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“Se morissi domani, sarei una ragazza felice” (Amy Winehouse)

“Non dico che avevo previsto la sua morte, ma non ne sono rimasta sorpresa. Non riuscivo a vedere una Amy più vecchia. Era una ragazzina che è esplosa come un mortaretto e poi ha detto : ‘ok, ho finito. Me ne vado’. Amy non era destinata ai trent’anni”.  Spiazza una dichiarazione come questa, soprattutto se fatta da una madre.
Leggere il “destino”, pre-dire  non significa leggere il futuro di una persona, ma ciò che si proietta su di lei, anticipare ante-porre quel che ci si aspetta da lei, “dire prima” ciò che sarà,  significa “creare” il futuro proiettandolo, certamente in maniera inconscia, ma se l’oggetto della proiezione è un bambino è probabile che quel futuro s’inveri. In un certo qual modo una madre che compie un’operazione  del genere espelle dalla propria mente il “buono” del figlio non potendolo “tenere” mentre riversa su di lui  la negatività che “le” appartiene. Un’operazione che “tiene insieme” la madre ma “sulla pelle” del figlio. Un peso schiacciante per una bimba piccola.
E che dire del padre… con tutti i “suoi” superlativi… “Amy era la migliore figlia, il miglior membro della famiglia e la miglior amica chi si possa aver avuto. Parlerò  a lungo della sua fantastica ripresa. Recentemente Amy aveva trovato l’amore grazie a Reg. Lui l’ha aiutata con i suoi problemi e Amy stava guardando avanti, al loro futuro insieme. Amy era felice come non lo era da anni. Noi tutti ricordiamo quella notte fantastica al Club 100 in Oxford Street:  la sua voce era intonata, il suo spirito e il senso del ritmo erano perfetti.  Lei mi disse che si era “veramente, veramente divertita ”. L’ultima volta che mi aveva telefonato voleva che andassi a vedere delle vecchie foto di famiglia che aveva trovato. Ci siamo sentiti al telefono tre volte in un giorno, era molto eccitata. Tre anni fa Amy aveva vinto la sua dipendenza dalla droga; i dottori dissero che era impossibile, ma lei ci era veramente riuscita. Amy stava provando ad affrontare seriamente i suoi problemi con l’alcol e aveva appena terminato la terza settimana di astinenza. Amy mi aveva detto “Papà ne ho abbastanza. Non posso più reggere il tuo sguardo e le facce degli altri familiari”. Lei non era depressa, aveva visto Janis e Reg ( la mamma e il fidanzato di Amy) venerdì ed era di buon umore. Quella sera Amy era nella sua stanza a suonare la batteria e cantare. Siccome era tardi, la sua guardia di sicurezza le disse di smettere e lei lo fece. La guardia l’ha sentita camminare per la casa per un po’ e quando la mattina seguente è andato a controllare ha pensato che Amy stesse dormendo. È  tornato indietro qualche ora più tardi e ha quindi  realizzato che Amy non stava respirando e ha chiamato i soccorsi. Sapere che Amy non era depressa, sapere che se ne è andata felice, ti fa sentire meglio. Io ero a New York quando ho avuto la notizia e ho subito detto di volere una fondazione dedicata ad Amy Winehouse  con la quale aiutare ciò che lei amava: bambini, cavalli ma anche coloro che combattono contro l’abuso di sostanze.”“Buona notte angelo mio, mamma e papà non ti hanno mai amato così tanto”. (Discorso al funerale della figlia, pubblicato su Mirror) E io non riesco a non domandarmi: ” mai amato così tanto”… come da morta?
Che dire del padre se non che rappresenta la “negazione”  per eccellenza? Non era la miglior figlia, il miglior membro della famiglia, la miglior amica… Nessuno l’ha aiutata e forse non avrebbe potuto,  non era felice e forse non lo è mai stata, non aveva vinto la dipendenza da droghe, alcol e ogni genere di “anestetico”… non c’è stata alcuna fantastica ripresa e forse non è stata fantastica neppure la notte al Club 100 in Oxford Street dove lei si sarebbe divertita davvero, davvero tanto…  Raccontar”si”, poter”si” dire che Amy non era depressa e che se n’è andata felice fa sentire meglio: lui.
