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Dave Bruback

Dave Brubeck ,“Thank you” da “Indian Summer”.
In Polonia, ancora nel periodo della “guerra fredda”… una tournèe… (dal francese tourner, girare, svoltare, ma anche tornare, “voltarsi” e curiosamente…”accendere”) Una visita alla casa di Chopin travolge emotivamente Brubeck tanto da fargli comporre la notte stessa “Thank you“.
Questo brano nasconde più di un segreto… E non è, o almeno non è solamente, l’essere il tributo al musicista cui è dedicato.
Brubeck attraversa la piazza al cui centro c’è il busto di Chopin, poi l’ingresso in casa… nella “sua” casa. Ma, forse, non è Chopin ad averlo travolto anche se parliamo, questo sì, di una figura torreggiante del “romanticismo” e della musicalità personale di Dave… (e, probabilmente, di ognuno di noi).
Ciò che travolge Brubeck è il ricordo, colmo di nostalgia, di se stesso bambino mentre ascoltava, accovacciato in terra, la madre che suonava Chopin. Note che egli non sapeva leggere, ma che sapeva ben ascoltare. Musica che non leggeva, ma che “lo” leggeva intimamente.
Note e spartiti che non aveva alcun bisogno di leggere poichè scritti dentro di lui e che da lui sgorgavano liberamente, senza mediazioni.
Più che un omaggio…”dziekuje“… è la gratitudine in forma di “poesia senza tempo” le cui parole sono note immensamente espressive, internamente “sentite” …”parole-note” … di quando ancora le parole non c’erano… di quando un cuore di bimbo, dentro a un luogo perduto che mai più potrà essere ritrovato, ascoltava in un flusso acronico il ritmo sincronico di un altro cuore che batteva: un cuore diverso, un ritmo diverso, ma così tanto vicino e necessario da farsi “sentire” con tutto il corpo… dentro al corpo.
Così inizia “dziekuje”…con una sola nota rallentata e tenuta che risuona dentro chi ascolta come provenisse dalle viscere di una “terra-madre-nota” … che si affianca dolcemente ad altre in un balbettio in “mi” “minore” che man mano si fa “corposo” vibrante, traboccante di cose da dire… forse perchè mai dette… o forse da dirsi in modo nuovo. Una culla di arpeggi per un racconto, un “sentire insieme” anche senza parole…. tanto bello, tanto dolce, tanto intenso da essere quasi doloroso…
Una musica incantevole “associata” alla madre …e la relazione, o”associazione”, è il tempo più distante da quello cronologico e, se possibile, ancor di più da quello “contabilizzato” di Schoenberg. Come diceva Bateson: “Nel mondo degli esseri viventi non esistono cose, ma solo relazioni”.
Appena poco dopo un minuto di ascolto del brano, all’improvviso si presenta l’accordo violento e dissonante della malinconia, ospite inatteso, che lacera l’animo, interrompe la ninna-nanna, il racconto, sospende e destruttura il tempo. L’oscillazione che produce sembra trasmettere una vertigine insieme al fluttuare e all’instabilità dell’umore legato a gioia e a tristezza, a perdita e desiderio… non più in forma di “dìa-logos”, ma in modo disgiunto… bi-polare, un “dèsir sans objet” (come direbbe Chateaubriand) sigillato in un cammeo di humor malinconico (nella doppia accezione sassone di “umore” e “umorismo”), incastonato nella risonanza emotiva giocata sull’alternanza di tempi rallentati e velocizzati… di sonorità tonanti e fievoli… di silenzio ed euforia… (E, se non sbaglio, lui suonava in una tonalità con la mano destra e in un’altra con la mano sinistra).
Una traccia di malinconia “segreta” dall’origine antica, ma ben integrata nella forza vitale e “per bene” di Brubeck … Un piccolo nucleo di carbonio durissimo e dolorosissimo, un diamante grezzo che solo “un altro diamante” può tagliare… E Brubeck lo è: elegante senza bisogno delle formalità del classicismo, istintivo senza vissuti onnipotenti, interprete diretto sempre “se stesso”, ma mai imprigionato nella ripetizione ottusa che rassicura,ma delinea e alimenta il blocco, il muro, il trauma… Lui, artista dal cuore purissimo e dalle sonorità diamantate, sfaccetta la pietra grezza fino a vincerne l’opaca oscurità, trasformandola in una gemma preziosa capace di brillare, sorridere e riflettere i colori dell’arcobaleno musicale. Un’amalgama di suoni e note che si dilatano nello sforzo di nascere, in un misto di gioia e dolore, nello sforzo di “voltarsi” e trasformarsi… disperatamente… Una musica quint’essenza di un sè la cui mente non è altrove e che sembra provenire dal calore e dalla ricchezza del liquido amniotico…
Un raffinato “me minore” nasce, cessa di essere ostacolo “maggiore”, e accetta, accoglie, riconoscente… con infinita tenerezza e gratitudine… Ed è desiderio con “l’oggetto d’amore tornato”, amore ri-acceso, ri-tornato. Il monologo interiore “torna” (tourner) a un antico dìa-logos interno, condiviso, in continua ricerca di sincronia e di dia-cronox, un incontro attraverso e nel tempo, a-simmetrico, non-fusionale: un’esigente struttura ritmica del tutto nuova e innovativa…un tempo “dispari”.
Se Evans ha fatto della nostalgia una modalità del ritorno a sè, Brubeck ha trasformato il tratto malinconico in ricchezza.
Mi viene in mente Goethe che scriveva “Il più felice degli uomini è colui che può far concordare la fine della sua vita con l’inizio di essa”.
Se così è, se l’inizio rappresenta quel rapporto felice che, per la vita, riesce a mitigare odio, angoscia, invidia, risentimento… consentendo alla persona di costituirsi saldamente, compensando perdite e privazioni della vita adulta e di accedere alla soddisfazione…beh… Brubeck c’è riuscito. Il suo insegnante può star certo: la sua mente non è “altrove” è qui, nella musica.
Ho ascoltato innumerevoli versioni di Thank you, anche se poi mi sono fermata su questa che preferisco. Ogni versione era “nuova”, diversa…e alla fine mi sembrava che nella lingua di Brubeck, il jazz, “la lingua della libertà”, potesse significare un dire grazie un sacco di volte in un milione di modi diversi.

tiziana Campodoni

https://www.youtube.com/watch?v=xJ5CBegepig (Dave Brubeck, Thank you )

 

 

 

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