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Ingiusto fece me contra me giusto
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Afbeeldingsresultaat voor Pina Bausch
13 agosto 2013

DANTE ALIGHIERI, XIII Inferno. Una lettura.

“Non era ancor di là Nesso arrivato” (1) … L’unico canto della Divina Commedia ad iniziare con un “non”:  la negazione prima di tutto.
Dante e la sua ombra si trovano in un bosco,  già luogo dell’inquieto medioevale, qui luogo anche separato dal resto perché non segnato da alcun sentiero,  senza vie d’accesso, senza vie di ritorno.
I “non” si susseguono e parallelamente si affiancano ai “ma” avversativi. Le anime che hanno dovuto rifiutare per sé l’umanità sono piante di questa selva dolorosa dai “rami involti”(5) che non danno frutti, ma sostanze tossiche, velenose.
“Come fiere selvagge che in odio hanno … i luoghi colti”(8) le arpie invidiose sono le custodi/carnefici, hanno grandi ali e visi umani ma artigli e grande ventre; rapaci e avide, esse strappano germogli, si riempiono di morte, mostri d’incrocio tra bestialità e umanità, ma l’umanità è in funzione della bestialità, la vita in funzione della morte.
“L’ombra” è in questo canto “buon maestro”(16) ed è assolutamente necessario che sia “buono” e “maestro” in un “luogo” privo di orientamento e di riferimenti naturali, dove logica, umanità, realtà, amore e odio sono frantumati, confusi, rovesciati, come in un gioco di specchi, di rimandi che se fa supporre, non consente certezze: “Io credo ch’ei credette ch’io credessi” (25).
Il lamento stizzoso delle voci dei condannati si perde inutilmente nel vento ed esce con l’imprevedibilità di un ramo troppo giovane messo a bruciare che crepita e stilla linfa e fumo come “dall’anima lesa”(47) escono “parole miste a sangue”.(44)
Egli fu colui che “tenne ambo le chiavi del serrare e disserrare il cuore” (58) di un potente e che le usò per diventarne l’unico confidente, per fondersi con lui nel suo segreto, allontanando dalla loro con-fusione tutti gli altri uomini.
Egli tanto mise in questo “glorioso”(62) ufficio che in esso esaurì tutte le sue forze e vi perse i sonni.
Invidia e sfortuna contro di lui giocarono e “i lieti onor tornarono in tristi lutti” (69).
“L’animo mio, per disdegnoso gusto,
credendo con morir fuggir disdegno,
Ingiusto fece me contra me giusto” (70)
e
“quando si parte l’anima feroce
dal corpo, ond’ella stessa s’è divelta …
cade in la selva e non l’è parte scelta;
ma là dove fortuna la balestra”. (94)
Le arpie cibandosi di lui “fanno dolore” “ed al dolor finestra” (102), rendendo necessario il dolore perché gli procurano contemporaneamente il modo di uscire da sé. Il cerchio della ripetizione si stringe tanto da far coincidere dolore ed espressione del dolore in una sintesi di causa/rimedio che pare dire: io sono il mio dolore, io sono la mia morte, io sono la mia liberazione.
Causa ed effetto si capovolgono e poi coincidono dove ciò che avviene è causa del suo avvenire.
La pena è una “ripetizione” del “peccato”, i suicidi andranno con le altre anime a riprendere gli straziati corpi, ma non potranno rivestirsene:
“Come l’altre, verrem per nostre spoglie;
ma non però che alcuna sen rivesta:
ché non è giusto aver ciò ch’uom si toglie”. (103)
La coincidenza non consente la distanza necessaria per difendersi, distanza che è invece tutta relegata ad essere distanza dagli altri uomini ed ognuno di loro è solo: “ciascun al prun dell’ombra sua molesta” (108) in mortale compagnia di se stesso.
Improvvisamente il “fuori di sé” torna feroce e nemico a ricongiungersi all’ “in sé” in un incontro fatale tra vittima e carnefice dove nessuno però sopravvive, nessuno è innocente, nessuno è colpevole, nessuno può poi raccontare.
Il canto prosegue con l’analisi dei dissipatori, ma in chiusa torna ai suicidi, dissipatori di loro stessi; Dante ambienta la triste vicenda in una città … in un luogo che “mutò ‘l primo padrone; ond’ei per questo sempre con l’arte sua la farà triste” (144).