Ognuno vive il dolore, o si difende da esso, come può.  Comprendo la sofferenza dei genitori e mi dispiace di non saper essere più lieve : nessun genitore vorrebbe sopravvivere al proprio figlio. E’ vero che dobbiamo prendere atto che la morte esiste, nessuno di noi è immortale e che la vita è così, ma perdere chi si ama è sempre un grande dolore che sarà anche “naturale”, ma si fa una gran fatica ad accettarlo e perdere un figlio ancora di più, uno strazio che non ha nulla di naturale, che non sta nell’ordine delle cose e da cui non riesco ad immaginare come si possa uscire.
La vita è così, ma noi  siamo un pò complici di tutto ciò che accade o non accade, consapevolmente o no. “Nessun uomo è un’isola…Ogni uomo è parte della Terra. Se una zolla viene portata via dall’onda del mare, la Terra ne è diminuita…Ogni morte d’uomo mi impoverisce perchè io partecipo all’Umanità” (J.Donne) e a volte l’errore non è un semplice “sbaglio”, si configura come “una vita mal congegnata” (C.Pavese) e il “congegno” di una vita è la capacità d’amare  e ad amare s’impara “Amor, ch’a nullo amato amar perdona” (Inf.V 103) : l’unico modo di imparare ad amare è essere amati nel modo giusto.  Nessuna voglia di giudicare quindi mi porta a scrivere, solo la voglia di capire, di ricordare Amy e legger-la in un altro modo,  pensando a lei bambina, mentre ascolto la sua voce indimenticabile. Lei non ha potuto cambiare il suo mondo, ma ha certamente arricchito il nostro.
Una voce calda e  suadente, seria e graffiante che arriva diretta,  senza indugi, senza equivoci, senza seduzioni, “a testa alta” come dice lei (Back to black) fregandosene  dei filtri e degli ostacoli che incontra: i suoi e quelli di chi l’ascolta. Una voce autentica e audace, spettinata e innocente, una voce orgogliosa, disperata e a tratti sarcastica che istintivamente passa dal soul, al jazz anni ’60, all’hip hop, riassumendoli in un mix originale e inimitabile, con la disinvoltura di  chi è consapevole del proprio straordinario talento.
Una voce “purosangue” che copre tre ottave di profondità inaspettata e insolita, che sa tras-correre dal fondo dell’inferno alle altezze del sublime con la velocità dei suoi sbalzi d’umore; una voce capace di svilupparsi con la potenza del tuono o di trascinarsi sommessamente di parola in parola sfiorandole appena con la delicatezza di una farfalla come non volesse “svegliarle”, sfiorandole appena quasi non fosse poi così importante il loro significato, anzi facendolo impallidire davanti alle sue  tinte oscure e blues, ruvide e ambrate, di fronte ai solchi profondi, al terreno dissestato (Back to black), al suo cammino faticoso, alle rughe e ai graffi del suo animo che nella voce trova il corrispettivo sonoro: la sua voce, sempre espressiva, diventa l’essenza, “il significato” e di una potenza disarmante… “elementi che hanno reso il suo tono umano e divino al tempo stesso”  (T.Wiltz, Washington Post).
Una voce  estremamente adulta e matura, duttile e sfumata, ma anche imperiosa e assertiva come se avesse dovuto, o potuto, “definirsi” solo attraverso l’opposizione e il rifiuto. E anche una voce di bimba che chiede aiuto al papà, che ne ha abbastanza e non può più reggere il suo sguardo e le facce degli altri familiari. Un urlo. Anche se detto a voce bassa.
