che scrissi molti anni fa. La mandai ad un quotidiano che la pubblicò.
“Quando lo abbiamo conosciuto era spaesato, sembrava un bambino senza tempo né luogo, cristallizzato, ghiacciato dentro e frenetico fuori. I suoi movimenti non erano organizzati, camminava come fosse cieco, trascinando le gambe, sbattendo in ogni dove. Non poteva ascoltare, non poteva scrivere, non poteva leggere, non poteva disegnare che croci sanguinanti vagamente umane. Perdeva tutto, dimenticava tutto e “si” dimenticava; sembra che anche noi dovessimo farci riconoscere ogni giorno, perché ogni giorno, per lui, non aveva legami con il precedente. Una parte di lui nascondeva gli oggetti, un’altra parte di lui li cercava ansiosamente per ore. Strappava, tagliava, rompeva, spaccava matite in continuazione; noi le ricompravamo.
Un tappeto in classe, un’occasione per parlare in libertà, lo ha sentito, dopo tempo, raccontare brandelli della sua storia: paura, violenza, dolore e poi ancora dolore: lacrime raccolte con cura e commozione, amore e comprensione da compagni ed insegnanti.
Lui ha smesso di spaccare matite e ha cominciato a leggere e a scrivere.
L’anno successivo è arrivato una mattina a scuola piangendo. I singhiozzi lo soffocavano, non ce la faceva a parlare: per uno sfratto esecutivo avrebbe perso la casa, i compagni, la scuola.
La classe si è mobilitata, con l’aiuto del Consiglio di Circoscrizione e del Comune il problema dell’alloggio è stato risolto, ma in attesa della sistemazione definitiva i genitori della classe, non ricchi ma capaci d’amore, l’hanno ospitato una settimana per famiglia, da Natale a Pasqua, per consentirgli di venire a scuola; la casa era per lui, la scuola era con lui, i genitori dei suoi amici lo avevano voluto: la gioia gli usciva dagli occhi, quegli stessi occhi all’inizio impauriti e offesi. Sentiva di essere amato.
L’anno dopo, il primo giorno di scuola, lui non c’era. Tutti guardavamo quel banco inspiegabilmente vuoto. Solo il giorno dopo è arrivata la richiesta di nulla osta per un’altra scuola. Era in una comunità e veniva portato  a  scuola, un’altra scuola, in taxi.
Non una parola dai servizi sociali.
Perché togliere anche la sua scuola, i suoi compagni, un tessuto di identità e di amicizia, un contenitore d’amore e solidarietà, per di più efficace?
Sappiamo tutti che a volte, purtroppo, ci sono cose inevitabili, ma il “come” vengono gestite non è cosa da poco.
Tutti noi non abbiamo di che essere fieri. Gli abbiamo tolto molto, molto di più di quanto pensiamo, molto di più di quanto gli abbiamo dato.
Non lo abbiamo ascoltato, non lo abbiamo capito, non lo abbiamo difeso, non lo abbiamo curato, non abbiamo avuto rispetto dei suoi sentimenti.
Dimenticheremo, faremo finta di nulla, ci daremo giustificazioni per salvare noi stessi, per evitare il dolore perché non lo riconosciamo e non lo possiamo vedere negli occhi altrui.”
L’assessore ai Servizi Sociali ci rispose sul quotidiano, ci promise un incontro collegiale per chiarire… Non ci fu mai quell’incontro.
Perché l’ho riportata?
Perché questo è esattamente quello che non si deve fare. Non in questo modo.
Questo è trattare ancora una volta un bambino come una “cosa” che non ha legami, sentimenti, storia, emozioni… che non prova dolore, amore, paura, solitudine, nostalgia, angoscia, gioia… significa non riconoscerlo come una persona che ha diritti e va rispettata. E’ un attentato all’identità personale. Come lo è spaventare, picchiare, violare, umiliare…Maltrattare è usare gli altri come se fossero cose.
Anche il “pedofilo” si comporta allo stesso modo: usa il bisogno di tenerezza del bambino per soddisfare le proprie pulsioni. https://www.youtube.com/watch?v=qsvs01Fc8EQ (E.Bennato, Un giorno credi). (Continua)

tiziana Campodoni

Testo pubblicato http://blue-moon.comunita.unita.it 28 ottobre 2014

Pubblicato su “Mimì Fiore di Cactus, chi mi stuzzica, si pizzica” – Progetto per contrastare il maltrattamento e l’abuso sui minori. –  Edizioni Junior

 

p.s. Non essendo sufficientemente brava per essere concisa, ho deciso di andare per capitoli quindi : prima parte.

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