E si torna alla negazione, alla distanza, alla spogliazione dei “contenuti” di questa distanza; essi ci riportano ai versi introduttivi del canto che annunciava la “mancanza”… di sentieri, di percorsi di spazio/tempo, percorsi mentali, funzioni del pensiero e quindi dell’azione, collegamenti, articolazioni, relazioni. Funzioni e contenuti che c’erano. Dante parla di modalità “sì soavi”(60) “del serrare e del disserrare”, modalità di ripetizione, un fare ed un disfare, un’azione e la sua negazione, come in un circolo, un vortice… prima a cerchi larghi, poi sempre più stretti, concentrici, a tromba d’aria, fino ad essere coincidenti in un solo punto: mortale. C’è l’azione, c’è il verbo e c’è l’aggettivo, c’è il piacere “sì soave”, non c’è il sostantivo, non c’è il nome di questa sostanza dal mutato padrone. Ancora una mancanza, forse di quella parte umana che dà un nome alle cose. Di fatto, la mancanza, la solitudine, “l’assenza” in quei sentieri lascia gli sfortunati in balia del “nuovo padrone” e tanta e tale è l’assenza e tanta e tale è la sofferenza che essi vi aderiscono completamente diventando anch’essi assenza, silenzio.
Alcuni autori ritengono la chiusa del canto in parte oscura, in parte strana. Dante stesso riprende l’argomento dell’ultimo verso, il suicidio per impiccagione nel quale vede simboleggiata Firenze (colei che mutò il primo padrone), nella VII epistola:
“Questa è la vipera che strappa le viscere della madre; questa è la pecora malata che infetta il gregge del suo signore, questa è Mirra scellerata ed empia che brama gli amplessi del padre Cinira; questa è quell’amata furente che, negato il fatal matrimonio, non temé prendere a genero quei che fati non consentivano ed anzi lo incitò furiosamente alla guerra e, infine, si impiccò pagando così il fio della sua folle audacia”.
Questa è colei che ha mutato il primo padrone in “altro”, che ha mutato l’amore in odio, questo è il luogo della mutazione, ma anche il luogo della folle audacia che si rivolta contro di sé.
Difficile a dirsi… Forse il polo del pensiero/ricordo ha dovuto fuggire lontano, forse si è perduto, forse la mancanza ha preso anche lui, ma secondo l’associazione dantesca l’altro polo è ricco, potente, bollente, forse troppo: l’audacia l’ha reso folle, estraneo, facendo sì che dovesse cancellare i sentieri del ricordo.
Forse la sfortuna gioca molto sulla scena del dramma del suicidio soprattutto quando riguarda giovani creature che passano facilmente, com’è “proprio” e normale della loro età, dalla disperazione più cupa alla gioia più euforica, perchè un sorriso basta a risollevarli come un rifiuto ad allontanarli, perchè due parole buone potrebbero distogliere da un impulso funesto, perchè basterebbe arrivare due minuti prima… della  solitudine angosciante, della colpa annichilente, del panico incontrollabile… perchè basterebbe comprendere finchè si è in tempo e bandire odio, vergogna e disprezzo dalle nostre menti e dai nostri cuori… Prima di tutto.
Scriveva Nietzsche : “Chi chiami cattivo?” “Chi mira solo a creare vergogna” e ancora “Che cos’è per te la cosa più umana?” “Risparmiare vergogna a qualcuno” (La gaia scienza).  Non si tratta solo di una scelta nobile di un animo profondamente nobile… è che  quel che “odiamo con piacere” negli altri è esattamente ciò odiamo e che abbiamo rimosso  da dentro di noi, è quello che più  intimamente ci riguarda, ci appartiene e che con ferocia proiettiamo sull’altro…  “altro” che è parte di  “noi”… da noi “cancellato” nei segreti  sentieri del pensiero inconsapevole e a noi divenuto così ignoto.
Sarebbe bene ricordarlo ai “razzismi”, ai “bullismi”, ai “fanatismi”, alle guerre di religione,  agli uomini che uccidono le donne, a madri e padri che uccidono i figli, ai figli che uccidono i genitori… agli uomini che uccidono altri uomini, ad una parte di umanità che lascia morire di fame, di sete, di stenti un’altra parte, o, peggio si arricchisce su di essa.  Ci sono tanti modi per suicidarsi interiormente : non amare, eludere le emozioni, mentire, frodare,invidiare, non fare ciò che è giusto, consentire ciò che è infame, non rispettarsi…  uccidere se stessi “nell’altro”, l’estraneo, l’ormai “straniero” oppure rivoltare se stessi contro di sè.
“Le parole sono azioni” scriveva Wittgenstein e Cesare Pavese, per il quale “i suicidi sono omicidi timidi. Masochismo invece che sadismo” e diceva che “non manca mai a nessuno una buona ragione per uccidersi” (Il mestiere di vivere), andandosene lasciò scritto a tutti noi “Non fate pettegolezzi”…perchè anche le parole possono far male, possono uccidere.
Il suicidio è una tragedia umana dove la vittima è una, ma tutta l’umanità è sconfitta; molte possono essere le responsabilità e anche la sfortuna è componente rilevante  quindi ogni associazione può risultare forzata o lontana…
Forse l’argomento è davvero strano e oscuro.
O forse difficile a dirsi,  semplicemente.