“L’amore è un gioco perdente, fallimentare, un gioco che vorrei non aver giocato… è più di quanto io potessi sopportare anche se ho combattuto ciecamente, l’amore è un destino di rassegnazione, è una mano perdente anche se sei un giocatore d’azzardo. L’amore si dichiarava profondo finchè le carte erano coperte, ma è un gioco distruttivo e i ricordi rovinano la mente.  Fotogramma finale: love is a losing game”
http://www.youtube.com/watch?v=BqtCmMS7oKY 
   E l’opposizione, il “no, no, no” lo troviamo ripetuto in Rehab
http://www.youtube.com/watch?v=lkugxhtyHe8   il brano in cui dichiara ostinatamente (al padre) di non volersi disintossicare. A me vengono in mente le persone che fuggono per essere cercate oppure i discorsi dei ragazzi sugli autobus… quando uno di loro parla “malissimo” di una ragazza  e tu che ascolti sai bene che, invece, quella ragazza gli piace proprio tanto e ti vien quasi voglia di dirglielo… Così Amy si oppone, si irrigidisce e a “go, go, go” risponde  “no, no, no”, ma sembra più una sfida… infatti aggiunge “se mio padre pensa che io stia bene vuol dire che si è stancato di volermi far guarire”. La traduzione credo possa essere:  “Papà dimmi che io conto per te, che vedi che sto male, che vuoi che io viva e non getti la spugna, fammi vedere che mi ami e che lotti con tutte le tue forze anche contro di me fino a fare  l’impossibile  e mi salvi”…Un dolore disperato e disperante … Sa che “perderà” “mentre tutti pensano che lei stia guarendo” , sa di “aver bisogno di vicinanza amichevole perchè non è questione d’orgoglio è solo per le lacrime che ha asciugato” (Rehab). E di “lacrime asciutte” Amy parla spesso: a me vengono in mente le foto sovraesposte, bruciate, ma le lacrime asciutte sono lacrime “mancanti”, sono dolore ghiacciato dentro (anche il ghiaccio “brucia”) che non riesce più a sciogliersi in lacrime così si trasforma in rabbia… e lei diventa violenta, furiosa, picchia  le persone, attacca il marito Blake (il cui nome curiosamente “contiene” quasi tutte le lettere sia di back che di black, e non si può non notare che Winehouse “contiene”  vino/alcol  e casa nello stesso vocabolo) prende a testate un fotografo, a sputi un bullo che prende in giro la figlioccia … “Ciò che rende villani e violenti è la sete di tenerezza” intuisce con grande acume C.Pavese, un bisogno di tenerezza che ha origini antiche e il “tempo” giusto” in cui cercarlo è il “suo” passato remoto: come scrive Rilke “Non crediate che il destino sia poi tanto di più di quel concentrato che è l’infanzia” (Elegie,VII). Crescere con una madre farmacista che anticipa per lei il peggio senza “riconoscerla”, darle accoglienza, spazio, importanza e un padre che nega anche l’evidenza del malessere della figlia non sembrerebbero essere un luogo molto adatto per una bimba sicuramente difficile, scomoda, estremamente impegnativa, ma anche “onesta”, generosa e piena di talento. Quasi mai c’è un solo fatto prescelto per distruggere una vita, potrebbe essercene uno per organizzare una narrazione, ma sarebbe un po’ come barare e quindi accetteremo che ve ne siano molti (di cui Amy è parte) e lei, onesta fino in fondo, lo sa “le circostanze mi sono sfavorevoli”… “io sono morta un centinaio di volte” ripete.  Si sente cattiva, ha tradito se stessa come sapeva avrebbe fatto, non è brava, neppure a scuola da dove, mi pare, la cacciarono, pensa a “lui” nell’angoscia finale, quando il segnale acustico le si attiva e “va fuori” per incontrarlo: patate e pane azzimo, pane non lievitato che nella cultura ebraica significa “ricordo dell’antica festa”… Lui ha impugnato il coltello per primo” (You know I’m no good) http://www.youtube.com/watch?v=CHRpQfioNaQ . Ho scelto questa versione perchè qui, nel “luogo” dove si sente “cattiva”,  saluta come una bimba e se ne va lasciando che la musica continui a suonare senza di lei,  se ne va, con un tocco di classe ineguagliabile, prima della fine della canzone… lei “se ne va via prima del tempo”, un pò quello che poi è accaduto, a soli ventisette anni.
Si sente “come un minuscolo penny che prova a risalire le alte mura della canna fumaria della vita”(Back to black). Ammette ogni fragilità, ogni disastro, ogni perdita forse per questo le si vuole bene.  Nobile d’animo non ci tiene a “far bella figura” : finanzia, in silenzio, più di trenta Associazioni in difesa dei bambini e si capisce bene perchè vuole proteggere i bambini… chiede anche in adozione una bimba caraibica, una bimba “lontana”, troppo lontana da lei e che non riuscirà a raggiungere “in tempo”. Forse salvando quella bimba lontana che veniva da un luogo “caldo” come l’amore, avrebbe voluto salvare anche la bimba “non amata” dentro di sè, la bimba  imprigionata nella morsa del ghiaccio del dolore “anestetizzato” chimicamente, farmacologicamente, ma non “sofferto”,  non più pianto con calde lacrime bagnate e “negato”. Aveva nove anni quando il padre se ne andò “per un’altra donna” e ne aveva dieci quando inghiottì un flacone di sonniferi. (rif. C. Govan, Amy Winehouse: the untold story). Eppure, dissero, aveva “superato bene” la separazione dei genitori. Back to blackhttp://www.youtube.com/watch?v=TJAfLE39ZZ8  , come dice Laura Volpini, è “un’autobiografia, una richiesta d’aiuto, una dichiarazione di resa”  ed è la storia di un “triangolo” amoroso (diciamo così, anche se io sono stufa di sentir parlar d’amore anche dove l’amore non c’è proprio e mi riferisco alla serie di femminicidi cui quotidianamente assistiamo) un triangolo che si “ripete” : lui non ha perso tempo in rimpianti, ha preso fino all’ultimo il piacere che poteva usare ed è tornato da lei che “conosceva”, è andato lontano dal loro passato insieme. Lei lo ama tanto ma, al centro della canzone s’impone come un verdetto “non basta”, “non è abbastanza”, non è sufficiente. Black, il lutto, il buio, il nero, la depressione, la morte o come vogliamo chiamarlo,  risuona almeno tredici volte nel brano accompagnato, in alcune versioni, da campane che suonano a lutto, al ritmo rassegnato simile a quello usato dagli indiani d’America per il “ritorno” dalle battaglie, al ritmo di un cuore “rallentato”, che sta fermando la sua corsa, un cuore che getta la spugna e torna indietro ad “us”, il “suo” “noi” interiore dove l’attende un sè furioso che le si rivolta contro: “ingiusto fece me contra me giusto” (Inf.XIII,72) .
Non c’è un solo fatto prescelto a devastare una vita, ma certo è che lei ne ha sommati molti. Nel 2006 muore l’amata nonna Cynthia che, a sua volta, l’amava profondamente e che è stata per Amy forse l’unico “specchio sonoro” (come direbbe D.Anzieu, e non solo perchè era una cantante) che non rinvia al soggetto soltanto l’immagine di se stesso come fa lo specchio di Narciso, ma un bagno sonoro d’affetto, di parole e gradazioni melodiche, un nido armonico, musicale, concordante, mai in controtempo, mai “impersonale” e visibile. Nonna Cynthia, insieme alla collana con la “leonessa” (titolo scelto da Amy per il suo terzo album che uscirà postumo “Lioness: Hidden Treasures”), regala alla nipote davvero un tesoro nascosto, uno spazio sonoro come primo spazio psichico, dove le emozioni di Amy trovano “rispondenza”, “ascolto” e vengono viste, lette e soprattutto trasformate in qualcosa di buonissimo che divien quasi subito talento. Uno scambio caldo, “consonante”, sonoro e  “strutturante” per il sè fragile di una bimba complicata. Ma forse “non basta”, un sè feroce armato di coltello la ferisce, la  lesiona: tagli e cicatrici compaiono sulle sue braccia mentre “le Arpie” della dipendenza non le danno tregua e “fanno dolore  e al dolor finestra” (Inf.XIII,102) accanendosi su di lei senza pietà.