Vi lascio all’ascolto di  Bill Evans, del cui “lento suicidio” abbiamo un pò parlato… Evans ha a lungo esplorato  il tema della “circolarità”  non credo a caso…  Le quinte ascendenti, per esempio, di “Comrad Conrad , giro dopo giro si ritrovano di nuovo nella tonalità di partenza (RE min) http://www.youtube.com/watch?v=XNKGxPZMDik  e anche il titolo è  un ” quasi doppio”  come lo è  “Back to black” di Amy Winehouse. Ma è soprattutto nei rapporti di terza (forse di eco schubertiana…un “passato remoto” di Bill)  che sembrerebbe esserci, per Evans, un legame, una relazione simbolica con la morte: lo troviamo in “Hi Lili Hi Lo”http://www.youtube.com/watch?v=ssDe7KfbsHM   , dedicato alla moglie Ellaine morta per suicidio e lo ritroviamo nel ciclo chiuso delle tre tonalità per terze maggiori di “Theme from M.A.S.H (suicide is painless)” che ancora al suicidio si ricollega
http://www.youtube.com/watch?v=CS71hU5Xsxk .  Come un rondò (dal francese rondeau che già contiene “rond”, rotondo) che  si presenta  con un episodio mantenuto fisso che obbligatoriamente si ripete le cui variazioni lievi hanno il compito di “separare” le esposizioni del tema, forse allo scopo di  dimenticarle per il piacere di ritrovarle o per farle perdere per poi farle tornare rassicurando … con un buon maestro come Evans.
Come un rondò, una musica (o una poesia) che accompagna una  danza fatta “in circolo”  la cui forma più semplice (A-B-A) è definita “ternaria”, costituita da tre elementi…come padre, madre, figlio/a,  e dove inizio e fine ritornano, aprono e chiudono. Ma nel suicidio il rondò è un cerchio stringente dove la ripetizione è una riedizione del rimosso che si fa vortice con l’accelerazione della colpa, della paura, della vergogna, della rabbia, della violenza… che  si “ri-volta”, si volta contro, mutando padrone: annulla e si annulla in una coincidenza mortale.  Si sbagliava Pavese: masochismo e sadismo non sono opposti, ma complementari, due facce della stessa medaglia, due sè che vivono l’uno accanto all’altro in mortale compagnia tra lacrime e sangue in un unico sè dal mutato padrone. E se l’amore lascia liberi, l’odio no, è un legame fortissimo, una catena, un padrone appunto che “li possiede” entrambi al posto dell’amore ond’ei per questo sempre con l’arte sua li farà tristi. Non c’è amore dove c’è un padrone.
E non c’è  amore  qui, non c’è musica, non c’è danza, non c’è poesia, non c’è vita, non c’è bellezza… E nessuno potrà tornare, nessuno potrà più raccontare.

tiziana Campodoni

Pubblicato su http://blue-moon.comunita.unita.it 13 agosto 2013

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