Se la voce di Amy è senza tempo, senza età, il suo corpo è senza un posto, non ha un luogo, acquista peso per avere importanza, spazio, per riempire una voragine affettiva o lo perde tutto insieme ficcandosi le dita in  gola, intossicandosi, lasciandosi afferrare e inghiottire da quel “vuoto” che la divora e che non sa come colmare. Non sa dove stare e  sembra “non sentirsi” Amy, si lesiona, si ferisce il suo corpo sembra dire… meglio il dolore che il niente, il vuoto, oppure… meglio il dolore fisico che quello psichico/mentale, o, ancora, il dolore fisico fa dolore, ma è del dolore psichico finestra ed Amy pone una specie di “nido” sulla sua testa, un gomitolo intricato “ingrandisce” o “protegge” il suo capo che forse non riesce più a “tener testa” alle pulsioni distruttive che l’assalgono.  Sembra inadeguata da ogni parte, il suo corpo si sente in disordine, come dice lei,  si disarticola e ricompone sul palcoscenico, un corpo “instabile”, ancora meno stabile  su se stesso dopo la morte della nonna, punto fermo affettivo della sua infanzia. Un corpo che non sa stare fermo, che si appoggia ovunque come se se non potesse stare su da solo, un corpo che si aggrappa al suo stesso vestitino come se  questo potesse dargli mano e aiutarlo, un corpo che si tocca continuamente i capelli come per consolarsi, un corpo che si tocca le braccia non si sa se per accarezzarsi o se per tenerle ferme in un impeto di rabbia. Un corpo lesionato da un sè feroce, un corpo  sottoposto ad un inutile intervento chirurgico per “cambiare”  seno, simbolo materno per eccellenza, per renderlo “più grande”, “più capiente”, forse più “nutriente”, morbido, rotondo, accogliente, o solo “più” perchè quel che c’ era… era “poco”, “non era abbastanza”. Un corpo su cui Amy ha inciso a fuoco la sua storia bruciante coi tatuaggi, un “attacco” al “contenitore”, un attacco alla pelle, il “contenitore” del corpo: una ragazza nuda, esposta, indifesa, l’appartenenza a Blake incisa sul petto, l’appartenenza a un “matrimonio tossico”. “Lui è la versione maschile di me, siamo fatti l’uno per l’altra” dice Amy e si sbaglia, quello è un amore mortale: non c’è “l’uguale a te” in versione maschile o femminile, come non c’è l’amore con la A maiuscola:  c’è l’amore che è passione, che è ardore, che è piacere, che è condivisione, c’è l’amore che è profonda intesa con gusti e interessi che legano, c’è ridere insieme delle stesse cose, c’è il cercarsi, il sapersi “tenere”, c’è la diversità che arricchisce, c’è l’attesa, il disaccordo, c’è il sentirsi vicini o più lontani, c’è il volere il bene a sè e all’altro/a, c’è il rispetto senza inganni, menzogne, manipolazioni o viltà, c’è la tenerezza vera, la crescita, la trasformazione…  c’è questo e altro ancora, ma non è amore quello che vede la coppia “ferita” nel corpo e nell’animo dopo abbracci di violenza,  passeggiare per le strade di Londra…Non è amore ciò che fa male,  picchia, usa, maltratta, umilia, non ha cura dell’amore e di ciò che l’amore ama o, addirittura, “uccide” e, per concludere, non c’è l’uguale a te… “l’uguale a te, sei tu”, l’immagine di te che lo specchio ti rimanda o… l’immagine di quel che vorresti essere, una foto sovraesposta e bruciata:  l’idealizzazione di se stessi.
Nella storia scritta “sulla pelle” di Amy si leggono ancora tatuaggi: un lampo, una piuma, l’aquila, il ferro di cavallo, le pin up, l’ancòra, un uccellino che canta, un cuore … Ma il primo, quello che conta, quello a cui ha “detto addio solo a parole” (Back to black) quello che ancora brucia come una fiamma (Love is a losing game) è inciso sulla sua spalla sinistra : Daddy, con la maiuscola.
E mi viene in mente Sylvia Plath e la sua immensa poesia “Daddy”, una dichiarazione d’amore in un urlo disperato, https://www.youtube.com/watch?v=6hHjctqSBwM S.Plath reads “Daddy”, i cui ultimi versi recitano :
There’s stake in your fat, black heart
And the villagers never liked you,
They are dancing and stamping on you.
They always knew it was you.
Daddy, daddy, you bastard, I’m through.
Papà, papà, ……. io sono finita (…non ho finito o è finita).

Londra, 30 Camden Square, 23-7-2011. Morte accidentale.

Adesso nulla, veramente, sarà più abbastanza.

tiziana Campodoni

Pubblicato su Http://blue-moon.comunita.unita.it

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